giovedì 14 giugno 2007

Cesare - Commentari sulla guerra civile (italiano)

Cesare - Commentari sulla guerra civile
traduzione in italiano


LIBRO PRIMO



1

Dopo che la lettera di Cesare fu consegnata ai consoli, si ottenne con
difficoltà, nonostante la forte insistenza dei tribuni della plebe, che
essa fosse letta in senato; non si poté invece ottenere che se ne
discutesse ufficialmente. I consoli presentano una relazione sulla
situazione dello stato. Il console L. Lentulo aizza il senato; promette di
non fare mancare il suo sostegno allo stato, se i senatori vorranno
esprimere il loro parere con coraggio e forza; ma se essi hanno riguardo
per Cesare e ricercano il suo favore, come hanno fatto nei tempi passati,
egli prenderà posizione nel proprio interesse senza sottostare
all'autorità del senato; del resto anch'egli ha modo di trovare rifugio
nel favore e nell'amicizia di Cesare. Con il medesimo tono si esprime
Scipione: è intenzione di Pompeo difendere lo stato, se il senato lo
asseconda; ma se il senato esita o agisce con troppa mollezza, invano
implorerà il suo aiuto, se in seguito lo vorrà.

2

Questo discorso di Scipione, poiché la seduta del senato si teneva in
città e Pompeo era vicino, sembrava uscire dalle labbra dello stesso
Pompeo. Qualcuno aveva espresso un parere più moderato, come in un primo
tempo M. Marcello che, presa la parola in quell'intervento, sostenne che
non era il caso di discutere della cosa in senato prima che si facessero
in tutta Italia leve e si arruolassero eserciti, sotto la cui protezione
il senato avrebbe osato decretare con sicurezza e liberamente il proprio
volere; come M. Calidio, che proponeva che Pompeo tornasse nelle sue
province, perché non vi fosse motivo di ricorso alle armi; Cesare temeva,
egli diceva, che, essendogli state sottratte due legioni, Pompeo le
trattenesse presso la città, tenendole di riserva con intenzioni ostili
nei suoi confronti; come M. Rufo, che faceva suo il parere di Calidio,
addirittura mutandone solo poche parole. Tutti costoro, travolti dalla
clamorosa protesta del console L. Lentulo, erano oggetto di violenti
attacchi. Lentulo dichiarò di non avere assolutamente intenzione di
mettere in votazione la mozione di Calidio; Marcello, atterrito dalle
clamorose proteste, ritirò la sua. Così la maggior parte dei senatori,
trascinata dalle grida del console, dalla paura che suscitava la vicinanza
dell'esercito, dalle minacce degli amici di Pompeo, pur controvoglia e per
costrizione, approva la proposta di Scipione: che Cesare, prima di un dato
giorno, smobiliti l'esercito; se non lo fa, risulti chiaro che egli ha
intenzione di agire contro lo stato. Fanno opposizione i tribuni della
plebe, M. Antonio e Q. Cassio. Subito si pone in discussione il veto dei
tribuni. Vengono espressi pareri pesanti; quanto più ciascuno parla con
arroganza e durezza, tanto più è colmato di lodi dagli avversari di
Cesare.

3

Conclusa verso sera la seduta del senato, tutta la classe dei senatori
viene convocata da Pompeo fuori della città. Pompeo loda i risoluti e li
incoraggia per l'avvenire, rimprovera e sprona quelli troppo esitanti. Da
ogni parte, con la speranza di ricompense e di promozioni, vengono
richiamati alle armi molti soldati delle vecchie truppe di Pompeo; sono
richiamati in servizio molti soldati provenienti dalle due legioni
consegnate da Cesare. La città si riempie di commilitoni di Pompeo, di
tribuni, di centurioni, richiamati in servizio. Tutti gli amici dei
consoli, i clienti di Pompeo e coloro che avevano vecchi rancori verso
Cesare vengono radunati nel senato; le loro grida e il loro accorrere in
massa atterriscono i più deboli, rassicurano gli incerti; ai più invero è
sottratto il potere di deliberare liberamente. Il censore L. Pisone, e
parimenti il pretore L. Roscio, si dichiarano disponibili ad andare da
Cesare, per metterlo al corrente di questi avvenimenti; chiedono sei
giorni di tempo per portare a termine la missione. Da alcuni viene anche
proposto di inviare ambasciatori a Cesare, che gli espongano il volere del
senato.

4

A tutte queste proposte fa resistenza e opposizione l'intervento del
console, di Scipione e di Catone. Vecchi rancori nei riguardi di Cesare e
il dolore del suo insuccesso elettorale aizzano Catone. Lentulo è mosso
dalla grande quantità di debiti, dalla speranza di avere un esercito e
delle province e dai doni degli aspiranti al titolo di re. Tra i suoi si
vanta di star per diventare un secondo Silla nelle cui mani ritornerà il
potere supremo. Stimola Scipione una medesima speranza di governo di
province e di comando di eserciti che, per legami di parentela, pensa di
potere dividere con Pompeo; e nello stesso tempo lo stimolano il timore di
processi e la propria vanità e l'adulazione dei potenti che in quel tempo
avevano grandissima influenza nello stato e nei tribunali. Lo stesso
Pompeo, incitato dagli avversari di Cesare e poiché non voleva che nessuno
gli fosse pari per prestigio, si era del tutto allontanato dalla sua
amicizia e si era riconciliato con comuni avversari, che, in gran parte,
egli stesso aveva procurato a Cesare al tempo della loro parentela.
Contemporaneamente, indotto dal disonore di avere trattenuto a sostegno
della propria influenza e supremazia politica due legioni destinate
all'Asia e alla Siria, manovrava affinché la contesa fosse condotta a un
confronto armato.

5

Per queste ragioni tutto viene fatto in fretta e confusamente. Non si dà
tempo ai congiunti di Cesare di informarlo né viene concessa ai tribuni
della plebe la possibilità di allontanare da sé il pericolo né di
conservare il supremo diritto di veto, che L. Silla aveva loro lasciato;
ma, dopo solo sette giorni, sono costretti a pensare alla propria
incolumità, la qual cosa quei turbolentissimi tribuni della plebe dei
tempi passati solevano prendere in esame e temere solo all'ottavo mese
delle loro funzioni. Si giunge precipitosamente a quel gravissimo ed
estremo decreto del senato, al quale prima mai si ricorse nonostante
l'audacia dei relatori se non, per così dire, quando la città fu in mezzo
alle fiamme e quando si disperò della salvezza di tutti: provvedano i
consoli, i pretori, i tribuni della plebe e i proconsoli che sono vicini
alla città affinché lo stato non subisca alcun danno. Ciò viene registrato
con decreto del senato il 7 gennaio. E così nei primi cinque giorni in cui
si poterono tenere le sedute del senato, dal giorno in cui Lentulo diede
inizio al proprio consolato, fatta eccezione per i due giorni dedicati al
comizio, si prendono gravissime e rigorosissime delibere nei confronti del
potere militare di Cesare e di persone assai ragguardevoli, i tribuni
della plebe. Subito i tribuni della plebe fuggono da Roma e si rifugiano
presso Cesare. In quel tempo egli era a Ravenna e attendeva risposte alle
sue così moderate richieste, sperando che, per un senso di umana
moderazione, il conflitto si potesse risolvere pacificamente.

6

Nei giorni successivi, le sedute del senato si tengono fuori Roma. Pompeo
presenta quelle medesime proposte che aveva fatto conoscere per bocca di
Scipione; loda la fermezza e la coerenza del senato; enumera le sue forze;
afferma di avere pronte dieci legioni; inoltre di avere appreso e
accertato che i soldati sono ostili a Cesare: non li si può indurre a
difenderlo o, soltanto, a seguirlo. Circa le altre questioni viene
proposto al senato quanto segue: si facciano leve in tutta Italia; Fausto
Silla sia mandato in Mauritania come propretore; sia data facoltà a Pompeo
di usare il denaro dell'erario pubblico. Si presentano proposte anche nei
riguardi del re Giuba: sia dichiarato alleato e amico. Marcello nega di
potere per il momento sottoscrivere la proposta. Filippo, tribuno della
plebe, pone il veto alla mozione relativa a Fausto. Vengono registrati i
decreti del senato riguardanti gli altri punti. A privati vengono
assegnate le province, due consolari, le altre pretorie. A Scipione tocca
in sorte la Siria, a L. Domizio la Gallia. Filippo e Cotta vengono esclusi
per manovre di parte e i loro nomi non sono posti nell'urna. In tutte le
altre province vengono inviati pretori. E non attendono - come era
accaduto negli anni precedenti - che il loro potere sia ratificato dal
popolo, e, con addosso il paludamento di porpora, dopo avere fatto i
sacrifici rituali, escono dalla città. I consoli, cosa non mai accaduta
prima, ... si allontanano dalla città e privati cittadini, contrariamente
a ogni esempio del passato, tengono littori in città e sul Campidoglio. In
tutta Italia si fanno leve, si obbliga a fornire armi, si esige denaro dai
municipi, denaro viene sottratto dai templi, tutte le leggi divine e umane
vengono sovvertite.

7

Cesare, venuto a conoscenza di questi fatti, parla ai soldati. Rammenta
gli affronti fattigli dagli avversari in ogni tempo; e si duole che
Pompeo, per invidia e gelosia della sua gloria, sia stato da essi sedotto
e corrotto, mentre egli stesso lo ha sempre aiutato nella carriera e ne è
stato il sostenitore. Lamenta che è stato introdotto un precedente,
insolito nello stato, cioè che il veto dei tribuni, che negli anni
addietro era stato ristabilito con le armi, con le armi ora venga infamato
e soffocato. Silla, pur avendo spogliato il potere dei tribuni di ogni
forza, tuttavia aveva lasciato libero il veto; Pompeo, che sembra avere
restituito i privilegi perduti, ha tolto anche quelli che i tribuni hanno
avuto in passato. Ogniqualvolta si decretò che i magistrati provvedessero
affinché lo stato non ricevesse alcun danno (e con questa formula e con
questo decreto il popolo romano veniva chiamato alle armi), ciò fu fatto
in caso di leggi perniciose, di azioni di forza dei tribuni, di sommosse
popolari, con l'occupazione di templi e di posizioni dominanti; e rammenta
che questi fatti del passato sono stati espiati con la morte di Saturnino
e dei Gracchi. In quel tempo nulla di questo fu fatto e neppure pensato:
non fu promulgata nessuna legge, non vi fu inizio di ricorso al popolo,
non venne fatta alcuna sommossa. Esorta i soldati a difendere dagli
avversari la reputazione e l'onore del comandante sotto la cui guida,
durante nove anni, hanno servito fedelmente lo stato e combattuto
moltissime battaglie con esito favorevole, hanno portato pace in tutta la
Gallia e la Germania. Elevano un grido di approvazione i soldati della
XIII legione che era presente (questa infatti egli aveva richiamato
all'inizio del disordine, le altre invece non erano ancora giunte),
proclamando di essere pronti a respingere le ingiurie arrecate al loro
comandante e ai tribuni della plebe.

8

Cesare, conosciuta la disposizione d'animo dei soldati, si dirige con
quella legione a Rimini e qui incontra i tribuni della plebe che presso di
lui erano venuti a trovare rifugio; richiama dagli accampamenti invernali
le rimanenti legioni con l'ordine di seguirlo. Lì giunge il giovane L.
Cesare, il cui padre era luogotenente di Cesare. Costui, terminato il
discorso su altri argomenti, per i quali era venuto, dichiara di avere per
lui da parte di Pompeo messaggi di carattere privato: dice che Pompeo
vuole scusarsi dinanzi a Cesare, che non prenda per offesa personale le
azioni che egli ha compiuto per il bene dello stato; dice che alle
amicizie personali egli ha sempre anteposto l'interesse pubblico. Anche
Cesare, in considerazione della sua posizione, deve per il bene dello
stato sacrificare il proprio interesse e il proprio risentimento e non
adirarsi con gli avversari così violentemente da risultare, sperando di
danneggiarli, di danno allo stato. Aggiunge poche considerazioni del
medesimo tono che unisce alle scuse di Pompeo. Il pretore Roscio presenta
a Cesare quasi i medesimi argomenti e con le medesime parole, dimostrando
di essere stato ben istruito da Pompeo.

9

Era chiaro che tutto ciò non serviva a cancellare le offese; tuttavia
Cesare, approfittando di uomini adatti, tramite i quali poteva trasmettere
il suo volere a Pompeo, chiede a entrambi, dal momento che gli hanno
riferito le ambascerie di Pompeo, di non rifiutarsi di riferire a lui
anche le sue richieste, per vedere se mai, con poca fatica, fossero in
grado di sanare grandi controversie e liberare dal timore tutta l'Italia.
Dice che egli ha sempre posto l'onore al primo posto, considerandolo più
importante della vita. Che ha provato dolore perché, con atto oltraggioso,
gli è stato strappato dagli avversari un privilegio concesso dal popolo
romano e, privato di sei mesi di comando, egli è stato richiamato a Roma,
benché il popolo avesse deliberato che nei prossimi comizi si ritenesse
valida la sua candidatura, pur se assente. Tuttavia, per il bene dello
stato, ha sopportato di buon grado questo danno; quando ha mandato una
lettera al senato, chiedendo che tutti i comandanti venissero allontanati
dagli eserciti, neppure questo ha ottenuto. In tutta Italia si fanno
arruolamenti, sono trattenute le due legioni che gli sono state sottratte
col pretesto della guerra contro i Parti; la popolazione è in armi. A che
volgono tutte queste manovre se non a suo danno? Pur tuttavia egli è
pronto a rassegnarsi e a tutto sopportare per il bene dello stato. Pompeo
se ne ritorni nelle sue province, tutti e due congedino gli eserciti,
tutti in Italia lascino le armi, il popolo venga liberato dal timore,
siano garantiti al senato e al popolo romano liberi comizi e l'esercizio
della cosa pubblica. Perché ciò si possa fare più facilmente e con patti
sicuri, sanciti da giuramento, o Pompeo si avvicini o lasci che sia Cesare
ad avvicinarsi; tutte le controversie si potrebbero dirimere tramite
contatti diretti.

10

Assuntosi l'incarico, Roscio insieme a L. Cesare giunge a Capua, dove
trova i consoli e Pompeo; riferisce le richieste di Cesare. Dopo essersi
consultati, danno una risposta e, tramite loro, per iscritto rimettono a
Cesare le loro proposte, i cui punti principali sono questi: Cesare
ritorni in Gallia; si allontani da Rimini, congedi l'esercito; Pompeo
sarebbe andato in Spagna quando egli avesse eseguito questi ordini. Nel
contempo, fino a che non sarebbe stato certo che Cesare avrebbe mantenuto
le sue promesse, i consoli e Pompeo non avrebbero interrotto gli
arruolamenti.

11

Era proposta ingiusta esigere che Cesare si ritirasse da Rimini e
ritornasse nella sua provincia, mentre Pompeo conservava e le sue province
e le legioni altrui; pretendere che venisse congedato l'esercito di
Cesare, quando Pompeo faceva le leve; promettere di partire per la sua
provincia e non fissare la data della partenza, così che, se anche, una
volta terminato che fosse il proconsolato di Cesare, non fosse ancora
partito, non sarebbe tuttavia apparso vincolato da alcuno scrupolo di
mentire; inoltre il non fissare una data per l'abboccamento e il non
promettere di incontrarlo facevano fortemente disperare dei propositi di
pace. E così manda M. Antonio da Rimini ad Arezzo con cinque legioni; egli
con due legioni si ferma a Rimini e qui si dispone a fare leve; con una
coorte per città si impossessa di Pisa, Fano, Ancona.

12

Informato nel frattempo che il pretore Termo con cinque legioni tiene
Gubbio e che fortifica la città e che tutti gli Iguvini sono ottimamente
disposti nei suoi confronti, invia Curione con tre coorti che aveva a Pisa
e a Rimini. Venuto a conoscenza del loro arrivo, Termo, che non si fidava
del consenso del municipio, ritira le coorti dalla città e si dà alla
fuga. I suoi soldati, durante la marcia, disertano e se ne tornano a casa.
Curione si impadronisce di Gubbio col massimo consenso di tutti.
Conosciuti i fatti, confidando nei consensi dei municipi, Cesare ritira
dai presidi le coorti della tredicesima legione e marcia su Osimo; questa
posizione era tenuta da Azzio che vi aveva introdotto le coorti e faceva,
mandando in giro senatori, leve in tutto il Piceno.

13

Alla notizia dell'arrivo di Cesare, i decurioni di Osimo, in gran numero,
si recano da Azzio Varo; gli dichiarano che non spetta a loro giudicare;
che né loro né gli altri municipi possono accettare che il comandante C.
Cesare, benemerito dello stato, autore di tante imprese, sia tenuto
lontano dalla città e dalle sue mura; Varo, dunque, tenga conto del
giudizio dei posteri e del proprio pericolo. Indotto da queste parole,
Varo ritira dalla città il presidio che vi aveva introdotto e si dà alla
fuga. Pochi soldati dell'avanguardia di Cesare, dopo averlo inseguito, lo
costrinsero a fermarsi. Attaccata battaglia, Varo viene abbandonato dai
suoi; una parte dei soldati se ne torna a casa; i rimanenti raggiungono
Cesare. Viene fatto prigioniero e condotto insieme a quelli L. Pupio,
centurione primipilo, che prima aveva avuto quel medesimo grado
nell'armata di Cn. Pompeo. Cesare, poi, si congratula con i soldati di
Azzio, lascia libero Pupio, ringrazia gli Osimati e promette di serbare il
ricordo del loro operato.

14

Giunta notizia a Roma di questi fatti, si diffuse all'improvviso un
terrore tanto grande che il console Lentulo, che era andato ad aprire
l'erario e a prelevare, secondo le disposizioni del senato, il denaro da
dare a Pompeo, dopo avere aperto la sala in cui era conservata la riserva
del tesoro pubblico, subito se ne fuggì da Roma. Si andava infatti
falsamente dicendo che Cesare stava per sopraggiungere e che i suoi
cavalieri erano vicini. Lentulo fu seguito dal collega Marcello e dalla
maggior parte dei magistrati. Cn. Pompeo, partito da Roma il giorno prima,
si dirigeva verso le legioni che aveva ricevuto da Cesare e che aveva
stanziato a svernare in Puglia. Gli arruolamenti intorno a Roma vengono
sospesi; a tutti risulta lampante che al di qua di Capua non vi è
sicurezza. Solamente a Capua ci si rincuora e si ritrova il coraggio e si
incomincia ad arruolare i coloni che, in conseguenza della legge Giulia,
erano stati qui insediati. Vengono condotti in piazza i gladiatori della
scuola gladiatoria di Cesare a Capua; Lentulo li rende risoluti con la
speranza di libertà; fornisce loro cavalli e dà l'ordine di seguirlo. In
seguito, criticato dai suoi per tale iniziativa biasimata da tutti, li
divide, affinché fossero sorvegliati insieme agli schiavi delle comunità
campane.

15

Cesare, uscito da Osimo, attraversa tutto l'Agro Piceno. Tutte le
prefetture di quella regione lo accolgono con grande entusiasmo e danno
ogni sorta di aiuto al suo esercito. Giungono da lui ambasciatori
provenienti anche da Cingoli, cittadina che era stata fondata da Labieno e
costruita con il suo denaro, e gli assicurano una completa e diligente
esecuzione degli ordini. Cesare fa richiesta di soldati; glieli inviano.
Nel frattempo la dodicesima legione raggiunge Cesare. Alla testa di queste
due legioni egli si dirige ad Ascoli Piceno. Questa città era occupata da
Lentulo Spintere e dalle sue dieci coorti. Costui, alla notizia
dell'arrivo di Cesare, fugge via dalla città e nel tentativo di
trascinarsi dietro le coorti viene abbandonato da gran parte dei soldati.
Rimasto con pochi uomini durante la marcia incontra Vibullio Rufo, che era
stato mandato da Pompeo nel Piceno per rassicurare gli abitanti. Vibullio,
venuto a conoscenza da lui della situazione del Piceno, si fa consegnare i
soldati e lo congeda. Così pure raggruppa dalle regioni confinanti quante
coorti può fra i soldati arruolati da Pompeo; fra questi raccoglie Lucilio
Irro, in fuga da Camerino, con le sei coorti che qui egli aveva tenuto di
presidio. Con i soldati raccolti, forma tredici coorti. E con esse, a
marce forzate, giunge a Corfinio presso Domizio Enobarbo e gli annuncia
che Cesare con le due legioni è vicino. Da parte sua Domizio aveva messo
insieme circa venti coorti, raccogliendo uomini da Alba, dai Marsi, dai
Peligni e dalle regioni confinanti.

16

Dopo la capitolazione di Fermo e la cacciata di Lentulo, Cesare fa
ricercare i soldati che hanno disertato le file di Lentulo e ordina gli
arruolamenti. Egli stesso, dopo un solo giorno di sosta per gli
approvvigionamenti, marcia su Corfinio. Quando vi giunse, cinque coorti,
che Domizio Marso in precedenza aveva inviato dalla città, stavano
tagliando il ponte sul fiume distante dalla città circa tre miglia. Qui
l'avanguardia di Cesare attaccò battaglia e in breve tempo i soldati di
Domizio furono scacciati dal fiume e costretti alla ritirata in città.
Cesare, fatto attraversare il fiume alle legioni, si fermò presso Corfinio
e si accampò vicino alle mura.

17

Domizio, venuto a conoscenza di come stavano i fatti, manda a Pompeo in
Puglia, con la promessa di grandi ricompense, uomini pratici del posto con
una lettera, per chiedere e supplicare di andare in suo soccorso: "Con due
eserciti, in luoghi stretti, è facile accerchiare Cesare e tagliargli
l'approvvigionamento. Se Pompeo non viene in aiuto, egli stesso e più di
trenta coorti e un gran numero di senatori e cavalieri romani si
troveranno in pericolo". Nel frattempo Domizio, dopo avere incoraggiato i
suoi, dispone le macchine da guerra sulle mura e assegna a ciascuno di
essi un suo settore per la difesa della città; ai soldati convocati in
assemblea promette terreni di sua proprietà, quindici iugeri a ciascuno e
in quantità proporzionale ai centurioni e ai soldati richiamati dal
congedo.

18

Frattanto viene annunciato a Cesare che gli abitanti della città di
Sulmona, che dista da Corfinio sette miglia, desiderano obbedire ai suoi
ordini, ma che ne sono impediti dal senatore Q. Lucrezio e da Azzio
Peligno, che con l'aiuto di sette coorti occupavano questa città. Cesare
invia colà M. Antonio con cinque coorti della tredicesima legione. Gli
abitanti di Sulmona, alla vista delle nostre insegne, aprirono le porte e
tutti quanti, civili e soldati, uscirono esultanti incontro ad Antonio.
Lucrezio e Azzio balzarono giù dalle mura. Azzio, condotto davanti ad
Antonio, chiede di essere mandato da Cesare. Antonio fa ritorno con le
coorti e con Azzio il giorno stesso in cui era partito. Cesare riunì
quelle coorti al suo esercito e lasciò andare Azzio sano e salvo. Nei
primi giorni Cesare provvede a fortificare il suo accampamento con grandi
strutture di difesa, a fare giungere dai municipi vicini provviste di
frumento, in attesa delle altre truppe. Nei primi tre giorni si uniscono a
lui l'ottava legione, ventidue coorti formate con i recenti arruolamenti
in Gallia e circa trecento cavalieri, inviati dal re del Norico. Al loro
arrivo pone un secondo accampamento dall'altra parte della città, al cui
comando mette Curione. Nei giorni successivi provvede a cingere la città
con un vallo e con bastioni. Il lavoro è in gran parte ultimato quando
fanno ritorno i messaggeri inviati a Pompeo.

19

Letta attentamente la risposta, Domizio, dissimulandone il vero contenuto,
comunica in consiglio che Pompeo sarebbe presto giunto in loro aiuto;
esorta i presenti a non perdersi d'animo e ad allestire le strutture di
difesa della postazione. Lo stesso Domizio, in un colloquio segreto con
pochi suoi intimi, manifesta invece la decisione di darsi alla fuga. Dal
momento che il volto di Domizio non s'accordava con le sue parole ed egli
in ogni suo atto agiva con troppa esitazione e timidezza rispetto al suo
solito comportamento dei giorni precedenti e più del solito si tratteneva
molto a parlare in segreto con i suoi con la scusa di doversi consigliare,
mentre evitava le assemblee ufficiali e le riunioni, non si poté per
troppo tempo nascondere e dissimulare la verità. Pompeo infatti aveva
risposto di non avere intenzione di trascinare la situazione alle estreme
conseguenze; Domizio non era andato a Corfinio per suo consiglio o per suo
ordine: quindi, se ne aveva possibilità, che facesse da lui ritorno con
tutte le milizie. Ma questo era impossibile per l'assedio e per le linee
di fortificazione attorno alla città.

20

Divulgatosi il piano di Domizio, i soldati di stanza a Corfinio alle prime
luci della sera si appartano e, tramite i tribuni dei soldati, i
centurioni e quelli che fra essi godevano di maggiore credito, così fra
loro discutono: sono assediati da Cesare; i lavori di fortificazione sono
quasi terminati; il loro capo Domizio, con il quale sono rimasti, in lui
fiduciosi e pieni di speranza, li tradisce tutti e decide di fuggire;
devono pensare alla loro salvezza. In un primo tempo cominciano a non
essere d'accordo su queste decisioni i Marsi che s'impossessano di quella
parte della città che sembra la meglio fortificata; tra di essi sorge un
tale disaccordo da rischiare di venire alle mani e dirimere la contesa con
le armi; ma poco tempo dopo, in seguito a uno scambio di messaggeri da
entrambe le parti, vengono a conoscenza di ciò che ignoravano, il progetto
di fuga di L. Domizio. Così, di comune accordo, fanno uscire allo scoperto
Domizio, lo circondano, lo prendono prigioniero e mandano a Cesare
ambasciatori, scelti tra di loro, per comunicargli che sono pronti ad
aprirgli le porte, a eseguire i suoi ordini, a consegnare nelle sue mani
L. Domizio vivo.

21

Venuto a conoscenza di questi fatti, Cesare, sebbene giudicasse di grande
interesse impadronirsi al più presto della postazione e trasferire nel
proprio accampamento le legioni colà stanziate, per evitare che o
elargizioni o pressioni o false notizie facessero mutare volere (infatti
in guerra spesso da avvenimenti di poco conto nascono grandi pericoli),
temendo tuttavia che l'ingresso dei soldati, con il favore della notte,
agevolasse il saccheggio della città, colma di lodi gli ambasciatori che
erano da lui giunti, li rimanda in città, dà loro ordine di vigilare porte
e mura. Egli stesso dispone i soldati su quelle strutture di
fortificazione che aveva fatto costruire, non a intervalli prestabiliti,
secondo la consuetudine dei giorni precedenti, ma con distaccamenti di
sorveglianza continua, vicini gli uni agli altri per garantire una totale
protezione; fa svolgere servizio di pattuglia ai tribuni dei soldati e ai
prefetti con l'incarico non solo di ostacolare sortite, ma anche di stare
in guardia contro sortite clandestine di singoli individui. E in verità
quella notte nessuno di loro fu così trascurato o ignavo da dormire. E
tanto grande era l'attesa di come sarebbero andate a finire le cose che
ciascuno con la mente e con il desiderio si volgeva a opposti pensieri e
si chiedeva che cosa sarebbe accaduto agli abitanti stessi di Corfinio, a
Domizio, a Lentulo, a tutti gli altri e quale destino sarebbe toccato a
ciascuno.

22

Sul finire della notte Lentulo Spintere, dall'alto delle mura, dice alle
sentinelle e alle nostre guardie di volere, se possibile, incontrare
Cesare. Concesso il permesso, lo lasciano uscire dalla città; i soldati di
Domizio non si allontanano da lui finché non giunge al cospetto di Cesare.
Con lui inizia a trattare la propria salvezza; lo prega e lo scongiura di
risparmiarlo, gli ricorda l'antica amicizia e passa in rassegna i
benefici, per altro veramente grandi, ricevuti da Cesare: grazie al suo
aiuto era entrato nel collegio dei pontefici, dopo la pretura aveva
ottenuto la provincia di Spagna, era stato sostenuto nella candidatura al
consolato. Cesare interrompe le sue parole: gli ricorda che è uscito dalla
sua provincia non per fare del male, ma per difendersi dalle ingiurie
degli avversari, per ristabilire nei loro poteri i tribuni della plebe
cacciati dalla città in quell'occasione, per vendicare se stesso e il
popolo romano, la cui libertà era stata soffocata da un pugno di fanatici.
Lentulo, rinfrancato dalle sue parole, chiede il permesso di tornare in
città: assicura a Cesare che anche per gli altri sarà di conforto e
speranza l'avere egli ottenuto da lui grazia; lo informa che alcuni sono
così atterriti da arrivare a darsi la morte. Ottenuto il permesso, si
allontana.

23

Alle prime luci, Cesare ordina che dinanzi a lui siano condotti tutti i
senatori e i loro figli, i tribuni dei soldati e i cavalieri romani.
Appartenevano all'ordine senatorio L. Domizio, P. Lentulo Spintere, L.
Cecilio [Spintere] Rufo, il questore Sex. Quintilio Varo, L. Rubrio; vi
erano inoltre il figlio di Domizio e moltissimi altri giovinetti e un gran
numero di cavalieri romani e di decurioni che Domizio aveva fatto venire
dai municipi. Li fa condurre tutti davanti a sé e proibisce ai soldati di
insultarli e beffeggiarli; rivolge poche parole, lamentando che da parte
loro non è stata dimostrata gratitudine per i grandissimi favori che egli
ha loro fatto; li congeda lasciandoli tutti incolumi. I sei milioni di
sesterzi, che Domizio aveva portato e depositato nella cassa pubblica,
consegnati a Cesare dai duumviri di Corfinio, vengono restituiti a
Domizio; Cesare non voleva infatti apparire più equilibrato nei confronti
della vita degli uomini che nei confronti del denaro, pur consapevole che
quello era denaro dello stato, dato a Domizio da Pompeo per la paga dei
soldati. Ordina ai soldati di Domizio di giurargli fedeltà e, lo stesso
giorno, muove l'accampamento e, dopo una sosta a Corfinio, in tutto sette
giorni, si mette in cammino marciando a ritmo regolare e, attraversato il
territorio dei Marrucini, dei Frentani, dei Larinati, giunge in Puglia.

24

Pompeo, venuto a conoscenza dei fatti accaduti a Corfinio, da Lucera va a
Canosa e di qui a Brindisi. Fa radunare da ogni parte presso di sé tutte
le truppe formate dai nuovi coscritti; arma servi e pastori; fornisce loro
cavalli; con essi mette insieme circa trecento cavalieri. Il pretore L.
Manlio fugge via da Alba con sei coorti, il pretore Rutilio Lupo con tre
da Terracina; quando queste truppe vedono da lontano la cavalleria di
Cesare, comandata da Vibio Curio, abbandonato il pretore, portano le
insegne dalla parte di Curio e passano sotto il suo comando. Parimenti
nelle tappe successive, alcune coorti si imbattono nell'esercito di
Cesare, altre nella sua cavalleria. N. Magio, di Cremona, comandante del
genio dell'esercito di Pompeo, fatto prigioniero durante la marcia, viene
condotto al cospetto di Cesare. Egli lo rimanda da Pompeo con queste
proposte: poiché fino a quel momento non era stato possibile un colloquio
ed egli stesso stava per giungere a Brindisi, nell'interesse dello stato e
per la salvezza di tutti era necessario che egli incontrasse Pompeo;
invero, quando, costretti da grande distanza, si conducono negoziati
tramite altre persone, le cose procedono ben diversamente da quando la
discussione avviene direttamente.

25

Inviate queste proposte, Cesare giunse a Brindisi con sei legioni, tre di
veterani e le altre formate dalle nuove leve e completate durante la
marcia; infatti aveva subito mandato da Corfinio in Sicilia le coorti di
Domizio. Venne a conoscenza che i consoli erano partiti con gran parte
dell'esercito alla volta di Durazzo e che Pompeo era a Brindisi con venti
coorti; ma non aveva potuto sapere con sicurezza se Pompeo era rimasto per
mantenere in suo possesso Brindisi, per avere con più facilità il
controllo di tutto il mare Adriatico, a partire dalle estreme parti
dell'Italia e dai territori della Grecia, ed essere in grado di condurre
la guerra dai due fronti, o se qui si era fermato per carenza di navi;
Cesare, nel timore che Pompeo non avesse intenzione di lasciare l'Italia,
stabilì di bloccare ogni via d'uscita e il libero uso del porto di
Brindisi. Questo era il piano dell'operazione. Dall'una e dall'altra
estremità del litorale, nel punto in cui l'imboccatura del porto era più
stretta, faceva innalzare un molo e un argine, perché il mare in quel
tratto era poco profondo. Man mano che ci si allontanava da quei due
punti, non potendo essere costruito un terrapieno per la maggiore
profondità dell'acqua, faceva collocare, in continuazione della diga,
coppie di zattere della larghezza di trenta piedi per lato. Le faceva
fissare con quattro ancore, una da ciascun lato, perché non venissero
spostate dai flutti. Una volta completate e messe al loro posto queste
zattere, ne faceva successivamente aggiungere altre di pari grandezza. Le
faceva riempire di terra e di altro materiale, affinché fosse possibile
passarvi sopra e accorrere alla difesa; faceva proteggere la parte
frontale ed entrambi i fianchi con graticci e palizzate; sopra ogni quarta
zattera faceva innalzare una torre di due piani per una migliore difesa
contro l'abbordaggio e gli incendi.

26

In risposta a questi preparativi, Pompeo faceva allestire grandi navi da
carico, prese nel porto di Brindisi. Su di esse faceva innalzare torrette
a tre piani e, riempitele con molte macchine da guerra e con ogni genere
di armi, le lanciava contro i lavori di sbarramento, che Cesare stava
facendo, per distruggere le zattere e fare azione di disturbo. Così ogni
giorno da entrambe le parti si combatteva da lontano con fionde, frecce e
altri tipi d'arma. Cesare, pur dirigendo queste operazioni, non credeva
tuttavia che si dovessero interrompere le trattative di pace. Sebbene si
stupisse molto che Magio, inviato a Pompeo con le sue proposte, non gli
venisse rimandato e sebbene i reiterati tentativi di pace rallentassero il
suo slancio e i suoi piani, tuttavia giudicava di dovere perseverare con
ogni mezzo in quel proposito. E così manda il luogotenente Caninio Rebilo,
intimo e parente di Scribonio Libone, a parlare con costui; gli affida
l'incarico di esortare Libone a essere mediatore di pace; chiede sopra
tutto di potere avere un colloquio con Pompeo; sottolinea di avere piena
fiducia che, se ciò sarà possibile, si metterà fine alla guerra con giuste
trattative; fa presente che, se si porrà fine alle armi per
l'intercessione e l'intervento di Libone, egli conseguirà grande parte di
gloria e onore. Libone, dopo l'abboccamento con Caninio, parte per andare
da Pompeo. Poco dopo riferisce che, essendo andati via i consoli, senza di
essi non è possibile iniziare una trattativa. E così Cesare, dopo avere
troppe volte invano tentato di giungere alla pace, ritiene di dovere
finalmente abbandonare tale proposito e pensare alla guerra.

27

Cesare ha quasi terminato metà dei suoi lavori, gli erano serviti nove
giorni, quando fanno ritorno a Brindisi, rimandate dai consoli, le navi
che avevano trasportato a Durazzo la prima parte dell'esercito. Pompeo, o
scoraggiato dai lavori di Cesare o perché sin da subito aveva deciso di
lasciare l'Italia, all'arrivo delle navi incomincia a preparare la
partenza e, per ritardare con più facilità l'attacco di Cesare, fa murare
le porte per evitare che i soldati, al momento stesso della partenza,
facciano irruzione in città, fa barricare le vie e le piazze, fa scavare
fosse attraverso le vie e vi fa collocare pali e tronchi con la punta
aguzza. Livella il terreno facendo coprire i buchi con terra e sottili
graticci; infine con grandissime travi dalla punta aguzza, fissate al
suolo, sbarra le vie d'accesso e le due strade che al di qua delle mura
portavano al porto. Fatti questi preparativi, ordina ai soldati di
imbarcarsi in silenzio; dispone poi sulle mura e sulle torri a distanza
gli uni dagli altri soldati armati alla leggera, scegliendoli fra gli
arcieri e i frombolieri richiamati in servizio. Dà disposizione che si
ritirino a un segnale convenuto, quando tutti i soldati si sono imbarcati:
e lascia loro, in un posto di facile accesso, imbarcazioni leggere e
veloci.

28

Gli abitanti di Brindisi, risentiti per il comportamento sprezzante di
Pompeo e per i soprusi dei suoi soldati, stavano dalla parte di Cesare. E
così, venuti a sapere della partenza di Pompeo, mentre tutti correvano qua
e là impegnati in quel preparativo, mandavano ovunque segnali dai tetti.
Cesare, venuto a conoscenza di ciò che accadeva grazie a loro, dà ordine
di preparare delle scale e di armare i soldati, per non perdere
l'opportunità di intervenire. Pompeo sul fare della notte salpa. I soldati
che erano stati posti di guardia sulle mura vengono richiamati al segnale
convenuto e, per il percorso stabilito, si precipitano sulle navi. I
soldati, collocate le scale, salgono sulle mura, ma avvertiti dagli
abitanti di Brindisi di fare attenzione alla palizzata nascosta e alle
fosse, si fermano e, guidati da loro su un percorso più lungo, arrivano al
porto e, raggiunte con barche e zattere due navi piene di soldati che si
erano incagliate sul molo fatto costruire da Cesare, se ne impadroniscono.

29

Cesare, pur ritenendo di grande importanza per il compimento della sua
impresa riunire una flotta, attraversare il mare e inseguire Pompeo prima
che costui potesse fare affidamento su aiuti di oltre mare, temeva
tuttavia la lentezza di quella operazione, che necessitava di gran tempo,
poiché Pompeo gli aveva tolto per il momento la possibilità di inseguirlo
avendo egli già fatto incetta di tutte le navi. Non rimaneva che attendere
le navi provenienti dalle più lontane regioni della Gallia e del Piceno e
dallo stretto di Messina. E, data la stagione, la cosa sembrava lunga e
difficile. Inoltre Cesare non voleva che, durante la sua assenza, si
rinforzassero l'esercito veterano di Pompeo e le due Spagne, una delle
quali era molto legata a Pompeo per i grandissimi favori ricevuti, che
venissero organizzate truppe ausiliarie e una cavalleria e che si cercasse
di sollevare l'Italia e la Gallia.

30

E così per il momento Cesare tralascia di inseguire Pompeo; decide di
partire alla volta della Spagna; ordina ai duumviri di ogni municipio di
procurarsi delle navi e farle pervenire a Brindisi. Manda in Sardegna con
una legione il luogotenente Valerio, in Sicilia il propretore Curione con
tre legioni; gli ordina, non appena presa la Sicilia, di trasportare
subito in Africa l'esercito. M. Cotta governava la Sardegna, M. Catone la
Sicilia; l'Africa era toccata in sorteggio a Tuberone. Gli abitanti di
Cagliari,di propria iniziativa, non appena seppero che da loro era stato
inviato Valerio, e prima ancora che egli lasci l'Italia, cacciano dalla
città Cotta. Costui, atterrito perché capiva che tutta la provincia la
pensava allo stesso modo, fugge dalla Sardegna in Africa. In Sicilia
Catone faceva riparare vecchie navi da guerra, e ne richiedeva delle nuove
alle città. Lavorava con grande impegno. In Lucania e nel Bruzzio faceva
leve di cittadini romani tramite i suoi luogotenenti; esigeva dalle città
della Sicilia un certo numero di cavalieri e fanti. Quando queste
operazioni erano quasi compiute, Catone, venuto a conoscenza dell'arrivo
di Curione, in una adunanza pubblica si lamenta di essere stato
abbandonato e tradito da Cn. Pompeo che, senza alcun preparativo, aveva
intrapreso senza necessità una guerra e, alle sue domande e a quelle del
senato, aveva assicurato di avere preparato e predisposto tutto all'uopo.
Dopo essersi così lamentato in assemblea, fugge via dalla provincia.

31

Approfittando dell'assenza di governo, con l'esercito Valerio sbarca in
Sardegna, Curione in Sicilia. Quando Tuberone giunge in Africa, trova al
governo di questa provincia Azzio Varo; costui, perse le truppe presso
Osimo, come si è detto, subito dopo la fuga era sbarcato in Africa e,
trovatala senza governatore, di sua testa se ne era impadronito e, fatte
le leve, aveva messo insieme due legioni; esperto com'era dei luoghi e
degli uomini, pratico della provincia trovò facilmente il modo di
intraprendere tali imprese, poiché pochi anni prima, dopo la pretura, ne
aveva ottenuto il governo. Varo impedisce l'accesso al porto e alla città
a Tuberone che con le navi si avvicinava a Utica, non gli consente neppure
lo sbarco del figlio malato, ma lo costringe a levare le ancore e ad
allontanarsi da quella zona.

32

Fatto questo, Cesare, volendo usare il tempo che gli rimaneva per fare
riposare i soldati, li conduce nei municipi più vicini; egli invece si
dirige alla volta di Roma. Convoca il senato ed espone le ingiurie
arrecategli dagli avversari. Dichiara di non avere cercato nessun potere
illegittimo, ma, dopo avere atteso il tempo stabilito dalla legge per il
consolato, di essere stato pago di questa carica che era concessa a tutti
i cittadini. Ricorda che, nonostante l'opposizione dei suoi avversari e la
resistenza violentissima di Catone, il quale secondo una sua antica
abitudine guadagnava giorni e giorni tirando per le lunghe con i suoi
discorsi, al tempo del consolato di Pompeo era stato proposto da dieci
tribuni che si tenesse conto della sua candidatura, pur se egli era
assente: se Pompeo fosse stato contrario alla proposta, perché avrebbe
permesso che essa venisse presentata? E se era favorevole, perché avrebbe
impedito che egli si servisse di tale beneficio voluto dal popolo? Fa
notare la sua tolleranza, avendo egli per primo chiesto il congedo degli
eserciti, mostrandosi con tale proposta disposto a perdere dignità e
onore. Mette in luce l'accanimento degli avversari che rifiutano di fare
ciò che pretendono dagli altri e preferiscono porre tutto quanto a
soqquadro piuttosto che lasciare potere ed esercito. Fa notare l'ingiuria
a lui arrecata togliendogli le legioni, la crudeltà e l'insolenza nel
limitare il potere dei tribuni; ricorda le proposte di pace che egli ha
avanzato, gli abboccamenti richiesti e rifiutati. In nome di ciò prega e
chiede ai senatori di assumere il governo e amministrare la cosa pubblica
insieme a lui. Ma se essi fuggono per timore, dichiara di non avere
intenzione di sottrarsi a questo onere: di governare da solo lo stato.
Sostiene che è opportuno mandare ambasciatori a Pompeo per trattare un
accordo e dichiara di non temere ciò che poco prima Pompeo aveva detto in
senato, cioè che a quelli ai quali si inviano ambasciatori si attribuisce
autorità e che il mandarli è segno della paura di chi li manda. Queste
affermazioni sono opinioni di chi è piccolo e debole. Egli invero, come ha
cercato di primeggiare con le sue imprese, così vuole essere superiore per
giustizia ed imparzialità.

33

Il senato approva la proposta di mandare ambasciatori, ma non si trovava
chi mandare e, sopra tutto, ciascuno rifiutava, per timore, questo
incarico di ambasciatore. Pompeo infatti, allontanandosi dalla città,
aveva detto in senato che avrebbe considerato alla stessa stregua coloro
che fossero rimasti a Roma o che fossero stati nell'accampamento di
Cesare. Così si perdono tre giorni in dispute e rifiuti. Gli avversari di
Cesare sobillano anche il tribuno della plebe Lucio Metello per mandare in
lungo la cosa e impedire quanto altro Cesare avesse deciso di fare.
Cesare, venuto a conoscenza di tale piano, dopo avere invano perduto
alcuni giorni, per non sprecare il tempo che gli rimaneva, parte da Roma e
giunge nella Gallia Ulteriore.

34

Quando vi giunge, viene a sapere che Pompeo aveva mandato in Spagna
Vibullio Rufo che egli, pochi giorni prima, aveva fatto prigioniero a
Corfinio e poi lasciato andare; e che Domizio era parimenti partito per
occupare Marsiglia con sette navi molto veloci che aveva sequestrato a
cittadini privati nell'isola del Giglio e nel territorio di Cosa,
equipaggiate con servi, liberti e suoi contadini; che prima erano stati
mandati a Marsiglia in qualità di ambasciatori dei giovani nobili
marsigliesi che Pompeo, nel lasciare Roma, aveva esortato a non
dimenticare gli antichi suoi benefici per quelli di recente ricevuti da
Cesare. Accolto questo invito, i Marsigliesi avevano chiuso le porte a
Cesare; avevano chiamato presso di loro gli Albici, gente barbara che fin
dai tempi antichi era sotto la loro protezione e abitava le montagne sopra
Marsiglia; avevano fatto venire grano in città dai paesi vicini e da tutti
i castelli; avevano predisposto in città fabbriche di armi; riparavano le
mura, le porte, la flotta.

35

Cesare convoca presso di sé i quindici notabili di Marsiglia. Porta avanti
con loro trattative affinché i Marsigliesi non diano origine alla guerra;
ricorda che loro dovere è seguire l'esempio autorevole di tutta l'Italia
più che obbedire alla volontà di uno solo. Ricorda loro le altre ragioni
che crede utili a farli rinsavire. I quindici notabili, dopo avere
riferito il discorso di Cesare ai concittadini, così gli rispondono in
loro nome: comprendono che il popolo romano è diviso in due partiti, non
compete loro né sono in grado di stabilire quale dei due partiti difenda
una causa più giusta. Capi di queste fazioni sono Cn. Pompeo e C. Cesare,
entrambi protettori della città: uno ha ceduto loro pubblicamente i
territori dei Volci Arecomici e degli Elvi, l'altro ha loro assegnati come
tributari i Salii vinti in guerra e ha aumentato i proventi. Pertanto,
dinanzi a uguali benefici, devono pagare un uguale tributo di
riconoscenza, e non aiutare l'uno contro l'altro né accogliere (i
contendenti) in città o nel porto.

36

Durante questi colloqui, Domizio giunge con le navi a Marsiglia e, accolto
dai Marsigliesi, viene messo a capo della città; a lui è affidata la
suprema direzione della guerra. Al suo comando la flotta viene inviata
ovunque; si impossessano delle navi onerarie ove possono e le conducono in
porto; si servono di quelle poche provviste di ferro, legname o altri
attrezzi per riparare e armare le altre; raccolgono nei magazzini dello
stato il frumento che viene trovato; mettono in serbo altri tipi di merce
e vettovaglie da utilizzare nel caso di un assedio della città. Cesare,
mosso da tali affronti, conduce tre legioni davanti a Marsiglia; ordina la
costruzione di torri e casotti mobili per l'assedio della città, ad Arles
fa costruire dodici navi da guerra. Esse vengono costruite e armate dopo
soli trenta giorni dal taglio del legname; condotte a Marsiglia, Cesare le
pone sotto il comando di D. Bruto e lascia il suo luogotenente C. Trebonio
all'assedio della città.

37

Mentre porta avanti e dirige questi preparativi, manda innanzi in Spagna
il luogotenente C. Fabio con tre legioni, che aveva lasciato a svernare a
Narbona e dintorni, e ordina che siano occupati in breve tempo i passi dei
Pirenei, che al momento teneva con dei presidi il luogotenente pompeiano
L. Afranio. Ordina alle altre legioni, che svernavano più lontano, di
seguire Fabio, che, secondo gli ordini, ha rapidamente scacciato il
presidio dai passi pirenei e, a marce forzate, si è diretto contro
l'esercito di Afranio.

38

All'arrivo di L. Vibullio Rufo, che come si è detto era stato mandato in
Spagna da Pompeo, Afranio, Petreio e Varrone, luogotenenti di Pompeo, dei
quali il primo controllava con tre legioni la Spagna Citeriore, il
secondo, con due legioni, quella Ulteriore dal valico di Castulo all'Anas,
il terzo, con un uguale numero di legioni, a partire dall'Anas il
territorio dei Vettoni e la Lusitania, si dividono tra di loro i compiti:
Petreio, dalla Lusitania attraverso il territorio dei Vettoni, si deve
congiungere, insieme con tutte le milizie, con Afranio, Varrone con le
legioni in suo possesso deve difendere tutta la Spagna Ulteriore.
Stabilito ciò, Petreio fa richiesta di cavalieri e truppe ausiliarie a
tutta la Lusitania, Afranio alla Celtiberia, ai Cantabri e a tutti i
barbari confinanti con l'Oceano. Radunate queste forze, Petreio, passando
per il territorio dei Vettoni, raggiunge in breve tempo Afranio; per
comune accordo stabiliscono di condurre le operazioni di guerra presso
Ilerda, a causa della sua posizione strategica.

39

Come prima si è detto, le legioni di Afranio erano tre, quelle di Petreio
due; inoltre le coorti provenienti dalla Spagna Citeriore, armate di
scudo, e dalla Spagna Ulteriore, armate di scudo leggero, erano circa
trenta e i cavalieri provenienti da entrambe le province erano circa
cinquemila. Cesare aveva inviato in Spagna sei legioni, circa seimila
fanti ausiliari, tremila cavalieri, che aveva avuto con sé in guerre
precedenti, e un uguale numero provenienti dalla Gallia che aveva
pacificato, arruolando con chiamate nominali i più nobili e valorosi di
tutte le città; duemila uomini del nobile popolo degli Aquitani e di
quello che abita le montagne che confinano con la Gallia. Aveva sentito
dire che Pompeo si dirigeva in Spagna con le legioni passando per la
Mauritania e che vi sarebbe giunto in breve tempo. Subito prese in
prestito denaro dai tribuni dei soldati e dai centurioni e lo distribuì
all'esercito. Con tale iniziativa ottenne due risultati: con tale debito
vincolò la volontà dei centurioni e con l'elargizione riconquistò il
favore dei soldati.

40

Fabio, con lettere e messaggeri, tentava di guadagnarsi le simpatie delle
popolazioni vicine. Aveva fatto costruire sul fiume Segre due ponti
distanti fra loro quattro miglia. Attraverso questi ponti mandava a fare
rifornimenti, poiché nei giorni precedenti era stato consumato tutto ciò
che era al di qua del fiume. La stessa cosa, e per il medesimo motivo,
facevano i comandanti dell'esercito di Pompeo e spesso entrambi si
scontravano con attacchi di cavalleria. Un giorno che due legioni di
Fabio, uscite come di consueto per presidiare quelli che andavano in cerca
di viveri, avevano attraversato il fiume dal ponte più vicino, seguite da
tutta la cavalleria e dai carri, all'improvviso per la violenza dei venti
e la piena del fiume il ponte fu interrotto e una gran parte della
cavalleria fu tagliata fuori. Petreio e Afranio vennero a conoscenza della
cosa, poiché terra e graticci venivano trascinati dalla corrente. Subito
Afranio, attraverso il suo ponte che congiungeva la città con il suo
accampamento fece passare quattro legioni e tutta la cavalleria muovendo
contro le due legioni di Fabio. Alla notizia del suo arrivo, L. Planco,
che era a capo delle legioni, costretto dalla necessità occupa una zona
elevata e schiera i soldati su due fronti per non essere circondato dalla
cavalleria. Così, venuto alle mani, pur con forze impari, sostiene
l'impetuoso assalto di legioni e cavalieri. Quando i cavalieri hanno dato
inizio alla battaglia, si scorgono da lontano, da entrambe le parti, le
insegne delle due legioni che C. Fabio aveva mandato in aiuto ai nostri
dal ponte più lontano, sospettando che sarebbe accaduto ciò che avvenne,
cioè che i comandanti nemici mettessero a frutto la situazione e l'aiuto
della Fortuna per assalire i nostri. Al loro arrivo la battaglia viene
troncata e i due comandanti riconducono le loro legioni nell'accampamento.

41

Due giorni dopo, Cesare con novecento cavalieri che si era tenuto di
scorta giunge nell'accampamento. Il ponte, interrotto per la tempesta, era
quasi rifatto; diede ordine che fosse completato nella notte. Studiata la
natura dei luoghi, lascia di scorta al ponte e all'accampamento sei
legioni e tutto il bagaglio; il giorno dopo, con tutte le milizie
schierate su tre file, parte per Ilerda e si ferma sotto l'accampamento di
Afranio e lì per un po' indugiando in armi offre occasione di battaglia in
una posizione favorevole. Presentatasi l'occasione, Afranio conduce fuori
le truppe e si ferma a metà del colle sotto l'accampamento. Cesare, come
vide che dipendeva da Afranio se non si attaccava battaglia, ordina di
porre l'accampamento a circa quattrocento passi dai piedi del monte e,
affinché i soldati durante le operazioni di lavoro non fossero sorpresi da
improvvisi assalti dei nemici e distolti dal lavoro, proibì che si
facessero fortificazioni con bastioni, che dovevano necessariamente essere
di alte dimensioni e visibili da lontano, ma diede ordine che venisse
scavata, di fronte al nemico, una fossa di quindici piedi. La prima e la
seconda fila rimaneva in armi, come era stata schierata dall'inizio;
dietro di loro la terza schiera, di nascosto, portava avanti il lavoro.
Così tutto fu completato prima che Afranio comprendesse che l'accampamento
veniva fortificato. Verso sera Cesare ritira le legioni al di qua di
questa fossa e qui, in armi, trascorre tranquillamente la notte seguente.

42

Il giorno dopo trattiene tutto l'esercito al di qua del fossato e, poiché
si doveva cercare alquanto lontano materiale per la trincea, ordina per il
momento lavori simili a quelli del giorno prima; assegna alle singole
legioni la fortificazione dei singoli lati dell'accampamento e dà ordine
che si scavino fosse della medesima larghezza. Afranio e Petreio, per
seminare scompiglio e impedire i lavori, fanno avanzare le loro milizie
fino alle più basse pendici del monte e provocano a battaglia; ma nemmeno
per questo Cesare interrompe i lavori, confidando nell'aiuto delle tre
legioni e nella difesa della fossa. Quelli, dopo essersi fermati non a
lungo e senza spingersi troppo lontano dai piedi del colle, riconducono le
milizie nell'accampamento. Il terzo giorno Cesare fortifica l'accampamento
con una palizzata e dà ordine che siano ivi condotti i bagagli e le coorti
che aveva lasciato nell'accampamento precedente.

43

Vi era tra la città di Ilerda e il colle vicino, dove Petreio e Afranio
avevano l'accampamento, una pianura di circa trecento passi; quasi nel
punto intermedio vi era una modesta altura. Cesare sperava che, se se ne
fosse impossessato e l'avesse fortificata, avrebbe tagliato fuori gli
avversari dal ponte, dalla città e da tutte le vettovaglie in essa
accumulate. Con questa speranza conduce fuori dall'accampamento tre
legioni e, disposte le file di battaglia in luoghi idonei, ordina
all'avanguardia di una sola legione di avanzare e occupare quel colle. Una
volta che ciò fu noto, le coorti di Afranio che erano di guarnigione
davanti all'accampamento vengono velocemente mandate per una via più breve
a occupare il medesimo luogo. Si giunge a battaglia e, poiché per primi
erano sopraggiunti sul colle i soldati di Afranio, i nostri vengono
respinti e, in seguito all'invio di altri aiuti nemici, vengono costretti
alla fuga e a ritirarsi presso le legioni.

44

La tattica dei soldati di Afranio era di avanzare subito con grande
impeto, prendere audacemente posizione, non conservare le file, combattere
qua e là in piccoli gruppi; se venivano incalzati, giudicavano non
vergognoso ritirarsi e abbandonare la posizione, perché con i Lusitani e
con altri barbari si erano abituati a un metodo rozzo di combattimento;
avviene quasi sempre che ogni soldato risenta delle abitudini dei luoghi
in cui ha servito a lungo. In quell'occasione questa tattica sconvolse i
nostri non avvezzi a quel genere di combattimento; poiché gli avversari
avanzavano di corsa uno a uno, i nostri pensavano di venire attaccati dal
fianco scoperto; avevano inoltre pensato di dovere conservare le proprie
file, non allontanarsi dalle insegne e, senza grave causa, non lasciare
quella posizione che avevano raggiunto. E così per lo scompiglio
dell'avanguardia la legione che si trovava in quell'ala non fu in grado di
tenere la propria posizione e si ritirò sul colle vicino.

45

Cesare, poiché inaspettatamente e insolitamente quasi tutto l'esercito era
in preda allo scompiglio, rincuora i suoi e fa venire loro in aiuto la
nona legione; sbaraglia i nemici che inseguivano i nostri con accanimento
e baldanza e li costringe di nuovo a volgere le spalle e a ritirarsi verso
la città di Ilerda e a fermarsi sotto le mura. Ma i soldati della nona
legione, trasportati dal desiderio di riparare il danno ricevuto,
inseguiti sconsideratamente troppo a lungo i fuggitivi, avanzano in un
luogo sfavorevole e salgono su per il monte dove vi era la città di
Ilerda. Quando poi vogliono ritirarsi da lì, di nuovo i soldati di Afranio
da una posizione più alta li incalzano. Il luogo era scosceso, ripido da
entrambi i lati, e si stendeva tanto in larghezza da essere riempito da
tre coorti schierate, né potevano essere inviati aiuti dai lati né i
cavalieri potevano venire in soccorso a chi si trovava in difficoltà.
Dalla parte della città vi era poi un luogo leggermente declive che si
protraeva in lunghezza per circa quattrocento passi. Da questa parte si
svolgeva la ritirata dei nostri, perché fin là si erano spinti
sconsideratamente mossi dal loro ardore. Si combatteva in questo luogo
sfavorevole sia per la sua angustia sia perché i nostri si erano fermati
proprio alle pendici del monte così che nessun dardo veniva lanciato
invano contro di loro. Tuttavia con il valore e la costanza si facevano
forza e sopportavano colpo su colpo. Le forze nemiche aumentavano e
dall'accampamento, attraverso la città, di continuo venivano inviate
coorti per sostituire soldati stanchi con quelli riposati. Cesare tentava
di operare lo stesso avvicendamento; inviando in zona di battaglia coorti
fresche, faceva ritirare i soldati stanchi.

46

In tal modo si combatté ininterrottamente per cinque ore e i nostri,
siccome erano incalzati troppo massicciamente dal numero degli avversari e
non avevano più giavellotti, si lanciano su per il monte contro le coorti
nemiche a spade sguainate; ne uccidono pochi, ma costringono gli altri a
ripiegare. Spinte le truppe sotto le mura e in parte, per il terrore,
cacciatele nella città, ai nostri fu data facilmente la possibilità di
ritirata. Inoltre, sebbene la nostra cavalleria si fosse fermata in basso
in una zona avvallata, tuttavia tenta, con grandissimo valore, di salire
sul colle e, cavalcando in mezzo alle due schiere, permette ai nostri una
ritirata più facile e sicura. Così si combatté con esito vario. Nel primo
scontro caddero circa settanta dei nostri e fra essi Q. Fulginio, primo
centurione degli astati della legione XIV, il quale era giunto dai gradi
inferiori a quella posizione per il suo valore; i feriti sono più di
seicento. Tra i seguaci di Afranio vengono uccisi T. Cecilio, centurione
del primo manipolo e oltre a lui quattro centurioni e più di duecento
soldati.

47

Ma fu opinione comune a entrambe le parti di essere risultate vincitrici
di questa giornata: quelli di Afranio poiché, sebbene a giudizio di tutti
sembrassero essere inferiori, avevano resistito per così tanto tempo nel
corpo a corpo e avevano sostenuto l'impeto dei nostri e dall'inizio
avevano tenuto la posizione e il colle, e ciò era stato causa di
battaglia, e nel primo attacco avevano costretto i nostri a darsi alla
fuga; i nostri invece poiché avevano retto per cinque ore a una battaglia
in posizione sfavorevole con un numero non pari di forze, poiché erano
saliti sul monte con le spade in pugno, poiché avevano costretto gli
avversari a fuggire da un luogo elevato e li avevano respinti in città. I
soldati di Afranio fortificarono con grandi opere di difesa quella
collinetta per la quale si combatté e vi posero un presidio.

48

Due giorni dopo questi avvenimenti accade una improvvisa disgrazia. Si
scatena infatti un temporale così forte come non mai si diceva fosse
accaduto in quei luoghi. Inoltre su tutti i monti si sciolsero le nevi e
le acque superarono le più alte rive del fiume e in un solo giorno
interruppero entrambi i ponti che C. Fabio aveva fatto costruire. La cosa
recò all'esercito di Cesare grandi difficoltà. Infatti essendo
l'accampamento, come si è detto sopra, tra i due fiumi Sicori e Cinga, per
un tratto di trenta miglia non era possibile passare né l'uno né l'altro e
inevitabilmente tutti erano trattenuti in questo spazio ristretto; le
città che si erano alleate con Cesare non potevano inviargli frumento e
coloro che si erano molto allontanati per cercare foraggio, tagliati fuori
dai fiumi, non potevano fare ritorno e non potevano giungere
all'accampamento i grandi approvvigionamenti provenienti dall'Italia e
dalla Gallia. La stagione, poi, era particolarmente sfavorevole poiché non
vi era frumento nei granai e mancava molto al nuovo raccolto e le città
erano state saccheggiate, poiché Afranio prima dell'arrivo di Cesare aveva
trasportato quasi tutto il frumento a Ilerda; e se ne era rimasto Cesare
lo aveva consumato nei giorni precedenti; le città confinanti, a causa
della guerra, avevano mandato lontano il bestiame che durante la carestia
poteva essere un aiuto alternativo. Coloro che si erano allontanati in
cerca di foraggio e frumento venivano incalzati dai Lusitani armati alla
leggera e dai soldati cetrati della Spagna Citeriore, pratici di quei
luoghi; avevano facilità ad attraversare a nuoto il fiume, poiché secondo
la loro consuetudine non andavano sotto le armi senza otri.

49

Di contro l'esercito di Afranio aveva ogni cosa in abbondanza. Nei giorni
precedenti era stato raccolto e trasportato molto frumento; molto ne
veniva portato da ogni provincia; vi era foraggio in grande quantità. Il
ponte di Ilerda offriva la possibilità di avere senza alcun pericolo tutto
e i luoghi al di là del fiume erano integri nelle loro risorse perché
Cesare non poteva assolutamente raggiungerli.

50

Questa piena durò parecchi giorni. Cesare tentò di ricostruire i ponti, ma
la piena del fiume non lo permetteva e le coorti nemiche disposte lungo la
riva ostacolavano il completamento dei lavori. Era loro facile essere
d'ostacolo sia per la configurazione dello stesso fiume e per la altezza
delle acque sia perché da tutte le rive venivano scagliati dardi in un
solo posto e per di più angusto. Risultava difficile portare a termine i
lavori sul fiume in rapida e contemporaneamente evitare i dardi.

51

Viene comunicato ad Afranio che grandi approvvigionamenti, diretti a
Cesare, erano fermi presso il fiume. Erano qui giunti arcieri ruteni,
cavalieri della Gallia con molti carri e grandi bagagli, come l'uso
gallico richiede. Vi erano inoltre circa seimila uomini di ogni categoria
sociale con i servi e i figli; ma nessun ordine, nessun comando sicuro vi
era, ciascuno agiva secondo il proprio giudizio e tutti procedevano senza
timore, senza disciplina come nei giorni e nelle tappe precedenti. Vi
erano parecchi giovani di nobile famiglia, figli di senatori e di
cavalieri, vi erano ambascerie delle città, vi erano luogotenenti di
Cesare. A tutti costoro la strada era preclusa dalla piena. Afranio con
tutta la cavalleria e tre legioni si muove di notte per annientarli e,
mandati avanti i cavalieri, li assale all'improvviso. Tuttavia la
cavalleria dei Galli si appronta velocemente e attacca battaglia. Finché
il combattimento fu condotto ad armi pari, costoro, pur essendo pochi,
fecero fronte a un gran numero di nemici; ma, quando incominciarono ad
avvicinarsi le insegne delle legioni, perduti pochi soldati, si rifugiano
sui monti vicini. La durata di questa battaglia fu decisiva per la
salvezza dei nostri; infatti, approfittando di questo tempo, si ritirarono
sulle alture. In quel giorno si persero circa duecento sagittari, pochi
cavalieri, un numero non grande di addettial trasporto dei bagagli e non
molte salmerie.

52

Di conseguenza per tutti questi motivi, i prezzi rincararono, rincaro che
di solito diventa pesante non solo per la carestia presente, ma anche per
il timore del futuro. Già il grano per la carestia era salito a cinquanta
denari il moggio e la mancanza di frumento aveva fiaccato le forze dei
soldati e il disagio cresceva di giorno in giorno. E così in pochi giorni
si era verificato un grande cambiamento della situazione e la Sorte era
così peggiorata che i nostri lottavano contro la totale mancanza delle
cose necessarie, mentre i nemici abbondavano di tutto e si ritenevano
superiori. Cesare, dal momento che non vi era abbondanza di frumento,
esigeva dalle città alleate bestiame; inviava alle città più lontane
addetti al trasporto; ed egli si difendeva dalla carestia presente con i
mezzi che poteva.

53

Afranio, Petreio e i loro amici mandavano a Roma ai loro queste notizie,
anzi le amplificavano ed esageravano. Le dicerie accrescevano ancora le
esagerazioni, sicché la guerra sembrava essere quasi terminata. Giunte a
Roma queste lettere e queste notizie, vi era un grande accorrere alla casa
di Afranio e ci si felicitava; molti partivano dall'Italia e andavano da
Cn. Pompeo, alcuni per essere i primi a portare tale notizia, altri per
non sembrare di avere atteso l'esito della guerra ed essere arrivati
ultimi fra tutti.

54

Essendo la situazione così difficile e tutte le vie essendo occupate dai
soldati e dai cavalieri di Afranio e non potendo essere ricostruiti i
ponti, Cesare ordina ai soldati di fabbricare navi di quel tipo che
l'esperienza britannica negli anni passati gli aveva fatto conoscere. Le
chiglie e l'ossatura erano fatte di legno leggero; il rimanente corpo
delle navi era intessuto di vinchi e rivestito di pelli. Quando sono
compiute, di notte le fa portare, con dei carri uniti, a circa ventidue
miglia dall'accampamento e con queste navi trasporta i soldati al di là
del fiume e occupa di sorpresa il colle vicino alla riva. Lo fortifica in
fretta prima che gli avversari se ne accorgano. Poi trasporta qui la
legione e in due giorni, lavorando da entrambi i lati, fa completare il
ponte. E così senza pericolo fa arrivare presso di sé i viveri e coloro
che erano usciti in cerca di frumento, incominciando a rendere più facile
l'approvvigionamento.

55

Nello stesso giorno fece passare il fiume a una gran parte dei cavalieri.
Costoro, assaliti i foraggiatori avversari che non se l'aspettavano e
quelli che stavano qua e là sparsi senza alcun timore, prendono un
grandissimo numero di giumenti e di uomini e, quando vengono mandate in
aiuto le coorti cetrate di Afranio, abilmente si dividono in due gruppi,
gli uni per presidiare la preda, gli altri per fare resistenza a quelli
che sopraggiungevano e per respingerli. E una coorte che temerariamente
davanti a tutte era avanzata oltre la linea di combattimento, isolata
dalle rimanenti, viene circondata e distrutta. I soldati di Cesare,
incolumi, ritornano con una grande preda nell'accampamento attraverso il
medesimo ponte.

56

Mentre si svolgono questi avvenimenti nei pressi di Ilerda, gli abitanti
di Marsiglia, valendosi del consiglio di L. Domizio, armano diciassette
navi da guerra, delle quali undici erano coperte. A queste aggiungono
molte piccole barche per incutere col numero stesso terrore alla nostra
flotta. Imbarcano un gran numero di sagittari e di Albici, dei quali si è
parlato prima, e li incitano con promesse di premi. Domizio si riserva un
determinato numero di navi e le equipaggia di coloni e pastori che si era
portato appresso. E così allestita la flotta di ogni cosa, con grande
baldanza si dirigono verso le nostre navi comandate da D. Bruto e ancorate
presso l'isola che si trova di fronte a Marsiglia.

57

Bruto si trovava in grande inferiorità per il numero di navi, ma Cesare
aveva assegnato alla sua flotta uomini valorosissimi scelti fra tutte le
legioni, alfieri e centurioni che avevano fatto richiesta di tale
incarico. Costoro avevano preparato ramponi e raffi di ferro e si erano
armati con un gran numero di giavellotti, aste e armi di altro tipo. Così,
venuti a conoscenza dell'arrivo dei nemici, traggono fuori dal porto le
loro navi e attaccano battaglia con i Marsigliesi. Da entrambe le parti si
combatté con grande coraggio e accanimento; e gli Albici, fieri montanari
abituati alle armi, non erano molto inferiori ai nostri per valore.
Costoro da poco tempo si erano separati dai Marsigliesi e conservavano nel
cuore le loro recenti promesse, e i pastori di Domizio, eccitati dalla
speranza di libertà, si sforzavano di dare prova del loro valore sotto gli
occhi del padrone.

58

Gli stessi Marsigliesi, confidando nella velocità delle navi e
nell'abilità dei timonieri, si prendevano gioco dei nostri e schivavano i
loro assalti e, finché era loro possibile prendere il largo, estesa per un
tratto più ampio la linea del combattimento, si sforzavano di circondare i
nostri o di assalire a una a una le nostre navi con un gran numero di loro
navi o, se era possibile, di affiancarsi e rompere i remi. Quando poi non
potevano fare a meno di venire abbordati, messa da parte l'arte e le
astuzie dei piloti, facevano ricorso al valore dei montanari. I nostri non
solo avevano rematori meno addestrati e nocchieri meno accorti, che erano
stati presi in gran fretta dalle navi da carico e non avevano ancora
imparato il vocabolario tecnico degli attrezzi, ma erano anche impediti
dalla lentezza e dal peso delle navi. Erano infatti state costruite in
fretta con legname non stagionato e non avevano lo stesso vantaggio della
celerità. E così pur di avere modo di combattere da vicino, volentieri si
scagliavano con una singola nave contro due e, lanciate le mani di ferro,
tenendo ferme entrambe le navi, combattevano da una parte e dall'altra,
arrembando le navi dei nemici. Uccidono un gran numero di Albici e di
pastori, affondano parte delle navi, ne catturano alcune con l'equipaggio,
ricacciano nel porto le altre. In quel giorno andarono perdute nove navi
marsigliesi, comprese quelle catturate.

59

Nei pressi di Ilerda viene riferita a Cesare questa prima buona notizia e
contemporaneamente, completato anche il ponte, la sorte in breve tempo
muta. Gli avversari, sconvolti dal valore della cavalleria, si muovevano
con minore libertà e audacia; talora, senza allontanarsi troppo
dall'accampamento per assicurare una pronta ritirata, si procuravano
foraggio in spazi ristretti, talora, con un giro assai lungo, cercavano di
evitare le sentinelle e i posti di guardia della cavalleria o, quando
ricevevano qualche danno o vedevano da lontano la cavalleria, trovandosi a
mezza strada, gettavano i bagagli e si davano alla fuga. Alla fine avevano
stabilito di sospendere per parecchi giorni il foraggiamento e di andare
in cerca di foraggio di notte contrariamente all'abitudine di tutti.

60

Frattanto gli Oscensi e i Calagurritani, che erano tributari degli
Oscensi, inviano a Cesare ambasciatori e promettono di eseguire i suoi
comandi. Li seguono i Tarragonesi, gli Iacetani, gli Ausetani e, pochi
giorni dopo, gli Ilergaoni, che confinano con il fiume Ebro. A tutti
costoro Cesare chiede forniture di frumento. Le promettono e, requisite da
ogni parte tutte le bestie da soma, le trasportano nell'accampamento.
Anche una coorte degli Ilergaoni, conosciuta la decisione della loro
città, passa dalla parte di Cesare, togliendo le insegne dal posto di
guardia afraniano per portarle nel suo campo. In breve tempo un grande
mutamento della situazione: completato il ponte, ottenuta l'amicizia di
cinque grandi città, risolto il problema del vettovagliamento, cessate le
voci sulle legioni che si dicevano venire in aiuto, condotte da Pompeo,
passando per la Mauritania; molte popolazioni, anche alquanto lontane,
abbandonano Afranio e si alleano con Cesare.

61

Mentre gli animi degli avversari erano atterriti da questi eventi, Cesare,
per non dovere sempre fare transitare la cavalleria per il ponte con un
lungo giro, trovato un luogo idoneo, fece costruire parecchie fosse larghe
trenta piedi con le quali deviare una parte del fiume Sicori e creare un
guado in questo fiume. Quasi terminati questi lavori, Afranio e Petreio
sono colti dal grande timore di essere completamente tagliati fuori dai
rifornimenti di frumento e foraggio, poiché Cesare era molto forte nella
cavalleria. Così essi stessi decidono di lasciare quei luoghi e trasferire
in Celtiberia l'azione bellica. Veniva in appoggio a questa decisione
anche il fatto che delle due opposte fazioni che nella guerra precedente
avevano parteggiato per Q. Sertorio, le popolazioni vinte temevano il nome
e il potere di Pompeo, benché lontano, quelle che erano rimaste
nell'alleanza, colmate di grandi benefici, lo amavano, mentre il nome di
Cesare fra quelle popolazioni barbare risultava alquanto poco noto. Qui in
Celtiberia speravano in un gran numero di cavalieri e di truppe ausiliarie
e, su un territorio a loro favorevole, pensavano di potere trascinare la
guerra fino al periodo invernale. Presa questa decisione danno ordine di
radunare le navi reperite lungo tutto il corso del fiume Ebro e di
condurle a Octogesa, città sulla riva del fiume a venti miglia
dall'accampamento. Presso questa località ordinano di costruire un ponte
di navi; conducono due legioni al di là del fiume Sicori e fortificano
l'accampamento con un vallo di dodici piedi.

62

Venuto a conoscenza della cosa tramite esploratori, Cesare, con durissimo
lavoro dei soldati, senza posa di giorno e di notte, era giunto a tal
punto nel deviare il fiume, che i cavalieri, sebbene con difficoltà e a
stento, potevano tuttavia osarne l'attraversamento, ma i fanti stavano
fuori solo con le spalle e la parte superiore del petto ed erano
ostacolati nel passaggio dall'altezza delle acque e talora anche dalla
rapidità delle correnti. Ma tuttavia quasi nel medesimo tempo veniva
diffusa la notizia che il ponte sull'Ebro era quasi completato e che si
era trovato un guado nel Sicori.

63

Allora invero più che mai i nemici pensavano di dovere affrettare la
partenza. E così lasciate due coorti ausiliarie di guardia a Ilerda, con
tutte le milizie attraversano il Sicori e si uniscono alle due legioni che
l'avevano passato nei giorni precedenti. A Cesare non rimaneva che
molestare e assalire con la cavalleria la schiera nemica. Infatti il
passaggio sul suo ponte prevedeva un lungo giro, mentre i nemici potevano
giungere all'Ebro con un tragitto più breve. I cavalieri inviati da Cesare
attraversano il fiume e, quando intorno alla mezzanotte Afranio e Petreio
iniziano la marcia, si mostrano all'improvviso alla retroguardia nemica e,
sparsisi in gran numero all'intorno, incominciano a creare ostacoli e a
impedire la marcia.

64

Allo spuntare del giorno dalle alture vicine all'accampamento di Cesare si
scorgeva la retroguardia nemica, violentemente incalzata dagli attacchi
della nostra cavalleria, talora resistere e talora venire sbaragliata;
altre volte i nemici muovevano all'assalto e, con l'impeto di tutte le
coorti insieme, facevano indietreggiare i nostri, poi di nuovo i nostri
inseguivano i nemici dopo averli costretti a fare cambiamento di fronte.
In tutto l'accampamento poi si formavano capannelli di soldati che si
lagnavano che Cesare si lasciasse sfuggire di mano il nemico e che la
guerra di conseguenza andasse troppo per le lunghe. Si rivolgevano ai
tribuni dei soldati e ai centurioni a pregarli che per mezzo loro Cesare
venisse informato di non badare alle loro fatiche o pericoli: essi erano
pronti, erano in grado e osavano attraversare il fiume nel punto in cui
era stata fatta passare la cavalleria. Incoraggiato dalle loro voci e dal
loro ardore, Cesare, pur temendo di esporre l'esercito alla piena di un
fiume tanto grande, giudica tuttavia opportuno rischiare e fare il
tentativo. Ordina pertanto di selezionare fra tutte le compagnie i soldati
più deboli il cui coraggio e forza sembravano non essere all'altezza
dell'impresa. Lascia costoro con una legione a guardia dell'accampamento;
conduce fuori le rimanenti legioni senza bagagli e, posto un grande numero
di bestie da tiro e da soma al di sopra e al di sotto del guado, fa
attraversare all'esercito il fiume. A pochi di questi soldati le armi
furono portate via dalla corrente; vengono raccolti e sostenuti dalla
cavalleria; nessuno tuttavia perde la vita. Fatto passare incolume
l'esercito, Cesare schiera le milizie e incomincia a condurre avanti
l'esercito disposto su tre file. E nei soldati tanto fu l'ardore che,
nonostante l'allungamento della marcia con un giro di sei miglia e il
lungo indugio nel guadare il fiume, prima delle tre del pomeriggio
raggiunsero quelli che erano usciti dall'accampamento dopo la mezzanotte.

65

Quando Afranio con Petreio li scorse di lontano e li riconobbe, atterrito
dalla situazione inaspettata, si fermò nei luoghi più elevati e schierò
l'esercito in ordine di battaglia. Cesare lascia riposare l'esercito in
pianura per non esporlo stanco al combattimento. Insegue e cerca di
trattenere il nemico che tenta di nuovo di riprendere il cammino. I nemici
sono costretti ad accamparsi prima di quanto avevano stabilito. Infatti le
montagne erano a ridosso e a distanza di cinque miglia li attendevano
strade difficili e strette. Desideravano entrare fra questi monti per
sfuggire alla cavalleria di Cesare e, dopo avere posto presidi nelle zone
più anguste, impedire l'avanzata del suo esercito e potere essi stessi
senza pericolo e paura condurre le milizie al di là dell'Ebro. Essi
dovevano tentare e portare a termine a ogni costo tale operazione; ma
stanchi per il combattimento di tutto il giorno e per la fatica del
cammino rimandarono al giorno successivo il progetto. Anche Cesare pone
l'accampamento su un colle vicino.

66

Intorno alla mezzanotte, Cesare viene informato dai soldati di Afranio che
si erano allontanati per procurare acqua ed erano stati catturati dalla
cavalleria, che i capi nemici in silenzio facevano uscire le truppe
dall'accampamento. Conosciuta la mossa, fa dare il segnale d'allarme e fa
gridare, secondo il costume militare: "Ai bagagli". Gli Afraniani, sentito
chiaramente il baccano, temendo di essere costretti a combattere di notte
impacciati dal peso del bagaglio o di rimanere chiusi dalla cavalleria di
Cesare nelle zone anguste, interrompono la marcia e trattengono le truppe
nell'accampamento. Il giorno dopo Petreio con pochi cavalieri va a
esplorare di nascosto il territorio. Dall'accampamento di Cesare si fa
altrettanto. Viene mandato L. Decidio Saxa con pochi soldati a osservare
la natura del luogo. Entrambi riferiscono ai loro la medesima notizia: le
prime cinque miglia di strada sono in pianura, vengono quindi luoghi aspri
e montuosi; l'esercito che per primo avesse occupato questi passi angusti
avrebbe senza difficoltà tenuto lontano di qui il ne-mico.

67

Petreio e Afranio in un consiglio di guerra discutono per fissare il
momento migliore per la partenza. I più proponevano che si marciasse di
notte: si poteva giungere alle gole prima che i Cesariani se ne
accorgessero. Altri, tirando in ballo che la notte precedente era stato
dato l'allarme nell'accampamento di Cesare, sostenevano che non si poteva
partire di nascosto. Dicevano che la cavalleria di Cesare di notte
s'aggirava nei dintorni e presidiava ogni luogo e via; sostenevano che si
dovevano evitare combattimenti notturni, poiché un soldato spaventato in
una guerra civile di solito dà ascolto più alla paura che al giuramento.
Ma la luce del giorno da sola sollecita un senso di vergogna, perché si
agisce davanti agli occhi di tutti; molta vergogna arreca anche la
presenza dei tribuni e dei centurioni. Tutto ciò, di solito, fa sì che i
soldati facciano il loro dovere. Perciò, a ogni costo, dovevano aprirsi un
passaggio; anche a prezzo di qualche perdita si sarebbe salvato il grosso
dell'esercito e si sarebbe potuta raggiungere la postazione desiderata.
Nel consiglio prevale questo parere e stabiliscono di partire il giorno
dopo all'alba.

68

Cesare, fatti esplorare i luoghi, all'alba conduce tutte le milizie fuori
dall'accampamento e fa loro fare un lungo giro senza un percorso
prestabilito. Infatti le strade che conducevano all'Ebro e a Octogesa
erano in possesso dei nemici che vi avevano posto di fronte
l'accampamento. Cesare doveva quindi attraversare valli molto estese e
inaccessibili, in molte parti rocce scoscese impedivano il passaggio
sicché era necessario passare le armi di mano in mano e i soldati
avanzavano per gran tratto gli uni tirando su gli altri disarmati. Ma
nessuno rifiutava questa fatica poiché pensavano che, se avessero potuto
impedire al nemico di passare l'Ebro e privarlo del frumento, quella
sarebbe stata la fine di tutte le fatiche.

69

In principio i soldati di Afranio uscivano lieti fuori dall'accampamento a
osservare e accompagnavano i nostri con grida di oltraggio: gridavano che
erano costretti a fuggire e a ritornare a Ilerda per mancanza di viveri.
Infatti la marcia era all'opposto della meta proposta e sembrava che si
procedesse in direzione contraria. I loro comandanti invero elogiavano la
decisione dei soldati di essere rimasti nell'accampamento e molto
rinforzava la loro opinione il vedere marciare i nostri senza giumenti e
bagagli; erano pertanto convinti che i nostri non potevano sopportare più
a lungo la mancanza di viveri. Ma quando videro che a poco a poco la
schiera si voltava verso destra e si accorsero che ormai i primi
superavano la linea del loro accampamento, non vi fu nessuno così pigro o
così scansafatiche da non pensare che si doveva subito uscire
dall'accampamento e correre ai ripari. Si grida "all'armi!" e, lasciate lì
poche coorti di presidio, tutte le milizie escono e marciano direttamente
verso l'Ebro.

70

La contesa fra chi per primo avrebbe preso possesso delle gole e dei monti
dipendeva tutta dalla velocità, ma le difficoltà delle strade facevano
ritardare l'esercito di Cesare, mentre la sua cavalleria ostacolava le
truppe di Afranio inseguendole. Tuttavia per i seguaci di Afranio la
situazione era giunta a tale nodo cruciale che, se per primi avessero
occupato i monti verso i quali si dirigevano, essi stessi avrebbero
evitato il pericolo, ma non avrebbero potuto salvare i bagagli di tutto
l'esercito e le coorti lasciate nell'accampamento; isolati dall'esercito
di Cesare, non avrebbero potuto in nessun modo ricevere aiuto. Cesare
giunse per primo e, trovata una pianura oltre le grandi rupi, qui schierò
contro il nemico l'esercito in ordine di battaglia. Afranio, poiché la sua
retroguardia era incalzata dalla cavalleria, vedendo davanti a sé il
nemico, trovato un colle vi si fermò. Da questo punto invia quattro coorti
cetrate sul monte che appariva il più alto di tutti. Dà l'ordine di andare
a occuparlo di corsa con l'intenzione di dirigervisi egli stesso con tutte
le forze e di giungere a Octogesa, cambiando strada e passando per le
alture. Mentre i soldati cetrati si dirigevano qui con un percorso
obliquo, la cavalleria di Cesare li vede e li assale; non furono in grado
di sostenere nemmeno per un po' la forza della cavalleria e dopo essere
stati tutti quanti circondati vengono uccisi al cospetto di entrambi gli
eserciti.

71

Era il momento opportuno per condurre a buon esito l'azione. E invero non
sfuggiva a Cesare che l'esercito atterrito, subita una così grande perdita
davanti agli occhi di tutti, non era in grado di opporre resistenza,
soprattutto perché circondato da ogni parte dalla cavalleria, qualora si
venisse alle armi in una zona aperta e piana; tutti insistevano perché
attaccasse battaglia. Luogotenenti, centurioni, tribuni dei soldati
accorrevano presso di lui invitandolo a non esitare a combattere: il
morale di tutti i soldati, dicevano, è altissimo, dall'altra parte gli
Afraniani in molte situazioni hanno mostrato i segni del loro timore, non
sono venuti in aiuto ai loro, non sono scesi dal colle, a stento hanno
sostenuto gli attacchi della cavalleria e, riunite in un solo luogo le
insegne, tutti in mucchio, non badano a tenere i ranghi. Se si temeva lo
svantaggio della posizione, si avrebbe avuto la possibilità di combattere
in un luogo qualsiasi, poiché di sicuro Afranio doveva scendere dalla sua
altura non potendo rimanere per tanto tempo senza acqua.

72

Cesare aveva sperato di potere portare a termine la campagna senza
combattere e senza danno dei suoi, poiché aveva impedito agli avversari
l'approvvigionamento: perché dunque perdere alcuni dei suoi pur in uno
scontro favorevole? Perché permettere che i suoi soldati, tanto meritevoli
nei suoi confronti, venissero colpiti? Perché infine tentare la Fortuna?
Tanto più che non è meno degno di un comandante vincere col senno
piuttosto che con la spada. Era mosso da pietà anche verso i concittadini
che vedeva in pericolo di vita; preferiva raggiungere lo scopo con la loro
incolumità e salvezza. Tale proposito di Cesare non trovava il consenso
della maggior parte dei soldati; essi invero apertamente tra di loro
andavano dicendo che, se veniva sprecata una tale occasione di vittoria,
quand'anche Cesare lo avesse voluto, essi non avrebbero più combattuto.
Cesare persiste nel suo parere e si allontana un po' da quel luogo per
attenuare il timore dei nemici. Petreio e Afranio, presentatasi
l'opportunità, fanno ritorno nell'accampamento. Cesare, disposti dei
presidi sui monti, impedito ogni passaggio verso l'Ebro, pone il suo
accampamento ben fortificato il più vicino possibile a quello dei nemici.

73

Il giorno successivo i capi degli avversari, assai sconvolti perché
avevano perduto ogni speranza di potere fare approvvigionamenti e di
raggiungere il fiume Ebro, si consultano su ciò che rimaneva da fare. Vi
era una strada, se volevano, per ritornare a Ilerda, un'altra per
raggiungere Tarragona. Mentre stavano deliberando su ciò viene riferito
che i cercatori di acqua sono incalzati dalla nostra cavalleria. Saputa la
cosa, predispongono numerosi posti di guardia di cavalleria e di truppe
ausiliarie e fra di essi collocano coorti di legionari; incominciano a
costruire un vallo dall'accampamento in direzione delle sorgenti per
potersi procurare acqua entro la fortificazione, senza paura e senza
creare posti di guardia. Petreio e Afranio si dividono fra di loro il
lavoro e per portare a compimento l'opera si allontanano alquanto
dall'accampamento.

74

Alla loro partenza i soldati, colta la possibilità di avere colloqui con i
nostri, escono in massa e ognuno cerca e chiama chi nell'accampamento di
Cesare conosceva o aveva compaesano. Per prima cosa tutti quanti
ringraziano tutti i Cesariani poiché il giorno precedente, mentre erano
atterriti, li avevano risparmiati: sono in vita grazie a loro. Quindi
chiedono se potevano fidarsi del comandante, se avrebbero fatto bene a
consegnarsi a lui e si dolgono di non averlo fatto dall'inizio e di avere
portato le armi contro amici e parenti. Incoraggiati da questi discorsi,
chiedono a Cesare che Petreio e Afranio abbiano salva la vita, perché non
sembrasse che avessero macchinato delle azioni delittuose contro di loro
né li avessero traditi. Rassicurati su tali punti, garantiscono di portare
subito le insegne dalla parte di Cesare e gli inviano come ambasciatori i
centurioni dei primi ordini per trattare la pace. Intanto, in seguito a
inviti reciproci, gli uni conducono nel loro accampamento gli amici, gli
altri vengono chiamati fuori dai loro conoscenti, sicché i due
accampamenti sembravano essere ora uno solo. Parecchi tribuni militari e
centurioni si recano da Cesare e a lui si raccomandano; lo stesso avviene
da parte dei capi spagnoli che gli Afraniani avevano fatto venire presso
di sé e che tenevano nell'accampamento come ostaggi. Costoro andavano
cercando i loro parenti e ospiti per avere ognuno, tramite essi, modo di
raccomandarsi a Cesare. Anche il giovane figlio di Afranio, per
intermediazione dell'ambasciatore Sulpicio, trattava con Cesare della
propria salvezza e di quella del padre. Ovunque vi erano manifestazioni di
gioia e testimonianze di gratitudine, da parte di chi aveva evitato
pericoli così gravi e da parte di chi pensava di avere concluso un'impresa
così importante senza danno. A giudizio di tutti, ora Cesare riceveva un
importante frutto della sua moderazione del giorno precedente; da tutti
quanti la sua decisione di non combattere veniva approvata.

75

Afranio, venuto a sapere di tali avvenimenti, lascia l'opera iniziata e
rientra nell'accampamento, pronto, come sembrava, a sopportare di buon
animo qualunque accidente gli fosse capitato. Petreio invece non si
scoraggia. Arma la gente del suo seguito; con costoro e con la coorte
pretoria dei cetrati e con pochi cavalieri barbari, suoi beneficiari, che
era solito tenere a guardia della sua persona, vola all'improvviso verso
il vallo, interrompe i discorsi dei soldati, allontana i nostri
dall'accampamento, uccide quelli che cattura. I rimanenti dei nostri si
radunano e, spaventati dall'improvviso pericolo, avvolgono il braccio
sinistro nel mantello e impugnano le spade e così si difendono dai cetrati
e dai cavalieri,confidando nella vicinanza del campo. E si ritirano
nell'accampamento e vengono difesi da quelle coorti che erano di guardia
presso le porte.

76

Compiuto ciò, Petreio in lacrime passa da un manipolo all'altro e chiama i
soldati per nome, li scongiura di non lasciare in balia degli avversari né
lui né Pompeo, il loro comandante assente. Prontamente vi è un
affollamento di soldati davanti alla tenda pretoria. Petreio chiede che
tutti giurino di non tradire e di non abbandonare l'esercito e i
comandanti e di non prendere decisioni, ciascuno per sé, separatamente
dagli altri. Egli stesso per primo pronuncia la formula del giuramento; fa
prestare lo stesso giuramento ad Afranio; seguono i tribuni militari e i
centurioni; i soldati, fatti avanzare per centurie, fanno il medesimo
giuramento. Ordinano che chiunque abbia presso di sé soldati di Cesare li
presenti; al cospetto di tutti uccidono davanti alla tenda pretoria coloro
che sono stati consegnati. Ma i più vengono nascosti da coloro che li
avevano accolti e di notte vengono fatti scappare attraverso la trincea.
Così il terrore cagionato dai capi, la crudeltà del massacro, il nuovo
vincolo del giuramento portarono via la speranza di una resa immediata,
mutarono l'animo dei soldati e ricondussero la situazione alla fase di
prima: la guerra.

77

Cesare ordina di ricercare con grande cura e rimettere in libertà i
soldati nemici che erano giunti a colloquio nel suo accampamento. Ma tra i
tribuni militari e i centurioni alcuni di propria volontà rimasero presso
di lui. In seguito Cesare li tenne in grande considerazione; diede ai
centurioni i più alti gradi e ai cavalieri romani la dignità tribunicia.

78

Gli Afraniani erano tormentati dalla mancanza di foraggio, a stento
riuscivano ad approvvigionarsi di acqua. I legionari avevano una certa
quantità di frumento, poiché era stato dato loro ordine di condurre da
Ilerda viveri per otto giorni, i cetrati e gli ausiliari non ne avevano
per niente, perché avevano pochi mezzi per procurarlo e un fisico non
abituato a portare pesi. E così ogni giorno un gran numero di loro trovava
rifugio da Cesare. La situazione si trovava in tale punto critico. Ma
delle due proposte presentate sembrava migliore quella di ritornare a
Ilerda, poiché qui avevano lasciato un po' di frumento. Confidavano di
prendere colà altre decisioni. Tarragona distava troppo; comprendevano che
in quel viaggio potevano capitare molti imprevisti. Approvato quel piano,
partono dal campo. Cesare manda innanzi la cavalleria per raggiungere e
trattenere la retroguardia e di persona tiene dietro con le legioni. Non
v'era un momento in cui gli ultimi della retroguardia non venissero
attaccati dai cavalieri.

79

Si combatteva in questo modo: le coorti armate alla leggera chiudevano la
retroguardia e nei luoghi piani la maggior parte di esse si fermava. Se si
doveva salire un monte, la natura stessa del luogo facilmente allontanava
il pericolo, poiché dai luoghi superiori quelli che erano andati innanzi
proteggevano i compagni durante la salita; quando erano vicini a una valle
o a un pendio, coloro che erano innanzi non potevano portare aiuto a
quelli che rimanevano indietro; allora la cavalleria, da luoghi più
elevati, lanciava dardi alle spalle dei nemici e la situazione era di
grande pericolo. Quando ci si avvicinava a posti di tal fatta, non
rimaneva che ordinare alle legioni di fermarsi e respingere la cavalleria
con grande impeto e, una volta allontanatala, subito di gran corsa
precipitarsi tutti insieme nelle valli e così, dopo averle attraversate,
di nuovo fermarsi su alture. Infatti non solo non potevano avere aiuto
dalla loro cavalleria, sebbene numerosa, ma, atterrita com'era dai
precedenti scontri, la tenevano in mezzo alle file e per di più la
dovevano difendere. Nessun cavaliere poteva uscire dalla linea di marcia
senza essere catturato dalla cavalleria di Cesare.

80

Quando si combatte in tale modo, si avanza lentamente, per brevi tratti e
spesso ci si ferma per recare aiuto ai compagni; e così avvenne allora.
Infatti, dopo essere avanzati quattro miglia, incalzati senza tregua dalla
cavalleria nemica, occupano un monte elevato e qui, senza levare neppure
il bagaglio ai giumenti, pongono il campo, fortificandolo solo dal lato
verso il nemico. Quando s'accorsero che Cesare aveva posto il campo e
innalzate le tende e inviata la cavalleria a cercare foraggio, essi, verso
mezzogiorno, all'improvviso si precipitano fuori e, sperando in una tregua
per l'allontanamento della nostra cavalleria, incominciano a mettersi in
marcia. Cesare, accortosi della cosa, li insegue con le legioni che si
erano riposate e lascia poche coorti di guardia ai bagagli; dà ordine di
seguirlo alle ore sedici e di richiamare i foraggiatori e la cavalleria.
Subito la cavalleria ritorna al suo quotidiano lavoro di disturbo durante
la marcia. Si hanno accaniti combattimenti con la retroguardia sicché
questa quasi si dà alla fuga e parecchi soldati, e anche alcuni
centurioni, vengono uccisi. L'esercito di Cesare incalzava e, tutto
insieme, stava addosso al nemico.

81

Allora invero non essendo possibile né trovare un luogo adatto per porre
il campo né avanzare, i Pompeiani sono costretti a fermarsi e ad
accamparsi lontano dall'acqua e in posizione sfavorevole. Ma Cesare, per i
medesimi motivi sopra esposti, non li provocò a battaglia e in quel giorno
non volle che fossero poste le tende affinché tutti fossero più pronti
all'inseguimento, se i nemici, di giorno o di notte, avessero tentato una
sortita. Costoro, accortisi della posizione pericolosa dell'accampamento,
per tutta la notte portano in avanti le linee di difesa e spostano il
campo in altra sede. Continuano lo stesso lavoro anche il giorno
successivo fin dall'alba e vi impiegano tutta la giornata. Ma quanto più
procedevano nel lavoro e spostavano avanti il campo, tanto più erano
lontani dall'acqua e si rimediava al presente male con altri mali. La
prima notte nessuno esce dal campo in cerca d'acqua; il giorno successivo,
lasciato un presidio nel campo, fanno uscire tutte le truppe per
l'approvvigionamento d'acqua, nessuno viene mandato in cerca di foraggio.
Cesare preferiva tenerli in tali tormenti e costringerli alla
capitolazione piuttosto che risolvere il combattimento con le armi. Tenta
tuttavia di circondarli con una trincea e una fossa in modo da impedire al
massimo sortite improvvise, alle quali pensava che per forza avrebbero
dovuto ricorrere. I nemici, costretti dalla mancanza di cibo e per essere
più liberi nei movimenti, fanno uccidere tutte le bestie da soma.

82

In queste operazioni e in questi piani si consumano due giorni; il terzo
giorno una gran parte del lavoro di Cesare era ormai terminato. I nemici
per impedire il completamento della rimanente parte di fortificazione,
dato il segnale intorno all'ora nona, portano fuori le legioni e si
mettono in ordine di battaglia dinanzi al campo. Cesare richiama le
legioni dai lavori, ordina a tutta la cavalleria di radunarsi, fa lo
schieramento di battaglia; infatti sembrare di volere fuggire la
battaglia, contro l'opinione dei soldati e l'attesa di tutti, sarebbe
stato svantaggioso. Ma era indotto a non volere combattere dai medesimi
motivi che si sono detti e ancor più perché, anche se i nemici fossero
stati costretti alla fuga, la ristrettezza dello spazio non gli sarebbe
potuta essere di grande aiuto per ottenere una vittoria schiacciante.
Infatti gli accampamenti non distavano tra loro più di duemila piedi. Di
questo spazio due terzi erano occupati dalle schiere; l'altro terzo era
stato lasciato libero per le scorrerie e l'assalto dei soldati. Se si
attaccava battaglia, la vicinanza del campo dava ai vinti un pronto
rifugio dalla fuga. Per questo motivo aveva deciso di opporre resistenza,
se i nemici l'avessero assalito, ma di non essere il primo ad attaccare
battaglia.

83

La linea di battaglia afraniana, composta da cinque legioni, era su due
fronti; le coorti ausiliarie collocate sulle ali costituivano una terza
linea di riserva. Lo schieramento di Cesare era su tre file; ma la prima
linea era formata da venti coorti, ossia da quattro coorti provenienti da
ciascuna delle cinque legioni; la seconda linea di sostegno era formata da
tre coorti di ogni legione e la terza da altrettante e ciascuna coorte era
collocata dietro alla propria legione; in mezzo allo schieramento erano
posti i saettatori e i frombolieri; la cavalleria chiudeva i fianchi. Con
tale schieramento sembrava a entrambi gli eserciti di potere mantenere il
proprio piano: Cesare di non attaccare battaglia se non costretto, Afranio
di impedire i lavori di fortificazione di Cesare. In tal modo la
situazione viene protratta alle lunghe e gli schieramenti vengono
mantenuti fino al tramonto; quindi entrambi gli eserciti tornano al campo.
Il giorno successivo Cesare si appresta a terminare le fortificazioni
stabilite; gli Afraniani a tentare di passare il fiume Sicori, se fosse
stato possibile attraversarlo. Accortosi della cosa, Cesare fa passare al
di là del fiume i Germani armati alla leggera e una parte della cavalleria
e dispone sulle rive numerosi posti di guardia.

84

Alla fine gli Afraniani, bloccati in ogni modo, ormai da quattro giorni
senza foraggio per gli animali rimasti, mancanti di acqua, legna,
frumento, chiedono un abboccamento, possibilmente in luogo lontano dalla
vista dei soldati. Cesare non accetta questa richiesta, concede solo un
abboccamento al cospetto di tutti; gli viene dato in ostaggio il figlio di
Afranio. L'incontro avviene nel luogo scelto da Cesare. Alla presenza di
entrambi gli eserciti prende la parola Afranio: né loro né i soldati,
dice, sono colpevoli per avere voluto restare fedeli al loro generale Cn.
Pompeo. Ma a sufficienza hanno assolto il loro dovere e a sufficienza
hanno sofferto; hanno sopportato la mancanza di tutto; ora invero,
circondati come fiere, viene loro impedito di bere, di muoversi e non sono
in grado di sopportare col corpo i patimenti e con l'animo la vergogna.
Pertanto si dichiarano vinti; implorano e supplicano, se è rimasto un
sentimento di pietà, di non essere messi in condizione di giungere
all'estremo martirio. Afranio pronuncia tali parole quanto più umilmente e
dimessamente può.

85

A tali parole Cesare risponde: a nessuno meno che ad Afranio conviene il
ruolo di chi si lamenta e cerca compassione. Tutti gli altri infatti
avevano fatto il loro dovere: lui, Cesare, che non aveva voluto venire
alle armi anche in condizioni favorevoli, in un luogo e in un momento
conveniente, affinché persistessero al massimo tutte le opportunità di
pace; il suo esercito, che nonostante le ingiurie ricevute e le uccisioni
dei compagni, aveva salvato e protetto i soldati nemici in propria mano; e
infine i soldati dell'esercito nemico, che di propria iniziativa avevano
agito per trattative di pace e in tal modo avevano pensato di provvedere
alla salvezza di tutti i loro compagni. Così ognuno, coerentemente,
secondo il grado, aveva agito in base a un sentimento di pietà. Sono stati
i capi a essere contrari alla pace: essi non hanno mantenuto fede al
diritto di colloquio e di tregua e hanno ucciso con grande crudeltà uomini
senza difese e tratti in inganno col pretesto del colloquio. Era pertanto
accaduto a loro ciò che suole accadere per lo più a uomini troppo ostinati
ed arroganti, cioè di ricorrere, desiderandolo ardentemente, a ciò che
poco prima avevano disprezzato. Ora egli non chiede, approfittando della
loro sottomissione e del favore della circostanza, di che accrescere le
sue forze; ma pretende che siano congedati quegli eserciti mantenuti ormai
per troppi anni contro di lui. Né infatti per altro motivo sono state
mandate in Spagna sei legioni e qui ne è stata arruolata una settima, e
tante e così grandi flotte sono state apprestate e sono stati di nascosto
mandati comandanti esperti di guerra. Nessuno di tali provvedimenti era
stato preso per la pacificazione delle Spagne e per l'utilità della
provincia che durante il periodo di pace non aveva avuto bisogno di nessun
aiuto. Già da tempo tutti i provvedimenti erano rivolti contro di lui,
contro di lui si istituivano comandi di nuovo genere così che una medesima
persona, standosene alle porte di Roma, presiedeva le questioni della
città e, pure assente, teneva per tanti anni due bellicosissime province;
contro di lui venivano mutate le leggi sul conferimento delle magistrature
per essere mandati nelle province non dopo la pretura e il consolato, come
nel passato, ma attraverso l'elezione e l'approvazione di pochi; contro di
lui non valeva più la giustificazione dell'età poiché venivano chiamate al
comando degli eserciti persone segnalatesi in precedenti guerre; contro di
lui solo non si manteneva ciò che era sempre stato concesso a tutti i
generali, di tornare in patria, dopo avere compiuto campagne fortunate, o
con qualche onore o certamente senza ignominia e di congedare l'esercito.
Tuttavia egli ha sopportato con pazienza e sopporterà ancora tutto ciò; e
ora vuole non tenersi l'esercito a loro sottratto, cosa che tuttavia non
sarebbe per lui difficile, ma che non rimanga a loro per potersene servire
contro di lui. Dunque, come è stato detto, ordina di uscire dalle province
e di congedare l'esercito; se ciò viene fatto, egli non ha intenzione di
nuocere a nessuno. Questa è l'unica e l'ultima condizione di pace.

86

Ai soldati queste parole di Cesare risultarono graditissime e piacevoli,
come si poté anche comprendere dai segni esteriori: essi si aspettavano
qualche giusto castigo, ottenevano invece, senza richiederlo, il premio
del congedo. Infatti quando si discusse del luogo e del tempo del congedo,
tutti, e con grida e con gesti delle mani, dal vallo dove si trovavano
cominciarono a dare segno di volere essere subito congedati, poiché se,
nonostante le assicurazioni date, il congedo fosse stato rimandato ad
altro tempo, non potevano averne più sicurezza. Dopo una breve discussione
da entrambe le parti, si giunge alla conclusione di congedare subito
quelli che avevano domicilio o proprietà in Spagna, gli altri presso il
fiume Varo; da parte di Cesare si ha la garanzia che non venga fatto loro
alcun danno e che nessuno sia costretto ad arruolarsi contro voglia.

87

Cesare promette di fornire frumento da quel momento fino all'arrivo al
fiume Varo. Aggiunge anche che venga restituito ai possessori ciò che è
stato perduto in guerra e sia in possesso dei suoi soldati; fatta una
giusta stima dà ai suoi soldati denaro corrispondente al valore di questi
oggetti. Tutte le controversie sorte tra i soldati furono poi rimesse
spontaneamente al giudizio di Cesare. Poiché le legioni, quasi con una
sorta di rivolta, richiedevano a Petreio e Afranio la paga militare, ed
essi sostenevano che non era ancora giunto il momento, si richiese il
giudizio di Cesare ed entrambe le parti furono soddisfatte della sua
decisione. Una terza parte circa dell'esercito fu congedata in due giorni;
Cesare ordinò a due sue legioni di marciare avanti e alle altre di tenere
dietro, in modo che i campi non fossero lontani fra di loro; affida tale
incarico al luogotenente Q. Fufio Caleno. La marcia dalla Spagna al fiume
Varo avvenne secondo le sue prescrizioni e qui fu congedato il resto
dell'esercito.


LIBRO SECONDO



1

Mentre in Spagna avvengono questi fatti, il legato Caio Trebonio, che era
stato lasciato ad assediare Marsiglia, incomincia a fare condurre da due
parti verso la città un terrapieno e fare portare davanti ad essa vinee e
torri. Una parte era vicina al porto e ai cantieri navali, l'altra alla
porta per dove si entra provenendo dalla Gallia e dalla Spagna, presso
quel tratto di mare che tocca la foce del Rodano. Infatti Marsiglia è
bagnata dal mare quasi da tre lati della città; il quarto è quello che
offre accesso dalla parte di terra. Anche la parte di questo spazio che si
estende fino alla rocca della città, protetta dalla natura del luogo e da
una valle profondissima, necessita di un lungo e difficile assedio. Per
condurre a termine questi lavori C. Trebonio fa venire da tutta la
provincia un gran numero di giumenti e di uomini; dà ordine che siano
portati vimini e legname. Radunato ciò, fa costruire un terrapieno alto
ottanta piedi.

2
Ma tante erano in città, da molto tempo, le attrezzature belliche di ogni
tipo e tanto grande la moltitudine delle baliste che nessuna vinea, per
quanto coperta di vimini, poteva sostenere la loro violenza. Infatti travi
di dodici piedi, munite di punte di ferro e scagliate da enormi balestre,
si configgevano in terra dopo avere trapassato quattro ordini di graticci.
E così, congiungendo insieme travi dello spessore di un piede, si
costruivano gallerie, attraverso le quali si passava di mano in mano il
materiale per il terrapieno. Procedeva innanzi una testuggine di sessanta
piedi per spianare il terreno, costruita anch'essa di aste di legno molto
resistente e ricoperta di tutto ciò che poteva proteggere da pietre e
proiettili incendiari. Ma l'imponenza dei lavori, l'altezza del muro e
delle torri, la moltitudine delle macchine da guerra rallentavano tutto
l'andamento dell'assedio. Venivano anche fatte numerose incursioni fuori
della città da parte degli Albici e si cercava di appiccare il fuoco al
terrapieno e alle torri; i nostri soldati con facilità respingevano tali
tentativi e inoltre, infliggendo loro gravi perdite, ricacciavano in città
gli incursori.

3

Frattanto L. Nasidio, mandato da Pompeo in aiuto a L. Domizio e ai
Marsigliesi con una flotta di sedici navi, di cui poche corazzate,
attraversato lo stretto giunge con le navi a Messina, senza che Curione se
ne accorga o se lo aspetti; per l'improvviso terrore i capi e i senatori
fuggono dalla città ed egli porta via dai cantieri navali una nave nemica.
Aggiuntala alle altre sue, fa rotta verso Marsiglia e, di nascosto mandata
avanti una piccola nave, avvisa Domizio e i Marsigliesi del suo arrivo e
li esorta vivamente a combattere di nuovo contro la flotta di Bruto,
essendo venute in aiuto le sue forze.

4

I Marsigliesi, dopo la precedente sconfitta, avevano riparato le vecchie
navi, tratte fuori dagli arsenali nello stesso numero di quelle perdute, e
le avevano armate con grande cura (disponevano di un buon numero di
rematori e di comandanti); vi avevano aggiunto battelli da pesca che
avevano coperto per protezione, perché i rematori fossero al sicuro dal
getto dei proiettili; riempirono tutte queste imbarcazioni di saettatori e
di macchine da guerra. Allestita in tal modo la flotta, incitati dalle
preghiere e dal pianto di tutti, vecchi, madri e fanciulle, a venire in
aiuto alla città in un momento di estremo pericolo, s'imbarcano con non
meno coraggio e fiducia che nella precedente battaglia. Infatti per una
normale debolezza della natura umana avviene che in presenza di situazioni
insolite e sconosciute si abbia maggiore fiducia [e più fortemente si
tema]; allora accadde così; infatti l'arrivo di L. Nasidio aveva riempito
la città di grande speranza e di ardore. Approfittando di un vento
favorevole escono dal porto e giungono a Tauroento, che è una piazzaforte
dei Marsigliesi, presso Nasidio e qui dispongono le navi in ordine di
battaglia e di nuovo si rinsaldano nella volontà di combattere e discutono
i piani di battaglia. L'ala destra è assegnata ai Marsigliesi, quella
sinistra a Nasidio.

5

Verso il medesimo luogo si dirige Bruto, dopo avere incrementato il numero
delle navi. Infatti a quelle costruite ad Arles per ordine di Cesare aveva
aggiunto le sei navi prese ai Marsigliesi. E così esorta i suoi a
disprezzare da vinti quei nemici che avevano debellato quando erano
intatti nelle forze e, pieno di buona speranza e di coraggio, muove contro
di loro. Era facile dall'accampamento di Trebonio e da tutte le alture
vedere dentro la città tutta la gioventù che era ivi rimasta e tutti gli
anziani con i figli e le mogli nei luoghi pubblici, nei posti di guardia e
sulle mura tendere le mani al cielo o andare nei templi degli dèi
immortali e, prostrati davanti alle statue, chiedere loro la vittoria. E
fra tutti non vi era nessuno che non pensasse che il destino di tutti loro
dipendeva dall'esito di quella giornata. E infatti i giovani di nobile
nascita e i più ragguardevoli cittadini di ogni età, chiamati
nominatamente e pregati di imbarcarsi, erano saliti sulle navi; sapevano
bene che, se accadeva qualche disgrazia, non rimaneva loro nulla da
tentare; se invece risultavano vincitori, confidavano nella salvezza della
città grazie alle loro forze o ad aiuti esterni.

6

Attaccata battaglia, niente offuscò il valore dei Marsigliesi. Ma, memori
delle esortazioni che avevano ricevuto poco prima dai loro, combattevano
con tanto coraggio da sembrare di non potere avere in futuro nessun'altra
occasione per ripetere il tentativo, pensando che coloro che perdevano la
vita in battaglia precedevano di poco la sorte degli altri cittadini che,
una volta presa la città, avrebbero dovuto patire il medesimo destino di
guerra. E, poiché le nostri navi si erano a poco a poco allontanate le une
dalle altre, si presentava ai comandanti nemici l'occasione per mostrare
la loro abilità e l'agilità delle navi. E se talora i nostri, cogliendo il
momento opportuno, avevano abbordato una nave con ganci di ferro, i nemici
da ogni parte venivano in soccorso di chi si trovava in difficoltà. E
invero gli Albici, che si erano ad essi uniti, erano non inferiori nel
combattimento corpo a corpo e non molto lontani dal valore dei nostri. Nel
medesimo tempo la grande violenza dei dardi lanciati a distanza dalle navi
più piccole arrecava molte ferite ai nostri che venivano colpiti
all'improvviso, senza aspettarselo e mentre erano impegnati nel
combattimento. Due triremi, vista la nave di D. Bruto, che con facilità
poteva essere riconosciuta dall'insegna, l'avevano attaccata da due parti.
Ma Bruto, previsto l'attacco, forzò la velocità della nave sì da
precederle, pur se di poco. Quelle, lanciate a piena velocità, si
scontrarono tra di loro così violentemente da risentire entrambe in modo
grave dello scontro; anzi una, spezzatosi il rostro, si sfasciò
completamente. Alla vista di ciò, le navi della flotta di Bruto più
prossime attaccano quelle navi in difficoltà e in poco tempo le affondano
entrambe.

7

Ma le navi di Nasidio non furono di alcuna utilità e ben presto si
allontanarono dal combattimento; infatti né la vista della patria né
l'esortazione dei parenti li spingeva a fare fronte all'estremo pericolo
della vita. Perciò nessuna di quelle navi fu perduta; cinque navi della
flotta marsigliese furono affondate, quattro prese, una fuggì con le navi
di Nasidio, che si diressero tutte verso la Spagna Citeriore. Ma una delle
navi rimaste fu mandata a Marsiglia per portare questa notizia e, quando
già si avvicinava alla città, tutta la cittadinanza si precipitò per
sapere e, avuta la notizia, cadde in un così grande dolore che la città
sembrava essere stata conquistata dal nemico proprio in quel momento.
Tuttavia i Marsigliesi nondimeno cominciarono a completare gli ultimi
preparativi per la difesa della città.

8

I legionari, che erano impegnati nei lavori d'assedio sul lato destro,
capirono dalle continue sortite dei nemici che poteva essere loro di
grande aiuto, se avessero costruito lì da un lato sotto le mura una torre
a guisa di castello e di riparo. In un primo momento ne costruirono una
piccola e poco elevata contro gli attacchi improvvisi. In essa si
rifugiavano; da essa, se erano incalzati da un assalto più violento, si
difendevano; da essa si lanciavano a respingere e inseguire il nemico.
Questa torre era larga in ogni lato trenta piedi; lo spessore delle pareti
era di cinque piedi. In seguito invero, poiché in ogni cosa l'esperienza è
maestra, quando vi si aggiunge l'intelligenza dell'uomo, si capì che
poteva essere di grande utilità estenderla in altezza. In questo modo fu
fatto.

9

Quando l'altezza della torre giunse al primo piano, incastrarono le travi
del tavolato nelle pareti così che le estremità delle tavole venissero
protette dalla muratura esterna, affinché nulla sporgesse a cui il nemico
potesse appiccare il fuoco. Sopra questa travatura, per quanto lo
permetteva il riparo del pluteo e delle gallerie, continuarono la
costruzione con mattoni e sopra questo muro, non lontano dalle estremità
delle pareti, appoggiarono di traverso due travi su cui poggiare quella
travatura che doveva essere di tetto alla torre. E sopra quelle travi
posero perpendicolarmente dei travicelli che unirono con assi. Fecero
questi travicelli un po' più lunghi e sporgenti della parte esterna delle
pareti in modo che fosse possibile appendervi stuoie per difendersi dai
proiettili e respingerli, mentre sotto quel tavolato continuavano ad
essere costruite le pareti. Coprirono la parte superiore dell'impalcatura
con mattoni e fango perché il fuoco nemico non potesse essere di danno e
sopra vi gettarono imbottiture affinché i proiettili scagliati con le
macchine non rompessero la travatura o i sassi scagliati dalle catapulte
non sconnettessero i muri. Poi con funi d'ancora fecero tre stuoie lunghe
come le pareti della torre e larghe quattro piedi e, lasciandole pendere
intorno alla torre, le legarono alle travi che sporgevano, dalle tre parti
che davano sul nemico; questo era il solo genere di copertura
esperimentato in altre circostanze che non poteva essere trapassato né da
dardo né da proiettile. Quando invero quella parte della torre che era
stata terminata fu coperta e protetta da ogni tiro dei nemici, portarono
via i plutei per usarli in altro lavoro. A partire dal primo piano
dell'impalcatura cominciarono a sollevare e a innalzare con leve il tetto
della torre che faceva parte a sé. Quando lo avevano innalzato tanto
quanto lo permetteva l'altezza delle stuoie, nascosti e protetti dentro
queste coperture, costruivano le mura con i mattoni e di nuovo con
un'operazione di leve creavano lo spazio per continuare l'edificazione.
Quando pareva il momento di costruire un altro piano, come prima
collocavano travi protette dalle estremità dei muri e a partire da quella
travatura di nuovo sollevavano il tetto e le stuoie. Così con sicurezza e
senza alcun danno o pericolo costruirono sei piani e, dove parve
opportuno, lasciarono nella costruzione alcune feritoie per il lancio dei
proiettili.

10

Quando furono sicuri che da quella torre potevano difendere le opere
d'assedio tutt'intorno, cominciarono a costruire una galleria coperta
lunga sessanta piedi con travi di due piedi, che potesse condurre dalla
torre di mattoni alla torre e al muro dei nemici. Questa la forma della
galleria: dapprima sono poste sul terreno due travi di uguale lunghezza
distanti tra di loro quattro piedi e su di esse vengono conficcate
colonnette alte cinque piedi. Congiungono tra di loro queste colonnette
con cavalletti con lieve inclinazione, dove collocare le travi che
dovevano coprire la galleria. Sopra collocano travi di due piedi e le
assicurano con lamine e chiodi di ferro. All'estremità del tetto e delle
travi fissano asticelle quadrate larghe quattro dita per tenere fermi i
mattoni collocati sulla galleria. Così con il tetto a punta costruito in
successione, a mano a mano che le travi sono collocate sui cavalletti, la
galleria viene coperta di mattoni e di fango per essere protetta dal fuoco
lanciato dalle mura. Strisce di cuoio vengono stese sui mattoni perché
acqua eventualmente incanalata e immessa non potesse sconnettere i
mattoni. Il cuoio poi viene coperto di materassi per non venire distrutto
a sua volta dal fuoco e dalle pietre. Questa opera è condotta a termine
fino alla torre tutta al riparo delle vinee e subitamente, senza che i
nemici se l'aspettassero, con una tecnica navale, sottoponendo dei rulli,
l'avvicinano alla torre nemica, fino a congiungerla alla costruzione.

11

Atterriti da questo pericolo, subito gli assediati spingono con delle leve
macigni quanto più grossi possibile e, fattili precipitare dal muro, li
fanno cadere sulla galleria. La solidità del materiale sostiene il colpo e
tutto ciò che cade scivola lungo gli spioventi del tetto. Vedendo ciò, i
nemici cambiano piano; incendiano barili pieni di pece e resina e li
gettano dal muro sulla galleria. I barili, rotolando, precipitano; caduti
a terra ai fianchi, vengono allontanati dalla galleria con forche e
pertiche. Frattanto sotto la galleria i soldati con leve scalzano alla
base della torre dei nemici le pietre che ne costituivano le fondamenta.
La galleria viene difesa dai nostri con frecce e proiettili scagliati
dalla torre di mattoni; i nemici si allontanano dalle mura e dalle torri;
non è più concessa la possibilità di difendere il muro. Rimosse molte
pietre dalla torre vicina alla galleria, all'improvviso una parte di
quella torre crolla, la rimanente parte a sua volta stava per cadere,
quando i nemici, atterriti per l'eventuale saccheggio della città, inermi
si precipitano tutti quanti fuori dalla porta con le sacre bende, tendendo
supplichevolmente le mani ai luogotenenti e all'eser-_cito.

12

Presentatasi questa insolita situazione, ogni operazione di guerra viene
sospesa e i soldati desistono dal combattimento, mossi dal desiderio di
ascoltare e sapere. I nemici, giunti al cospetto dei luogotenenti e
dell'esercito, si gettano tutti ai loro piedi; scongiurano di aspettare
l'arrivo di Cesare. Essi, dicono, vedono la loro città presa; le opere
d'assedio completate, la torre abbattuta e perciò rinunciano alla difesa.
Dicono inoltre che, se essi, quando giungerà Cesare, non eseguiranno i
suoi ordini, non ci sarà nessun motivo per indugiare nel distruggerla
subito, a un suo cenno. Spiegano che, se la torre cadrà del tutto, non si
potrà impedire ai soldati, desiderosi di preda, di irrompere nella città,
distruggendola. Queste e molte altre simili considerazioni vengono esposte
da uomini colti quali erano, con pianti e tono tale da suscitare grande
pietà.

13

Commossi da questi pianti e preghiere i luogotenenti ritirano i soldati
dalle opere d'assedio, desistono dall'attacco; lasciano posti di guardia
innanzi ai lavori. Raggiunta per un sentimento di compassione una sorta di
tregua, si attende l'arrivo di Cesare. Dalle mura i nostri non scagliano
nessun dardo; come se la guerra fosse finita, tutti attenuano l'attenzione
nella sorveglianza. Cesare infatti aveva per iscritto vivamente
raccomandato a Trebonio di non permettere l'espugnazione a forza della
città affinché i soldati, troppo scossi e dall'odioso tradimento e dal
disprezzo verso di loro e dalla continua fatica, non massacrassero tutti
gli adulti; e ciò essi minacciavano di fare. E a stento furono allora
trattenuti dal fare irruzione nella città e mal volentieri sopportarono
quel divieto poiché pareva che il non avere preso la città dipendesse da
Trebonio.

14

Ma i nemici, in mala fede, cercano un momento favorevole per un subdolo
inganno e, lasciato passare qualche giorno, mentre i nostri se ne stanno
rilassati e tranquilli, a mezzogiorno, all'improvviso, quando alcuni si
sono allontanati, altri sui posti stessi dei lavori si sono concessi un
riposo dalla lunga fatica e tutte le armi sono state messe via e coperte,
irrompono fuori dalle porte, e danno fuoco ai lavori di assedio
approfittando di un vento forte e favorevole. Il vento propagò il fuoco
così velocemente che in un momento trincea, gallerie, testuggine, torre,
macchine da guerra furono in fiamme e tutto ciò fu distrutto prima che si
potesse capire in che modo l'incendio era avvenuto. I nostri, scossi
dall'improvvisa sciagura, afferrano le armi che possono, altri si lanciano
fuori dal campo. Assaltano i nemici, ma le frecce e i proiettili scagliati
dalle mura impediscono di inseguire i fuggitivi. Quelli si ritirano ai
piedi del muro e qui, senza ostacolo, incendiano la galleria e la torre di
mattoni. Così il lavoro di molti mesi in un attimo va in rovina per la
perfidia dei nemici e la violenza della tempesta. Il giorno dopo i
Marsigliesi fecero il medesimo tentativo. Favoriti dalla medesima tempesta
con maggiore temerarietà fecero una sortita e attaccarono presso l'altra
torre e l'altra trincea e appiccarono molti incendi. Ma i nostri, come nei
giorni precedenti avevano allentato tutta l'attenzione, così messi in
guardia dal fatto dell'ultimo giorno, avevano preparato tutto per la
difesa. E così, dopo avere ucciso molti nemici, ricacciarono in città i
rimanenti senza che questi avessero portato a termine il loro piano.

15

Trebonio cominciò a organizzare la ricostruzione di ciò che era stato
distrutto con un entusiasmo dei soldati molto maggiore. Infatti quando
videro che con la distruzione delle opere belliche tante loro fatiche
erano andate perdute, provando profondo dolore poiché, violata la tregua
con l'inganno, erano stati scherniti nel loro valore, dal momento che non
rimaneva materiale per costruire di nuovo una trincea giacché, per lungo e
per largo nel territorio di Marsiglia, tutti gli alberi erano stati
tagliati e portati via, decisero di costruire un terrapieno di nuovo tipo,
mai visto prima, con due mura di mattoni di sei piedi di spessore, uniti
da un tavolato, quasi della stessa larghezza di quello che era stato
costruito con il legname trasportato. Laddove l'intervallo tra i muri o la
debolezza del legname sembrano richiederlo, si interpongono dei pilastri,
si pongono di traverso travi che possano essere di sostegno e si copre di
graticci tutta la travatura, i graticci vengono cosparsi di fango. Al
riparo i soldati, protetti a destra e sinistra dal muro e di fronte da una
protezione di tavole, portano senza pericolo qualunque materiale serva per
la costruzione. Il lavoro viene condotto velocemente; la perdita di un
lavoro costato lungo tempo viene in poco tempo sanata dalla velocità e dal
valore dei soldati. Vengono lasciate nel muro, là dove pareva opportuno,
delle porte per potere fare delle sortite.

16

I nemici si accorsero che con un duro lavoro in pochi giorni erano state
ricostruite quelle opere che essi speravano non potessero essere rifatte
se non in un lungo tempo, sicché non vi era per loro occasione di inganno
o sortita e non rimaneva alcun punto attraverso cui arrecare danno ai
soldati con le armi o ai lavori con il fuoco. Parimenti comprendono che
tutta quanta la città, dalla parte di terra, poteva essere accerchiata dal
muro e dalle torri, sicché non sarebbe stato loro possibile resistere a
piè fermo sulle loro stesse fortificazioni: il nostro esercito infatti
sembrava quasi costruire le mura del terrapieno appoggiate alle mura della
città così che i proiettili potevano essere scagliati a mano, mentre per
il poco spazio non potevano usare le loro macchine da guerra, in cui
avevano posto grande speranza. Quando comprendono che sul muro e sulle
torri il combattimento può essere condotto nelle stesse condizioni e che
essi non possono eguagliare i nostri in valore, ricorrono alle medesime
condizioni di resa della volta precedente.

17

Nella Spagna Ulteriore Marco Varrone, in un primo tempo, venuto a
conoscenza degli avvenimenti verificatisi in Italia e diffidando del
successo di Pompeo parlava di Cesare molto favorevolmente: diceva di
essere impegnato con Pompeo, che lo aveva nominato luogotenente e di
essere quindi costretto a mantenersi fedele. Ciò nonostante non meno
stretto era il suo rapporto di amicizia con Cesare ed egli non ignorava
quale è il dovere di un luogotenente con un incarico di fiducia; sapeva
quali erano le sue forze e quale la disposizione d'animo verso Cesare in
tutta la provincia. Riprendeva queste argomentazioni in tutti i suoi
discorsi, senza propendere verso alcun partito. Ma quando in seguito seppe
che Cesare si tratteneva presso Marsiglia, che le truppe di Petreio si
erano congiunte con l'esercito di Afranio, che si erano radunate grandi
forze ausiliarie, nella speranza e nell'attesa di molte altre, che tutta
la provincia citeriore era dalla loro parte, e quando poi venne a sapere
ciò che era capitato a Ilerda per mancanza di vettovaglie, notizie queste
inviategli per iscritto da Afranio che le aveva gonfiate ed esagerate,
anch'egli cominciò a muoversi dove muoveva la Fortuna.

18

In tutta la provincia fece reclutamenti; completate due legioni, aggiunse
a esse circa trenta coorti di milizie ausiliarie. Raccolse una grande
quantità di frumento da inviare ai Marsigliesi e parimenti ad Afranio e
Petreio. Ordinò ai Gaditani di costruire dieci navi da guerra, inoltre ne
fece costruire molte altre a Ispali. Fece portare dal tempio di Ercole
nella città di Gades tutto il denaro e tutti gli oggetti preziosi; mandò
colà di presidio dalla provincia sei coorti e mise a capo della città di
Gades Gaio Gallonio, cavaliere romano amico di Domizio, che qui era giunto
mandato da Domizio come procuratore in una questione di eredità; fece
radunare tutte le armi pubbliche e private nella casa di Gallonio. Egli
stesso pronunciò parole dure contro Cesare. Spesso dal palco affermò che
Cesare aveva subito sconfitte, che un gran numero di suoi soldati erano
passati dalla parte di Afranio; e che egli era venuto a sapere ciò da
messaggeri sicuri, da fonti sicure. Costrinse i cittadini romani della sua
provincia, atterriti da queste notizie, a promettere, per la pubblica
amministrazione, diciotto milioni di sesterzi, ventimila libbre d'argento
e centoventi moggi di grano. Imponeva oneri più pesanti alle città che
credeva essere amiche di Cesare e vi mandava presidi e autorizzava
processi contro i privati che avevano pronunciato parole o discorsi contro
lo stato e confiscava i loro beni. Costringeva tutta la provincia a
giurare fedeltà a lui e a Pompeo. Venuto a sapere di ciò che era avvenuto
nella Spagna Citeriore, si preparava alla guerra. Il suo piano di guerra
era il seguente: recarsi con due legioni a Gades, concentrare là le navi e
tutto il frumento; aveva saputo infatti che l'intera provincia era
favorevole a Cesare. Una volta raccolti nell'isola frumento e navi,
riteneva non difficile tirare in lungo la guerra. Cesare, sebbene
richiamato in Italia da molte questioni urgenti, aveva tuttavia stabilito
di non lasciare in Spagna nessun focolaio di guerra, poiché sapeva che
nella provincia citeriore grandi erano i benefizi di Pompeo e molti erano
i suoi clienti.

19

Pertanto mandate nella Spagna Ulteriore due legioni con Quinto Cassio,
tribuno della plebe, egli stesso con seicento cavalieri avanza a marce
forzate e si fa precedere da un editto, fissando il giorno in cui voleva
che i magistrati e i capi di tutte le città gli si presentassero a
Cordova. Dopo la promulgazione di questo editto in tutta la provincia non
vi fu città che non mandasse a Cordova, alla data stabilita, una
rappresentanza del senato, non vi fu cittadino romano di una certa
importanza che non vi giungesse nel giorno fissato. Contemporaneamente la
stessa colonia di Cordova, di propria iniziativa, chiuse le porte a
Varrone, dispose sulle torri e sulle mura sentinelle e corpi di guardia e
trattenne presso di sé per la difesa della città le due coorti che erano
dette coloniali, giunte colà per caso. Nel medesimo tempo gli abitanti di
Carmona, di gran lunga la città più potente di tutta la provincia, di
propria iniziativa cacciarono le tre coorti, mandate da Varrone a
presidiare la rocca della città, e chiusero le porte.

20

Per questi motivi Varrone si affrettava a giungere quanto prima con le
legioni a Gades perché la via di terra e il passaggio di mare non gli
venissero bloccati; tanto e così benevolo favore nei confronti di Cesare
si poteva constatare nella provincia. Aveva fatto poca strada quando gli
viene recapitata una lettera proveniente da Gades per informarlo che, non
appena si era avuta conoscenza dell'editto di Cesare, i notabili di Gades
si erano accordati con i tribuni delle coorti che erano lì di guarnigione
per scacciare dalla città Gallonio e salvaguardare città e isola per
Cesare. Presa questa decisione, intimarono a Gallonio di lasciare Gades
spontaneamente finché gli era concesso di farlo senza pericolo; ma se egli
non l'avesse fatto, avrebbero preso le opportune decisioni. Spinto da
questo timore Gallonio lasciò Gades. Venuta a conoscenza di ciò, una delle
due legioni che erano dette provinciali, disertò dal campo di Varrone, in
sua presenza e sotto i suoi occhi, e ritornò a Ispali e, senza arrecare
danno, sostò nel foro e sotto i portici. E i cittadini romani di quella
colonia approvarono a tal punto quel gesto che ciascuno accolse
ospitalmente e con gran piacere presso di sé i legionari. Varrone,
atterrito da questi fatti, cambiò direzione di marcia e mandò a dire che
sarebbe andato a Italica, ma dai suoi fu informato che gli erano state
chiuse le porte. Allora invero, preclusa ogni strada, manda a dire a
Cesare di essere pronto a consegnare la legione a chi egli ordinava.
Cesare gli manda Sesto Cesare e gli ordina di consegnarla a lui.
Consegnata la legione, Varrone giunge a Cordova presso Cesare; dopo avere
reso lealmente i conti della pubblica amministrazione, gli consegna il
denaro che aveva con sé e gli mostra quanto frumento e navi possedeva e
dove erano.

21

Convocata in Cordova un'assemblea, Cesare porge a tutti un ringraziamento
distinto per singole categorie: ai cittadini romani, poiché si erano
impegnati a tenere la città in loro potere, agli Spagnoli, poiché avevano
scacciato la guarnigione, agli abitanti di Gades, poiché avevano
annientato gli sforzi dei nemici e avevano riacquistato la libertà; ai
tribuni dei soldati e ai centurioni, che erano giunti colà per la difesa,
poiché avevano appoggiato col loro valore le decisioni di quella gente.
Condona il denaro che i cittadini romani avevano promesso a Varrone per
l'erario; restituisce i beni a coloro ai quali erano stati confiscati,
come era venuto a sapere, per avere parlato troppo liberamente. Ad alcune
popolazioni consegna premi da destinare alla cosa pubblica e a privati e
colma gli animi delle altre popolazioni di speranza per il futuro;
fermatosi due giorni a Cordova, si dirige a Gades; ordina che siano
riportati nel tempio il denaro e gli oggetti preziosi che dal tempio di
Ercole erano stati portati in casa privata. Mette a capo della provincia
Quinto Cassio; gli assegna quattro legioni. Egli stesso con quelle navi
che M. Varrone aveva fatto costruire e con quelle che, per comando di
Varrone, gli abitanti di Gades avevano costruito, giunge in pochi giorni a
Tarragona. Qui legazioni di quasi tutta la provincia citeriore attendevano
il suo arrivo. Con lo stesso criterio attribuiti onori e ricompense,
privatamente e pubblicamente, ad alcune città, parte da Tarragona e
giunge, via terra, a Narbona e di qui a Marsiglia. Qui viene a sapere che
era stata promulgata una legge per la nomina di un dittatore e che egli
stesso era stato eletto dittatore dal pretore Marco Lepido.

22

I Marsigliesi, sfiniti da ogni genere di mali, ridotti all'estrema penuria
di viveri, sconfitti due volte in battaglie navali, sconfitti in frequenti
sortite, travagliati anche da una grave pestilenza dovuta al lungo assedio
e al cambiamento in peggio del vitto (tutti infatti si nutrivano di panìco
raffermo e di orzo guasto che avevano raccolto da tempo per una situazione
del genere e portato nei magazzini pubblici), diroccata una torre,
crollata gran parte delle mura, perduta ogni speranza di aiuto da parte di
province o di eserciti, che avevano saputo essere caduti in potere di
Cesare, decidono di arrendersi lealmente. Ma, pochi giorni prima, L.
Domizio, venuto a conoscenza dell'intenzione dei Marsigliesi, allestite
tre navi, due delle quali aveva assegnato a suoi familiari, mentre egli
stesso era salito sulla terza, partì approfittando del tempo burrascoso.
Quando le navi, che per ordine di Bruto facevano quotidiana guardia presso
il porto, lo videro, levate le ancore cominciarono a inseguirlo. Delle tre
navi solo quella di Domizio accelerò e continuò a fuggire e col favore
della burrasca si sottrasse alla vista, mentre le altre due navi,
atterrite dall'accorrere delle nostre, si rifugiarono nel porto. Gli
abitanti di Marsiglia portano fuori dalla città, come era stato comandato,
armi e macchine da guerra, fanno uscire le navi dal porto e dai cantieri,
consegnano il denaro dell'erario pubblico. Fatto ciò, Cesare, risparmiando
quei cittadini più per la fama e l'antica origine che per i meriti della
città nei suoi riguardi, lascia qui due legioni di presidio, manda tutte
le altre in Italia; egli stesso parte alla volta di Roma.

23

Nel medesimo tempo C. Curione, partito dalla Sicilia per l'Africa e
tenendo in poco conto sin da principio le milizie di P. Azzio, trasportava
due legioni delle quattro che aveva ricevuto da Cesare e cinquecento
cavalieri; dopo due giorni e tre notti di navigazione approda in un luogo
detto Anquillaria, distante ventiduemila passi da Clupea, che durante
l'estate offre un discreto ancoraggio ed è chiuso da due alti promontori.
L. Cesare figlio, che aspettava il suo arrivo presso Clupea con le dieci
navi da guerra, che, tratte in secco a Utica dopo la guerra con i pirati,
P. Azzio aveva fatto riparare per questa guerra, temendo per il numero
delle navi di Curione era rientrato dall'alto mare e, spinta verso la riva
più vicina una trireme protetta, abbandonandola poi sul lido, era fuggito
verso Adrumeto per via di terra. C. Considio Longo difendeva questa città
con il presidio di una legione. Le altre navi di Cesare, dopo la sua fuga,
si rifugiarono ad Adrumeto. Il questore Marcio Rufo, seguitolo con dodici
navi che Curione aveva fatto venire dalla Sicilia come scorta alle navi da
carico, quando vide sul lido la nave abbandonata, la trasse in mare a
rimorchio; egli stesso con la flotta ritorna da C. Curione.

24

Curione manda avanti a Utica Marcio con le navi; egli stesso con
l'esercito vi si dirige e, dopo un percorso di due giorni, giunge presso
il fiume Bagrada. Qui lascia con le legioni il luogotenente C. Caninio
Rebilo; egli va avanti con la cavalleria a esplorare il campo Cornelio,
poiché quella località era giudicata molto adatta per l'accampamento. Si
tratta infatti di un colle ripido a picco sul mare, erto e scosceso da
entrambe le parti, ma tuttavia con un pendio un po' più dolce dalla parte
rivolta verso Utica. In linea retta dista da Utica poco più di mille
passi. Ma su questa via vi è una fonte, dove il mare per ampio tratto si
insinua e in quel punto si forma un vasto ristagno d'acqua. Per evitarlo,
si giunge in città con un giro di sei miglia.

25

Esplorata questa località, Curione vede il campo di Varo addossato al muro
della città presso la porta che è detta Belica, assai protetto dalla
natura del luogo, da una parte dalla stessa città di Utica, dall'altra dal
teatro che si trova davanti alla città, essendo l'accesso all'accampamento
difficile e stretto poiché le fondamenta del teatro sono immense.
Contemporaneamente s'accorge che molte merci, che per timore di un
repentino tumulto sono condotte dalla campagna nella città, vengono
portate da ogni parte e che le vie sono stipate. Manda qui la cavalleria
per fare preda e saccheggio; contemporaneamente per proteggere quel
convoglio Varo manda dalla città seicento cavalieri numidi e quattromila
fanti che il re Giuba pochi giorni prima aveva inviato in aiuto a Utica.
Costui aveva con Pompeo rapporti di amicizia per l'ospitalità a lui data
dal padre e un sentimento di rancore verso Curione, poiché quando questi
era tribuno della plebe aveva promulgato una legge con la quale aveva
proposto di confiscare il regno di Giuba. I cavalieri si scontrano e
invero i Numidi non poterono reggere il primo assalto dei nostri, ma, dopo
che ne rimasero uccisi circa centoventi, gli altri si rifugiarono nel
campo presso la città. Frattanto all'arrivo delle navi da guerra Curione
ordina che sia comunicato alle navi da carico, che stavano davanti a Utica
in numero di circa duecento, che egli avrebbe considerato nemici coloro i
quali non avessero immediatamente indirizzato le navi verso il campo
Cornelio. Fatta questa intimazione, levate in un istante le ancore, tutte
le navi lasciano Utica e si recano dove è stato comandato. Tale azione
procurò all'esercito abbondanza di ogni cosa.

26

Compiuto ciò, Curione si ritira nell'accampamento presso Bagrada e per
acclamazione dell'intero esercito viene salutato comandante supremo; il
giorno seguente conduce l'esercito a Utica e pone il campo presso la
città. Quando non erano ancora compiuti i lavori dell'accampamento, i
cavalieri dagli avamposti annunciano l'arrivo a Utica di grandi rinforzi
di cavalleria e fanteria mandati da Giuba; contemporaneamente si vedeva
una grande nube di polvere e in un attimo era in vista l'avanguardia.
Curione, scosso da questo fatto inatteso, manda avanti la cavalleria per
sostenere il primo impeto e fermare l'avanzata del nemico; egli stesso,
distolte in breve tempo le legioni dai lavori di costruzione del campo, le
schiera in ordine di battaglia. I cavalieri attaccano battaglia e, prima
che le legioni possano spiegarsi completamente e prendere posizione, tutti
i rinforzi del re, impediti dai bagagli e senza ordine, poiché avevano
fatto il cammino scompostamente perché senza timore, sono messi in fuga.
La cavalleria rimane quasi del tutto incolume, poiché si ritira
velocemente lungo il litorale nella città, ma viene ucciso un gran numero
di fanti.

27

La notte successiva due centurioni marsi con ventidue soldati delle loro
compagnie fuggono dal campo di Curione presso Azzio Varo. Costoro, sia che
gli riferissero realmente la loro opinione sia che lo compiacessero
dicendo cose gradite (e infatti crediamo volentieri a ciò che vogliamo e
speriamo che gli altri provino ciò che noi stessi proviamo), lo assicurano
che l'animo di tutto quanto l'esercito è contrario a Curione e che è sopra
tutto necessario che gli eserciti si incontrino e abbiano possibilità di
parola. Spinto da questo parere Varo, la mattina dopo, porta fuori dal
campo le legioni. La medesima cosa fa Curione ed entrambi schierano le
truppe in una valle non grande che tra loro si frapponeva.

28

Nell'esercito di Varo vi era Sesto Quintilio Varo che, come si è detto
sopra, era stato a Corfinio. Costui, lasciato in libertà da Cesare, era
venuto in Africa, là dove Curione aveva condotto quelle legioni che Cesare
in tempi precedenti aveva ricevuto provenienti da Corfinio, sicché, ad
eccezione di pochi centurioni sostituiti, centurie e manipoli erano
rimasti gli stessi. Quintilio, colta questa occasione per parlare,
incominciò a girare intorno alla schiera di Curione e a scongiurare i
soldati di non dimenticare il giuramento fatto a Domizio e a lui quando
era questore, e a non portare le armi contro quelli che avevano avuto la
medesima Fortuna e, durante l'assedio, avevano sofferto i medesimi mali, e
a non combattere in favore di quelli dai quali venivano con disprezzo
chiamati disertori. A queste aggiunse poche altre parole per suscitare
speranza di premi che dovevano aspettarsi dalla sua liberalità, se
avessero seguito lui ed Azzio. Nonostante questo discorso, da parte
dell'esercito di Curione non vi fu alcun tipo di reazione e così entrambi
i comandanti riconducono nel campo le proprie truppe.

29

Ma nel campo di Curione un grande timore assalì tutti gli animi; in breve
tempo esso viene accresciuto dai diversi discorsi dei soldati. Infatti
ognuno metteva in piedi delle congetture e a ciò che aveva sentito dire da
un altro aggiungeva qualcosa del proprio timore. Quando una diceria, pure
essendo frutto di uno solo, si propaga a più persone, e uno la trasmette a
un altro, le fonti di essa sembrano essere diverse. †Era una guerra
civile, un genere di uomini che è lecito agiscano liberamente e seguano il
loro volere, queste le legioni che poco prima erano state nel campo
avverso ... infatti anche la consuetudine con la quale venivano concessi
aveva mutato il beneficio di Cesare ... anche i municipi erano uniti a
partiti diversi ... e infatti non da Marsi e Peligni venivano come coloro
che nella notte precedente nelle tende e alcuni commilitoni ... discorsi
dei soldati, cose troppo gravi, dubbiose più dubbiosamente venivano
accolte†. Infatti alcune cose venivano inventate da coloro che volevano
apparire i più informati.

30

In conseguenza di ciò riunitosi il consiglio, si incomincia a deliberare
sulla situazione generale. Alcuni erano del parere che in ogni modo si
dovesse fare uno sforzo e assalire l'accampamento di Varo, poiché
giudicavano che l'ozio era dannoso più di ogni altra cosa in
considerazione della disposizione d'animo dei soldati; dicevano poi che
era meglio tentare valorosamente in battaglia la sorte della guerra
piuttosto che patire l'estremo supplizio, abbandonati e traditi dai propri
soldati. Vi era chi proponeva di ritirarsi verso la mezzanotte al campo
Cornelio affinché il maggior lasso di tempo intercorso contribuisse a
sanare l'animo dei soldati; se poi qualcosa di più grave fosse accaduto,
grazie alla grande moltitudine di navi con più sicurezza e facilità
avrebbero trovato rifugio in Sicilia.

31

Curione disapprova entrambi i pareri e diceva che quanto una proposta
mancava di coraggio, tanto l'altra ne presentava in eccesso: gli uni
contavano su di una fuga vergognosissima, gli altri pensavano di dovere
combattere anche in una posizione sfavorevole. "Con che fiducia", disse,
"confidiamo di potere espugnare un campo oltremodo protetto per natura del
luogo e per lavori di fortificazione? O invero che vantaggio avremo se
rinunciamo all'assalto del campo dopo avere ricevuto gravi perdite? Come
se non fosse il buon esito delle azioni a conciliare ai capi la
benevolenza dei soldati e la sconfitta gli odi! E il cambiamento poi del
campo che cosa comporta, se non una turpe fuga, la perdita di ogni
speranza e il malumore dei soldati? E infatti non è conveniente che i
buoni soldati sospettino che si ha poca fiducia in loro né che i cattivi
siano consci di essere temuti, poiché la nostra paura agli uni aumenta la
sfrenatezza, agli altri riduce l'ardore. Che se anche", continuò,
"giudicassimo certo ciò che si dice sul malanimo dell'esercito, cosa che
io invero confido essere del tutto falsa o sicuramente meno grave di
quello che si pensa, non è meglio dissimularla e tenerla nascosta
piuttosto che confermarla col nostro operato? Non è forse vero che, come
le ferite di un corpo, così le debolezze di un esercito vanno tenute
nascoste per non accrescere nei nemici la speranza? E inoltre aggiungono
che si parta a mezzanotte, perché, come io credo, coloro che tentano di
tradire possano farlo con maggiore facilità. E infatti azioni di tal fatta
sono tenute a freno o dalla vergogna o dal timore, di cui la notte è sopra
tutto nemica. Per tali motivi non ho tanta audacia da pensare che si
debba, ancorché senza speranza, attaccare l'accampamento, né tanto timore
da perdermi d'animo; penso che prima si debba esaminare ogni possibilità e
confido di potere ben presto prendere insieme a voi una decisione sul da
farsi".

32

Sciolto il consiglio di guerra, Curione convoca l'assemblea dei soldati.
Ricorda quale ardore è stato riscontrato in loro presso Corfinio da
Cesare, che, col loro aiuto ed esempio, ha occupato gran parte d'Italia.
"Tutti i municipi, uno dopo l'altro", dice, "hanno seguito voi e la vostra
condotta e, non senza ragione, Cesare su voi espresse giudizi molto
favorevoli, i suoi nemici invece molto severi. Pompeo infatti, pure senza
essere stato vinto in alcuna battaglia, traendo un infausto auspicio dal
vostro comportamento ha lasciato l'Italia; Cesare ha affidato alla vostra
lealtà me, a lui molto caro, la provincia di Sicilia e l'Africa, senza le
quali Roma e l'Italia non possono essere difese. Ora vi sono coloro che vi
esortano a ribellarvi a noi. Che cosa infatti vi è di più desiderabile per
loro che contemporaneamente sopraffare noi e legare voi con la complicità
di una azione scellerata? O nella loro ira che cosa di peggio possono
augurare per voi se non questo, che inganniate quelli che riconoscono di
esservi in tutto debitori e vi diate nelle mani di chi pensa di essere
perduto per causa vostra? E poi non avete udito le imprese di Cesare in
Spagna? Due eserciti messi in fuga; due generali vinti; due province
sottomesse; questo è ciò che è stato fatto in quaranta giorni, dal momento
in cui Cesare è giunto al cospetto degli avversari. Forse che coloro che
non sono stati in grado di opporre resistenza quando avevano le forze
intatte, ora che sono in rovina potrebbero resistere? Voi poi, che avete
seguito Cesare quando la vittoria era incerta, ora che ormai la sorte
della guerra è decisa, quando dovreste ricevere il premio dei vostri
servizi seguirete il vinto? Infatti essi dicono di essere stati
abbandonati e traditi da voi e rammentano il primo giuramento. Invero
avete voi abbandonato L. Domizio o L. Domizio voi? Non è forse vero che
egli vi ha abbandonato quando voi eravate pronti a subire l'estrema sorte?
Non è forse vero che di nascosto a voi ha cercato di salvarsi fuggendo?
Non è forse vero che, traditi da lui, siete stati salvati dalla clemenza
di Cesare? Come avrebbe potuto tenervi legati dal giuramento colui che,
gettati i fasci e deposto il comando, era egli stesso caduto, privato
cittadino e prigioniero, in potere altrui? Ecco un nuovo tipo di obbligo:
disprezzare quel giuramento dal quale siete vincolati e rispettare quello
che è stato sciolto per la capitolazione del comandante e per la perdita
dei diritti civili. Ma, credo, voi siete contenti di Cesare, malcontenti
di me. Io non ho intenzione di parlare dei miei meriti nei vostri
confronti, che fino a ora sono minori di quanto io voglia e voi vi
aspettiate, ma tuttavia i soldati sono soliti chiedere il premio della
loro fatica sempre dopo l'esito della guerra e neppure voi dubitate quale
esso sarà. Perché invero dovrei passare sotto silenzio il mio zelo
nell'adempiere i doveri o la mia Fortuna, considerando a che punto finora
sono giunte le cose? Vi rincresce forse che io abbia trasportato
l'esercito sano e salvo, senza avere perso neppure una nave? Che, appena
arrivato, abbia sconfitto al primo assalto la flotta dei nemici? Che due
volte in due giorni sia risultato vittorioso in battaglie equestri? Che
abbia stanato dal porto e dal golfo duecento navi da carico nemiche e
abbia ridotto i nemici a non potersi rifornire di viveri né per via terra
né con le navi? Ripudiata questa Fortuna e questi comandanti, seguirete
voi l'ignominia di Corfinio, la fuga d'Italia, la resa della Spagna,
presagi della guerra d'Africa? Quanto a me, volevo essere chiamato soldato
di Cesare, voi mi avete dato il titolo di comandante supremo. Se vi
pentite di ciò, rinuncio per voi al beneficio, restituite a me il mio nome
affinché non paia che mi abbiate dato quell'onore per oltraggiarmi.

33

I soldati, scossi da questo discorso, di continuo lo interrompevano mentre
parlava: appariva evidente che essi sopportavano con grande dolore il
sospetto di tradimento; invero mentre egli si allontana dall'assemblea
tutti quanti lo esortano a essere coraggioso e a non esitare ad attaccare
battaglia in qualsiasi luogo e a mettere alla prova la loro fedeltà e
valore. In seguito a ciò, mutata l'opinione e la volontà di tutti e con il
consenso generale, Curione stabilisce di affidare l'esito alla battaglia,
presentandosene appena l'opportunità; e il giorno seguente fa uscire le
truppe dal campo e le colloca in ordine di combattimento nel medesimo
luogo dove si era fermato nei giorni precedenti. Neppure Azzio Varo esita
a condurre fuori le truppe per non lasciarsi sfuggire l'occasione che gli
capitava sia di provocare i soldati nemici sia di combattere in posizione
favorevole.

34

Vi era fra i due eserciti, come si è detto sopra, una valle, non molto
grande, ma era difficile e ripida la via per salirvi. L'uno e l'altro dei
comandanti aspettava per attaccare battaglia in posizione più favorevole,
nel caso le milizie nemiche avessero deciso di attraversarla ... Frattanto
dal lato sinistro di P. Azzio si vedeva tutta la cavalleria e, mescolati
ad essa, numerosi armati alla leggera scendere nella valle. Contro di essi
Curione lancia la cavalleria e due coorti di Marrucini; la cavalleria
nemica non resse il loro primo impeto, ma, a briglia sciolta, trovò
rifugio presso i suoi; i fanti armati alla leggera, abbandonati da coloro
con i quali si erano lanciati all'assalto, venivano circondati e uccisi
dai nostri. Tutto l'esercito di Varo, rivolto da questa parte, vedeva la
fuga e l'annientamento dei suoi. Allora Rebilo, luogotenente di Cesare,
che Curione aveva condotto con sé dalla Sicilia, poiché sapeva essere
grande esperto di arte militare, disse: "Curione, vedi il nemico
atterrito; perché indugi ad approfittare dell'occasione?". Ed egli, dopo
avere detto ai soldati solo questo, di tenere a mente ciò che il giorno
prima gli avevano promesso, ordina di seguirlo e si slancia davanti a
tutti. La valle era così impervia che i primi non riuscivano facilmente a
salire senza il sostegno dei compagni. Ma i soldati di Azzio, cui la fuga
e la strage dei loro aveva colmato l'animo di terrore, non pensavano
affatto a resistere e si vedevano già ormai tutti quanti circondati dalla
cavalleria. E così, prima che si potesse tirare una freccia o che i nostri
avanzassero oltre, tutta la schiera di Varo volse le spalle e cercò
rifugio nel campo.

35

Durante questa fuga un Peligno, di nome Fabio, che aveva uno dei gradi più
bassi dell'esercito di Curione, raggiunta la prima fila dei fuggitivi,
andava in cerca di Varo chiamandolo per nome ad alta voce sì da sembrare
essere uno dei suoi soldati e volerlo avvertire e parlargli. Quando Varo,
dopo essere stato più volte chiamato, lo vide, si fermò, e chiese chi
fosse e che cosa volesse, quello tirò un colpo di spada al fianco e mancò
poco che uccidesse Varo; egli, alzato lo scudo per difendersi
dall'attacco, evitò questo pericolo. Fabio circondato dai soldati che
erano più vicini viene ucciso. Le porte dell'accampamento vengono ostruite
da una moltitudine disordinata di fuggitivi e viene impedito il passaggio;
muoiono più soldati in quel luogo senza ricevere ferita che in battaglia o
durante la fuga e non mancò molto che venissero scacciati dal campo;
alcuni uomini, senza interrompere la corsa, si diressero verso la città.
Ma l'accesso era allora impedito per un verso dalla natura del luogo e
dalle fortificazioni e per l'altro dal fatto che i soldati di Curione,
usciti per combattere, mancavano di quei mezzi necessari per espugnare il
campo. E così Curione riconduce l'esercito nell'accampamento con tutti i
suoi soldati incolumi, eccetto Fabio; mentre fra i nemici ne furono uccisi
circa seicento e feriti mille. Alla partenza di Curione tutti costoro e
molti altri, che si fingevano feriti, lasciano l'accampamento e si
rifugiano, per la paura, nella città. Varo, accortosi di ciò, visto il
terrore dell'esercito, lasciati nel campo un trombettiere e poche tende
per ingannare il nemico, verso mezzanotte, in silenzio, riconduce
l'esercito in città.

36

Il giorno successivo Curione intraprende l'assedio di Utica e il suo
accerchiamento con un vallo. Vi era nella città una moltitudine non
avvezza alla guerra, per il lungo periodo di pace; gli Uticensi grazie ad
alcuni benefici ricevuti da Cesare gli erano molto favorevoli; la colonia
di cittadini romani era formata da varie classi; grande era il terrore che
avevano prodotto le battaglie precedenti. E così già tutti parlavano
apertamente di resa e trattavano con P. Azzio perché con la sua
ostinazione non volesse mettere in pericolo la sorte di tutti. Durante
queste trattative, giunsero ambasciatori mandati dal re Giuba per
annunciare che egli era vicino con grandi truppe e per esortarli a
custodire e difendere la città. Questa notizia confortò il loro animo
sconvolto.

37

La medesima notizia veniva annunciata a Curione, ma per un certo tempo non
ci poté credere tanto grande era la fiducia che aveva nella sua fortuna. E
già da messaggeri e da lettere venivano riferiti in Africa i successi di
Cesare in Spagna. Esaltato da queste notizie pensava che il re non avrebbe
tentato nulla contro di lui. Ma quando venne a sapere da fonti certe che
le truppe di Giuba distavano da Utica meno di venticinque miglia, lasciate
le opere di fortificazione, si rifugiò nel Campo Cornelio. Cominciò ad
ammassare qui frumento, a fortificare il campo, a radunare legname e inviò
subito in Sicilia l'ordine di mandargli due legioni e il resto della
cavalleria. L'accampamento era adattissimo a condurre la guerra ad
oltranza per la natura del luogo e il modo in cui era fortificato, per la
vicinanza del mare, per l'abbondanza di acqua e di sale, di cui una grande
quantità era stata portata colà dalle vicine saline. Il legname non poteva
mancare per la quantità di alberi, non poteva mancare il frumento di cui
erano pieni i campi. E così, col consenso di tutti i suoi, Curione si
apprestava ad aspettare le rimanenti truppe e a trascinare in lungo la
guerra.

38

Definito ciò e approvati questi piani, Curione viene a sapere da alcuni
disertori della città che Giuba, richiamato da una guerra con un popolo
vicino e da controversie con gli abitanti di Leptis, si era fermato nel
suo regno e che il suo prefetto Saburra, che era stato mandato con poche
truppe, era vicino a Utica. Credendo sconsideratamente a queste fonti,
muta piano e stabilisce di risolvere la questione con il combattimento.
Molto contribuiscono a questa decisione la giovinezza, il grande coraggio,
i successi del passato, la speranza di condurre a buon fine l'impresa.
Mosso da ciò, sul fare della notte manda tutta la cavalleria verso
l'accampamento dei nemici nei pressi del fiume Bagrada; di tale campo era
capo Saburra, di cui prima si era detto; ma il re con tutte le milizie gli
teneva dietro e si era fermato a una distanza di sei miglia da Saburra. I
cavalieri, inviati da Curione, compiono di notte il cammino e assaltano i
nemici che, impreparati, non se lo aspettavano. I Numidi, secondo
un'abitudine dei barbari, si erano sdraiati qua e là senza alcun ordine.
Assalitili mentre erano immersi nel sonno e sparpagliati, ne uccidono un
gran numero; molti fuggono in preda al terrore. Compiuta questa azione i
cavalieri fanno ritorno da Curione e gli conducono i prigionieri.

39

Curione con tutte le milizie prima del giorno era uscito dal campo
lasciandovi di guardia cinque coorti. Avanzato per sei miglia, incontra i
cavalieri e viene a conoscenza della loro azione; chiede ai prigionieri
chi è a capo del campo di Bagrada; rispondono Saburra. Per la fretta di
terminare il viaggio tralascia di chiedere altre informazioni e,
volgendosi alle schiere più vicine, dice: "Vedete, o soldati, che le
parole dei prigionieri collimano con quelle dei disertori? Il re è
lontano, poche sono le milizie inviate e queste non hanno potuto tenere
testa a pochi cavalieri. Dunque affrettatevi verso la preda, verso la
gloria, in modo che io possa già cominciare a pensare ai vostri premi e a
dimostrarvi la mia riconoscenza". L'impresa che i cavalieri avevano
compiuta, per se stessa, era veramente grande, sopra tutto se il loro
esiguo numero veniva paragonato a una moltitudine così grande di nemici.
Tuttavia tale azione era ricordata dagli stessi con troppa esagerazione,
così come gli uomini di solito volentieri parlano dei propri meriti.
Inoltre venivano messe in bella mostra molte spoglie, venivano esibiti
uomini e cavalieri prigionieri sicché ogni indugio sembrava essere un
ritardo per la vittoria. E così alla speranza di Curione si aggiungeva
l'ardore dei soldati. Ordina ai cavalieri di seguirlo e accelera la marcia
per potere assalire i nemici atterriti quanto mai per la fuga. Ma i
cavalieri, sfiniti per la marcia di tutta la notte, non potevano stargli
dietro e si fermavano gli uni qui gli altri là. Neppure ciò diminuiva la
speranza di Curione.

40

Giuba, informato da Saburra dello scontro notturno, gli manda in aiuto
duemila cavalieri spagnoli e galli che era solito tenere con sé a guardia
della propria persona, e quella parte di fanti in cui aveva più fiducia.
Egli stesso con le rimanenti milizie e sessanta elefanti tiene dietro con
passo più lento. Saburra, sospettando che si avvicinasse lo stesso Curione
poiché era stata mandata avanti la cavalleria, schiera fanti e cavalieri e
ordina loro di indietreggiare a poco a poco e ritirarsi fingendo paura;
egli, quando fosse necessario, avrebbe dato il segnale di combattimento,
ordinando ciò che avesse compreso che la situazione richiedeva. Curione fa
scendere le milizie dalle alture alla pianura; infatti nel suo animo,
poiché egli credeva che i nemici fossero in fuga, l'impressione
dell'attuale circostanza si aggiungeva alla precedente speranza.

41

Quando si fu allontanato alquanto da queste alture, poiché l'esercito,
dopo avere percorso sedici miglia, era ormai sfinito dalla stanchezza, si
fermò. Saburra dà il segnale ai suoi, schiera l'esercito in ordine di
battaglia e incomincia ad aggirarsi fra le schiere, esortandole; ma
impiega la fanteria solo in seconda linea tanto per fare impressione col
numero, lanciando invece all'attacco la cavalleria. Curione non viene meno
al suo dovere ed esorta i suoi a riporre nel valore ogni speranza. Né ai
soldati, sebbene stanchi, né ai cavalieri, sebbene pochi e sfiniti dalla
fatica, difettavano zelo e valore per combattere; ma i cavalieri erano in
tutto duecento, poiché gli altri si erano fermati durante la marcia.
Costoro, ovunque andavano all'attacco, costringevano il nemico a
retrocedere, ma non erano in grado di inseguire i fuggitivi troppo oltre
né di incitare i cavalli a maggiore foga. Ma la cavalleria nemica
incomincia a circondare la nostra schiera da entrambi i lati e ad
assalirla alle spalle. Ogni qual volta delle coorti avanzavano all'attacco
staccandosi dallo schieramento, i Numidi freschi di forze velocemente
sfuggivano all'assalto dei nostri e le circondavano e le tagliavano fuori
mentre tentavano di rientrare di nuovo nei loro ranghi. Così non appariva
sicuro né mantenere la posizione e conservare lo schieramento né avanzare
all'attacco e tentare la sorte. Le milizie nemiche aumentavano di continuo
per gli aiuti inviati dal re; ai nostri venivano meno le forze per la
stanchezza e quelli che erano stati feriti non erano in grado né di uscire
dalla schiera né di rifugiarsi in un luogo sicuro, poiché tutto l'esercito
era stretto in una morsa, circondato dalla cavalleria nemica. Costoro,
disperando della propria salvezza, come sono soliti fare gli uomini in fin
di vita, o commiseravano la propria morte o raccomandavano i propri
familiari se mai la Fortuna avesse potuto salvare qualcuno di essi dal
quel pericolo. Ovunque non vi era altro che paura e pianto.

42

Curione, quando capisce che non si dà ascolto né alle sue esortazioni né
alle sue preghiere, essendo tutti attanagliati dal terrore, pensando che,
vista la situazione disastrosa, vi era una sola via di salvezza, ordina a
tutti di occupare i colli vicini e di portarvi le insegne. Ma questi
vengono occupati dalla cavalleria inviata da Saburra. Allora invero i
nostri giungono alla massima disperazione e una parte di essi in fuga
viene uccisa dalla cavalleria, una parte s'accascia a terra pure senza
ferite. Gneo Domizio, comandante della cavalleria, schierandosi con pochi
uomini attorno a Curione, lo esorta a cercare salvezza nella fuga e a
tornare nel campo, e gli promette di non abbandonarlo. Ma Curione dichiara
che mai, dopo avere perduto l'esercito che Cesare gli aveva affidato con
fiducia, sarebbe tornato al suo cospetto e così, mentre combatte, viene
ucciso. Pochissimi cavalieri si salvano dalla battaglia; ma quelli che,
come si è detto, si erano fermati alla retroguardia per ristorare i
cavalli, resisi conto da lontano della fuga dell'esercito intero, incolumi
ritornano al campo. I fanti, dal primo all'ultimo, vengono tutti uccisi.

43

Conosciuti tali fatti, il questore Marco Rufo, lasciato da Curione nel
campo, esorta i suoi a non perdersi d'animo. Quelli lo pregano e lo
scongiurano di riportarli in Sicilia con le navi. Lo promette e ordina ai
comandanti delle navi di tenere, sul fare della sera, tutte le lance
ancorate presso il lido. Ma il terrore di tutti fu così grande che gli uni
dicevano che le truppe di Giuba erano vicine, gli altri che Varo era
addosso con le legioni e già scorgevano la polvere di quelli che
sopraggiungevano, mentre non accadeva proprio nulla di tutto ciò, altri
ancora supponevano che la flotta nemica in breve tempo sarebbe giunta al
volo. E così, poiché erano tutti sconvolti, ognuno pensava a se stesso.
Coloro che erano sulle navi da guerra acceleravano la partenza. La loro
fuga istigava i comandanti delle navi da carico; solo poche barchette si
radunavano per eseguire il loro compito, come era stato ordinato. E sul
lido affollato tanta era la gara a chi, in tale moltitudine, per primo
riuscisse a imbarcarsi, che alcune imbarcazioni affondavano per il peso
della gente, altre tardavano ad avvicinarsi, temendo la stessa fine.

44

Per questi motivi accadde che solo pochi soldati e padri di famiglia, che
erano influenti per autorità o suscitavano commiserazione o erano in grado
di raggiungere a nuoto le navi, furono imbarcati e giunsero sani e salvi
in Sicilia. Le altre truppe, inviati di notte a Varo dei centurioni in
qualità di ambasciatori, si consegnarono a lui. Il giorno dopo Giuba,
vedendo dinanzi alla città le coorti di questi soldati, dichiarò
pubblicamente che erano sua preda di guerra e ordinò che una gran parte di
loro venisse uccisa; pochi soldati, da lui scelti, furono mandati nel suo
regno, sebbene Varo lamentasse, senza però osare opporsi, che egli
offendeva la sua lealtà. Lo stesso re, entrato a cavallo in città, seguito
da parecchi senatori, fra i quali Servio Sulpicio e Licinio Damasippo, in
pochi giorni stabilì e ordinò che cosa voleva si facesse in Utica. E dopo
pochi giorni ritornò con tutte le milizie nel suo regno.


LIBRO TERZO



1

Cesare in qualità di dittatore convoca i comizi elettorali; vengono eletti
consoli Giulio Cesare e Publio Servilio; era infatti questo l'anno in cui,
secondo le leggi, gli era concesso di diventare console. Ciò compiuto, dal
momento che in tutta Italia il credito era in grave crisi e non venivano
pagati i debiti, dispose che fossero nominati degli arbitri e che per
mezzo di essi si facesse la stima dei beni mobili ed immobili per sapere
quanto valesse, prima della guerra, ciascuno di questi beni, e che essi
fossero consegnati ai creditori. Stimò che questo provvedimento fosse
molto opportuno sia per fugare o diminuire il timore di nuovi libri dei
conti, cosa che quasi sempre suole accadere dopo guerre e discordie
civili, sia per tutelare la fiducia verso i debitori. Parimenti, a mezzo
di proposte di legge sottoposte al popolo dai pretori e dai tribuni della
plebe, reintegrò in tutti i loro diritti parecchi cittadini condannati in
forza della legge di Pompeo sui brogli, al tempo in cui Pompeo aveva in
città il presidio delle legioni, quando si svolgevano in un solo giorno
processi in cui alcuni giudici ascoltavano, altri emettevano la sentenza.
Questi cittadini all'inizio della guerra civile si erano offerti a Cesare,
se egli voleva avvalersi dei loro servigi in guerra, perciò li giudicò
come se se ne fosse servito, dal momento che si erano messi a sua completa
disposizione. Aveva infatti stabilito che costoro dovessero venire
reintegrati per giudizio popolare piuttosto che sembrare riabilitati per
suo favore, per non apparire o ingrato nel dimostrare la propria
riconoscenza o arrogante nel sottrarre al popolo un suo privilegio.

2

Impiega undici giorni per sbrigare queste cose, per celebrare le Ferie
latine e per portare a termine tutti i comizi; rinuncia alla dittatura,
parte da Roma e giunge a Brindisi. Aveva ordinato che si recassero colà
dodici legioni e tutta la cavalleria. Ma di navi trovò solo un numero
sufficiente a trasportare, a mala pena, quindicimila legionari e
cinquecento cavalieri. Solo questo [la scarsità delle navi] mancò a Cesare
per condurre a termine la guerra in breve tempo. Inoltre quelle stesse
legioni che vengono fatte imbarcare sono al di sotto del numero effettivo
di uomini in quanto molti di essi erano venuti a mancare in tante guerre
galliche, e il lungo viaggio dalla Spagna ne aveva di molto diminuito il
numero e l'autunno insalubre in Puglia e attorno a Brindisi aveva messo a
prova la salute di tutto l'esercito che proveniva dalle salutari regioni
della Gallia e della Spagna.

3

Pompeo, che aveva avuto un intero anno per mettere insieme le truppe,
tranquillo poiché in tale periodo non vi era stata guerra e interventi da
parte dei nemici, aveva raccolto dall'Asia, dalle isole Cicladi, da
Corcira, da Atene, dal Ponto, dalla Bitinia, dalla Siria, dalla Cilicia,
dalla Fenicia e dall'Egitto una grande flotta; aveva comandato che
un'altra grande flotta fosse costruita in ogni luogo, aveva preteso e
ottenuto una considerevole quantità di denaro richiesta in Asia e in Siria
e da tutti i re, dinasti e tetrarchi e dai liberi popoli dell'Acaia, aveva
costretto le società di cavalieri delle province in suo possesso a
versargli una grande quantità di denaro.

4

Aveva allestito nove legioni di cittadini romani; cinque le aveva
trasportate dall'Italia, una di veterani dalla Cilicia, che chiamava
"gemella" perché formata da due legioni, una da Creta e dalla Macedonia
composta di soldati veterani che, congedati da precedenti comandanti, si
erano fermati in quelle province, due dall'Asia che il console Lentulo
aveva fatto arruolare. Inoltre, a completamento degli effettivi, aveva
distribuito fra le legioni un gran numero di soldati provenienti dalla
Tessaglia, Beozia, Acaia ed Epiro; a questi aveva unito i soldati di
Antonio. Oltre a queste aspettava due legioni provenienti dalla Siria con
Scipione. Aveva tremila arcieri giunti da Creta, da Sparta, dal Ponto,
dalla Siria e da altre città, due coorti di frombolieri ciascuna formata
di seicento uomini, e settemila cavalieri. Di questi, seicento erano Galli
portati da Deiotaro, cinquecento li aveva portati Ariobarzane dalla
Cappadocia; circa un medesimo numero aveva procurato dalla Tracia Coto,
che aveva mandato il figlio Sadala; della Macedonia ve ne erano duecento,
al cui comando era Rascipoli, uomo di grande valore; cinquecento, Galli e
Germani, provenivano da Alessandria ed erano fra quei gabiniani che A.
Gabinio lí aveva lasciato di presidio presso il re Tolomeo, e Pompeo
figlio li aveva condotti con la flotta; ottocento li aveva raccolti fra i
suoi servi e pastori; trecento li avevano dati dalla Gallogrecia Castore
Tarcondario e Domnilao (uno era venuto di persona, l'altro aveva mandato
il figlio); duecento erano stati mandati dalla Siria da Antioco Commagene,
al quale Pompeo diede grandi ricompense, e di questi la maggior parte
erano arcieri a cavallo. A questi aveva aggiunto Dardani, Bessi in parte
mercenari in parte arruolati o volontari, e inoltre Macedoni, Tessali e
uomini di altre nazioni e città; in tal modo aveva formato quel numero che
sopra abbiamo detto.

5

Aveva radunato dalla Tessaglia, dall'Asia, dall'Egitto, da Creta, da
Cirene e da altre regioni una grandissima quantità di frumento. Aveva
deciso di svernare a Durazzo, ad Apollonia e in tutte le città marittime
per impedire a Cesare di attraversare il mare e a tal fine aveva disposto
una flotta su tutto il litorale. Era a capo delle navi egiziane Pompeo
figlio, di quelle asiatiche D. Lelio e C. Triario, delle siriache C.
Cassio, di quelle di Rodi C. Marcello e C. Coponio, della flotta liburnica
e achea Scribonio Libone e Marco Ottavio. M. Bibulo, pur se preposto a
tutte le operazioni marittime aveva tuttavia anche la direzione generale;
a lui apparteneva il comando supremo.

6

Cesare, non appena giunse a Brindisi, tenne un discorso ai soldati dicendo
che, poiché si era ormai giunti al termine delle fatiche e dei pericoli,
di buon animo lasciassero in Italia schiavi e bagagli e salissero sulle
navi senza impedimenti in modo che un maggiore numero di soldati potesse
venire imbarcato e che ponessero ogni speranza nella vittoria e nella sua
liberalità. Poiché tutti insieme gli avevano gridato di comandare ciò che
voleva e che avrebbero fatto di buon animo qualunque cosa avesse
comandato, salpò il 4 gennaio. Come si è detto, furono imbarcate sette
legioni. Il giorno dopo raggiunse la terra dei Germini. Tra le scogliere
dei Cerauni e altri luoghi pericolosi trovato un posto tranquillo, temeva
infatti ogni porto, poiché li credeva tutti in mano ai nemici, sbarcò i
soldati dalle navi, tutte incolumi dalla prima all'ultima, presso quella
località chiamata Paleste.

7

A Orico vi erano Lucrezio Vespillo e Minucio Rufo con diciotto navi
asiatiche delle quali essi erano a capo per ordine di D. Lelio; a Corcira
vi era M. Bibulo con centodieci navi. Ma quelli, non fidandosi delle
proprie forze, non osarono uscire dal porto, sebbene Cesare avesse
condotto di scorta in tutto solo dodici navi lunghe da guerra, fra cui
quattro coperte; e Bibulo, a sua volta, dal momento che non aveva le navi
in ordine per salpare e i rematori erano dispersi, non lo affrontò in
tempo poiché Cesare fu visto vicino a terra prima che la notizia del suo
arrivo si fosse sparsa in quei luoghi.

8

Sbarcati i soldati, Cesare rimanda nella stessa notte le navi a Brindisi
perché si potessero trasportare le altre legioni e la cavalleria. A questa
operazione era stato preposto il luogotenente Fufio Caleno, che doveva
trasportare velocemente le legioni. Ma le navi, che avevano preso troppo
tardi il largo e non ebbero dalla loro la brezza notturna, sulla via del
ritorno incontrarono una cattiva sorte. Bibulo infatti, informato a
Corcira dell'arrivo di Cesare, sperando di potersi imbattere in qualche
nave carica, incontrò quelle vuote; e incrociatene circa una trentina,
contro di loro sfogò la rabbia dovuta alla sua negligenza e alla sua
esasperazione: le incendiò tutte e nel medesimo incendio uccise marinai e
comandanti delle navi, sperando di atterrire gli altri con la gravità del
castigo. Compiuta questa impresa, occupò con la flotta, in lungo e in
largo, gli ancoraggi e tutti i litorali da Sasone al porto di Curico e,
scaglionati più scrupolosamente i corpi di guardia, egli stesso,
nonostante il rigore dell'inverno pernottava sulle navi vigilando,
disprezzando ogni fatica o incarico, senza aspettarsi un aiuto, pure di
potere venire alle armi con Cesare ...

9

Dopo la partenza delle navi liburniche dall'Illiria M. Ottavio giunse a
Salona con le sue navi. Qui, dopo avere sollevato i Dalmati e gli altri
barbari, provocò la rottura dell'alleanza di Issa con Cesare; ma non
potendo, né con preghiere né con minacce, smuovere la cittadinanza di
Salona, decise di assediare la città (è questa protetta sia dalla natura
del luogo sia da un colle). Ma in poco tempo i cittadini romani
costruirono delle torri di legno per difendersi e non potendo opporre
resistenza per l'esiguo numero di uomini, indeboliti dalle molte ferite,
ricorsero al rimedio estremo e liberarono tutti i servi in età giovanile
e, dopo avere tagliato i capelli di tutte le donne, fecero corde per le
macchine da guerra. Ottavio, venuto a conoscenza del loro piano, cinse la
città con cinque accampamenti e cominciò a incalzarla contemporaneamente
con assedio e assalti. Quelli, pur disposti a sopportare tutto, erano
tormentati sopra ogni cosa dalla mancanza di viveri. Perciò mandarono
ambasciatori a Cesare per chiedergli aiuto. Sostenevano da soli, come
potevano, gli altri disagi. Dopo molto tempo, poiché la durata
dell'assedio aveva reso i soldati di Ottavio alquanto trascurati,
cogliendo il momento del mezzogiorno quando i nemici si allontanavano,
disposti fanciulli e donne sulle mura, perché le abitudini quotidiane
sembrassero immutate, formata una schiera con quelli che avevano da poco
liberati, fecero irruzione nel più vicino degli accampamenti di Ottavio.
Espugnatolo, con lo stesso impeto assalirono il secondo, quindi il terzo e
il quarto e poi il quinto e cacciarono i nemici da tutti i campi e,
uccisone un gran numero, costrinsero i rimanenti e lo stesso Ottavio a
trovare rifugio sulle navi. Questo fu l'esito dell'assedio. E già si
avvicinava l'inverno e, subìti tanti danni, Ottavio, non sperando più di
espugnare la città, si ritirò a Durazzo presso Pompeo.

10

Abbiamo detto che L. Vibullio Rufo, prefetto di Pompeo, era caduto due
volte in potere di Cesare e da questo rimesso in libertà, una volta a
Corfinio, una volta in Spagna. Cesare, per i benefici che gli aveva
concesso, aveva giudicato costui idoneo per essere mandato con proposte da
Cn. Pompeo, per l'ascendente che su di lui, come sapeva, egli esercitava.
Queste per sommi capi erano le proposte: entrambi dovevano porre fine alla
loro ostinazione, deporre le armi e non tentare più a lungo la Fortuna.
Entrambi avevano ricevuto danni abbastanza grandi, che potevano servire di
lezione e di esempio sì da temerne altri: Pompeo, scacciato dall'Italia,
dopo avere perduto la Sicilia e la Sardegna e le due Spagne e centotrenta
coorti di cittadini romani in Italia e Spagna; lui, Cesare, con la morte
di Curione e la perdita dell'esercito africano e la resa di Antonio e dei
soldati presso Curitta. Non dovevano danneggiare se stessi e lo stato dal
momento che essi con i loro guai erano prova sufficiente di quanto può la
Fortuna in guerra. Era proprio questo il momento irripetibile per trattare
la pace, finché tutti e due confidavano in se stessi e le forze sembravano
pari; ma se per caso la Fortuna avesse fatto qualche piccola concessione a
uno dei due, chi si credeva superiore non avrebbe voluto sapere di
condizioni di pace, né si sarebbe contentato di parti uguali colui che
confidasse di potere avere tutto. Dal momento che prima non ci si era
potuti accordare, le condizioni di pace dovevano essere chieste al senato
e al popolo romano. Ciò conveniva allo stato ed era opportuno che piacesse
anche a loro. Se entrambi, immediatamente, alla presenza dei soldati,
avessero giurato di congedare entro tre giorni l'esercito, deposte le armi
e sciolte le truppe ausiliarie, nelle quali ora ponevano fiducia, di
necessità entrambi avrebbero di buon animo accettato il giudizio del
popolo e del senato. Affinché questa proposta potesse essere più
facilmente accettata da Pompeo, avrebbe congedato tutte le sue truppe
terrestri e le milizie delle città...

11

Vibullio, dopo avere riferito queste proposte [a Corcira], ritenne non
meno necessario informare Pompeo dell'improvviso arrivo di Cesare affinché
potesse prendere decisioni in merito prima di iniziare a esaminare
l'ambasceria. E così, senza interrompere il cammino né di giorno né di
notte e, per andare veloce, cambiando i cavalli in tutte le stazioni, si
dirige da Pompeo per annunziargli l'arrivo di Cesare. In quel momento
Pompeo era a Caldavia e dalla Macedonia si dirigeva ad Apollonia e a
Durazzo nei quartieri invernali. Ma, turbato dall'avvenimento inatteso,
con marce più veloci cominciò a dirigersi ad Apollonia affinché Cesare non
si impadronisse delle città della costa. Ma Cesare, sbarcate le truppe,
nel medesimo giorno si dirige a Orico. Quando vi giunse, L. Torquato, che
per ordine di Pompeo era a capo della città e qui teneva un presidio di
Partini, fece chiudere le porte e tentò di difendere la città; quando
ordinò ai Greci di salire sulle mura e di prendere le armi, quelli dissero
di non avere intenzione di combattere contro l'autorità del popolo romano;
poi spontaneamente i cittadini tentarono di accogliere Cesare. Torquato,
perduta ogni speranza di aiuto, aprì le porte e consegnò la città e se
stesso a Cesare, che lo lasciò incolume.

12

Capitolata Orico, Cesare si dirige senza alcun indugio ad Apollonia. Alla
notizia del suo arrivo L. Staberio, che qui comandava, cominciò a fare
portare acqua nella rocca e a fortificarla e a richiedere ostaggi dagli
abitanti di Apollonia. Ma questi dissero che non glieli avrebbero dati e
che non avevano intenzione di chiudere le porte al console né di assumere
deliberazioni contrarie a quelle dell'intera Italia [il popolo romano].
Conosciuto il loro parere, Staberio fugge di nascosto da Apollonia. Gli
abitanti mandano ambasciatori a Cesare e lo accolgono in città. Seguono il
loro esempio gli abitanti di Billide, di Amanzia e le altre città vicine e
tutto l'Epiro; mandati ambasciatori a Cesare, promettono di eseguire i
suoi ordini.

13

Ma Pompeo, venuto a conoscenza di quanto era avvenuto a Orico e ad
Apollonia e temendo la perdita di Durazzo, vi si dirige marciando giorno e
notte, mentre si andava dicendo che Cesare si avvicinava. Una paura tanto
grande si impadronì del suo esercito che, poiché nella fretta faceva della
notte giorno, non interrompendo la marcia, quasi tutti i soldati
dell'Epiro e quelli provenienti dalle regioni vicine disertavano, parecchi
gettavano le armi e la marcia pareva simile a una fuga. Ma quando Pompeo
si fermò presso Durazzo e ordinò di porre il campo, poiché l'esercito era
ancora in preda al terrore, Labieno per primo si fa avanti e giura di non
lasciarlo e di essere pronto ad andare incontro alla medesima sorte che la
Fortuna avesse riservato a Pompeo. Lo stesso giuramento fanno gli altri
luogotenenti; li seguono i tribuni dei soldati e i centurioni e il
medesimo giuramento fa tutto l'esercito. Cesare, visto che la marcia su
Durazzo era stata prevenuta da Pompeo, finisce di marciare in fretta e
pone il campo presso il fiume Apso nel territorio degli Apolloniati,
perché le città benemerite fossero difese da fortini e posti di guardia [a
difesa] e stabilisce di aspettare qui l'arrivo delle altre legioni
dall'Italia e di svernare in tenda. Altrettanto fa Pompeo e, posto il
campo al di là del fiume Apso, vi conduce tutte le milizie e le truppe
ausiliarie.

14

Caleno, imbarcate a Brindisi legioni e cavalleria, quel tanto che le navi
potevano contenerne, come era stato comandato da Cesare, salpa e,
allontanatosi un po' dal porto, riceve una lettera da Cesare che lo
informa che i porti e tutto il litorale sono in mano alla flotta nemica.
Venuto a conoscenza di ciò, fa ritorno in porto e richiama tutte le navi.
Una di esse, che continuò la navigazione e non obbedì al comando di
Caleno, poiché non c'erano soldati a bordo ed era comandata da un privato,
spintasi fino a Orico, fu presa da Bibulo che sfogò il proprio odio sui
servi e su tutti gli uomini liberi, non risparmiando neppure i fanciulli,
uccidendo tutti. Così da un breve intervallo di tempo e da un caso
accidentale dipese la salvezza di tutto l'esercito.

15

Bibulo, come si è visto sopra, era sulla flotta presso Orico e come egli
impediva a Cesare la via di mare e l'ingresso ai porti, così era impedito
a lui stesso lo sbarco in tutti i punti di quelle regioni. Infatti
collocati qua e là dei presidi, tutte le coste erano in mano a Cesare e
non vi era modo né di fare legna e acqua né di ormeggiare le navi. La
situazione era di estrema difficoltà e i Pompeiani erano tormentati dalla
totale mancanza del necessario sì da essere costretti a portare da Corcira
con navi da carico oltre che i viveri anche legna e acqua. Ciò nonostante
sopportavano pazientemente e di buon animo queste difficoltà e ritenevano
di non dovere togliere la sorveglianza alle coste e lasciare i porti. Ma
trovandosi nelle difficoltà che ho detto e essendosi unito Libone a
Bibulo, entrambi, dalle navi, dialogano con i luogotenenti M. Acilio e
Stazio Murco, dei quali l'uno era preposto alla difesa delle mura della
città, l'altro alle difese di terra: dicono di volere discutere con Cesare
di cose della massima importanza, se a loro viene concessa la possibilità.
A conferma di ciò aggiungono poche parole per mostrare di avere intenzione
di negoziare un trattato. Frattanto chiedono un armistizio e lo ottengono.
Di grande importanza infatti sembrava la proposta che presentavano e
sapevano che la cosa era molto desiderata da Cesare e si pensava che si
sarebbe ottenuto qualche risultato dalle proposte di Vibullio.

16

Cesare in quel tempo, partito con una sola legione per ricevere la
sottomissione delle città più meridionali e per procurarsi del frumento di
cui aveva penuria, si trovava nei pressi di Butroto, città di fronte a
Corcira. Qui, informato per lettera da Acilio e Murco delle richieste di
Libone e Bibulo, lascia la legione e fa ritorno a Orico. Giuntovi, i
Pompeiani vengono convocati a colloquio. Libone si fa avanti e porge le
scuse per l'assenza di Bibulo, poiché questi era di carattere fortemente
iracondo e aveva con Cesare un'inimicizia anche privata nata al tempo
dell'edilità e della pretura; per questo motivo aveva evitato il colloquio
affinché la sua irascibilità non turbasse il negoziato che si sperava di
grandissima utilità. È, dice, e fu sempre grandissimo desiderio di Pompeo
che si venisse a un accordo e si deponessero le armi; essi non hanno
nessun potere per trattare, perché secondo il decreto del consiglio il
comando supremo della guerra e di tutto il resto era stato affidato a
Pompeo. Ma, una volta conosciute le richieste di Cesare, essi le avrebbero
fatte pervenire a Pompeo e Pompeo, esortato da loro, avrebbe da solo preso
le rimanenti decisioni. Durasse frattanto l'armistizio in modo che si
potesse fare ritorno da Pompeo e nessuno dei due avversari potesse
danneggiare l'altro. A ciò aggiunge poche parole sulle ragioni del
conflitto e sulle proprie truppe e milizie ausiliarie.

17

A queste ultime considerazioni Cesare non ritenne di dovere per il momento
rispondere né pensiamo ora che ci sia un motivo sufficiente per
ricordarle. Cesare chiedeva che gli fosse possibile mandare ambasciatori a
Pompeo senza pericolo e che essi stessi garantissero il buon esito della
cosa oppure li prendessero in consegna e li conducessero alla presenza di
Pompeo. Per quanto concerneva la tregua, la situazione della guerra era in
questi termini che essi con la flotta erano di ostacolo alle sue navi e
alle truppe ausiliarie, mentre egli li teneva lontani dalla terraferma e
dall'approvvigionamento di acqua. Se volevano che questo ostacolo venisse
tolto, rinunziassero al blocco navale; se essi tenevano duro, anch'egli
aveva intenzione di tenere duro. Ciò nonostante si poteva trattare
dell'accordo, anche senza concessioni e ciò non era per loro un
impedimento. Libone rispose di non potere né accettare la tutela degli
ambasciatori di Cesare né garantire per la loro sicurezza; faceva ricadere
ogni responsabilità su Pompeo: su un solo punto insisteva, la tregua che
esigeva con grande insistenza. Quando Cesare comprese che egli aveva
ordito tutto il suo discorso per ovviare al pericolo presente e alla
mancanza di provviste e che non recava alcuna speranza o condizione di
pace, ricondusse il suo pensiero alla guerra.

18

Bibulo, al quale da molti giorni era impedito lo sbarco, gravemente
ammalato a causa della fatica e del freddo, non potendo essere curato e
non volendo abbandonare l'incarico assunto, non sopportò la virulenza
della malattia. Dopo la sua morte nessuno ebbe da solo il comando supremo,
ma ciascuno comandava le proprie navi autonomamente e secondo il proprio
giudizio. Vibullio, sedato il tumulto suscitato dall'improvviso arrivo di
Cesare, appena il momento gli parve opportuno, assistito da Libone, L.
Lucceio e Teofane, con i quali Pompeo era solito consultarsi sugli affari
della massima importanza, cominciò a discutere delle proposte di Cesare.
Aveva appena cominciato a parlare quando Pompeo lo interruppe e gli impedì
di proseguire oltre il discorso: "Che importa a me", disse "della vita o
dei diritti civili, se sembreranno da me posseduti per la benevolenza di
Cesare? E questa opinione non potrà essere cancellata, poiché sembrerà che
io sia stato ricondotto a forza in Italia, dalla quale mi sono
allontanato". Terminata la guerra, Cesare venne a conoscenza di questi
fatti da coloro che furono presenti al colloquio. Ciò nonostante tentò in
altro modo di fare trattative di pace mediante abboccamenti.

19

Tra i due campi di Pompeo e di Cesare vi era soltanto il fiume Apso e i
soldati avevano fra di loro frequenti colloqui e, come da loro comune
accordo, non veniva nel frattempo scagliato alcun dardo. Cesare manda il
luogotenente P. Vatinio sulla riva del fiume stesso per fare ciò che gli
pareva essere più utile per la pace: domandare, più volte e a gran voce,
se non era lecito a cittadini romani inviare ad altri cittadini romani
ambasciatori per trattative di pace, cosa che è concessa anche agli
schiavi che fuggono dai Pirenei e ai predoni, sopra tutto perché tentavano
di impedire che ci fosse uno scontro armato fra concittadini. Parlò a
lungo con tono supplichevole, come egli doveva, trattandosi della salvezza
sua e di tutti, e fu ascoltato in silenzio da entrambi gli eserciti. Dai
Pompeiani fu risposto che Aulo Varrone dichiarava che il giorno dopo
sarebbe andato al colloquio e che insieme a loro avrebbe esaminato in che
modo gli ambasciatori potessero venire senza pericolo ed esporre ciò che
volevano. Viene fissata una certa ora per l'incontro. E il giorno dopo
quando ci si incontrò da entrambe le parti si radunò una grande folla;
grande era l'attesa dell'evento e l'animo di tutti sembrava rivolto alla
pace. In mezzo a questa moltitudine avanza Tito Labieno e con tono
moderato incomincia a parlare di pace e a discutere con Vatinio.
All'improvviso dardi scagliati da ogni parte interrompono a metà i loro
discorsi; Vatinio, riparato dalle armi dei soldati, li evita; tuttavia
vengono feriti molti, fra i quali Cornelio Balbo, M. Plozio, L. Tiburzio,
alcuni centurioni e soldati. Allora Labieno: "Smettetela dunque di parlare
di accordi; infatti nessuna pace vi può essere con noi se non quando verrà
portata la testa di Cesare".

20

In quel medesimo tempo il pretore M. Celio Rufo si assunse la causa dei
debitori e, all'entrata in carica, pose il suo seggio accanto a quello di
Caio Trebonio, pretore urbano, e, se qualcuno ricorreva in appello sugli
estimi e sui pagamenti imposti dal giudice, prometteva di aiutarlo secondo
quanto Cesare aveva stabilito quando era a Roma. Ma per l'equità del
decreto e l'umanità di Trebonio, che riteneva che in quelle circostanze si
dovesse esercitare il diritto con clemenza e moderazione, avveniva che non
si poteva trovare chi per primo si appellasse contro le sentenze. Infatti
è forse proprio di un animo mediocre prendere a pretesto la povertà e
lamentarsi delle disgrazie proprie o di quelle dei tempi e mettere avanti
le difficoltà di vendita all'asta, ma mantenere intatti i propri beni,
quando si riconoscono i propri debiti, quale coraggio o impudenza
richiede? E così non si poteva trovare nessuno che presentasse tale
richiesta. E Celio si mostrò più duro di quelli stessi ai quali la cosa
era d'utilità. E, dopo un simile inizio, per non sembrare di essersi dato
inutilmente a una causa ingiusta, promulgò una legge che prevedeva il
pagamento dei debiti entro sei anni senza interesse.

21

Poiché il console Servilio e altri magistrati si opponevano ed egli
otteneva meno successo di quanto aveva previsto, Celio Rufo, per eccitare
le passioni degli uomini, abrogata la legge precedente, ne promulgò altre
due, una con la quale abbuonò agli inquilini l'affitto di un anno, l'altra
con la creazione di nuovi registri di debiti. Il popolo si sollevò contro
C. Trebonio, vi furono alcuni feriti ed egli fu cacciato dal suo seggio.
Di questi avvenimenti il console Servilio riferì al senato il quale
decretò che Celio doveva essere rimosso dalla carica. In base a tale
decreto il console gli impedì l'accesso al senato e, mentre tentava di
pronunciare un discorso, lo fece scendere dalla tribuna degli oratori.
Celio, turbato dalla vergogna e dal dolore, pubblicamente finse di andare
da Cesare; di nascosto mandò messi a Milone, che, ucciso Clodio, era stato
esiliato per tale crimine, e lo richiamò in Italia, poiché egli, che aveva
dato grandi spettacoli, possedeva ancora un certo numero di gladiatori;
Milone, unitosi a lui, fu mandato a Turi per sollevare i pastori. Egli era
giunto a Casilino quando le sue insegne militari e le sue armi furono
prese a Capua e fu scoperta a Napoli la schiera di gladiatori che tramava
per la resa della città; conosciuti i suoi piani, fu bandito da Capua.
Temendo il pericolo, poiché la città aveva preso le armi e lo considerava
un nemico pubblico, abbandonò il suo piano e mutò cammino.

22

Frattanto Milone, diramata ai vari municipi una lettera con la quale
comunicava di agire in ossequio al comando e al volere di Pompeo,
trasmessigli da Vibullio, istigava coloro che pensava essere oppressi dai
debiti. Ma, non potendo con essi ottenere risultati, aprì alcuni ergastoli
e iniziò l'attacco di Compsa nell'agro Irpino. Qui, con una legione dal
pretore Q. Pedio ..., fu colpito da una pietra scagliata dalle mura e
morì. E Celio, partito, come andava dicendo, alla volta di Cesare, giunse
a Turi. Qui, mentre sobillava alcuni abitanti di quel municipio e
prometteva denaro a cavalieri di Cesare, galli e spagnoli, mandati là di
guarnigione, venne ucciso da costoro. E così la fase iniziale di
avvenimenti importanti, che tenevano in ansia l'Italia perché i governanti
erano occupati in altre faccende e le circostanze suscitavano
preoccupazione, ebbe una fine rapida e facile.

23

Libone, partito da Orico alla testa di una flotta di cinquanta navi,
giunse a Brindisi e occupò l'isola che si trova di fronte al porto, poiché
riteneva preferibile difendere con sorveglianza stretta un solo luogo, per
dove era necessario che i nostri passassero, piuttosto che tutti i lidi e
i porti. Costui, arrivato all'improvviso, si imbatté in alcune navi da
carico che incendiò; ne portò con sé una carica di frumento e cagionò ai
nostri grande paura; sbarcati di notte fanti e sagittari, scacciò il
presidio di cavalieri e approfittò del favore della posizione a tal punto
da mandare una lettera a Pompeo, dicendo che, se voleva, desse l'ordine di
tirare in secco le navi per le riparazioni: egli con le sue navi era in
grado di impedire che Cesare ricevesse aiuti.

24

In quel tempo Antonio si trovava a Brindisi; confidando nel valore dei
soldati protesse con graticci e parapetti circa sessanta scialuppe delle
navi grandi; vi imbarcò soldati scelti e le dispose in parecchi luoghi
separatamente lungo il litoraneo; ordinò alle due triremi, che aveva fatto
costruire a Brindisi, di portarsi verso l'imboccatura del porto col
pretesto di esercitare i rematori. Quando Libone vide che esse erano
avanzate con troppa audacia, sperando di poterle sorprendere mandò contro
di esse cinque quadriremi. Quando queste erano vicine alle nostre navi, i
nostri veterani si rifugiavano nel porto, quelli, eccitati dal loro
ardore, con troppa imprudenza le inseguivano. Così, a un segnale
convenuto, all'improvviso da ogni parte le scialuppe di Antonio si
lanciarono contro i nemici e, al primo assalto, si impadronirono di una di
queste quadriremi con i rematori e i difensori e costrinsero le altre a
fuggire vergognosamente. A questo insuccesso si aggiunse il fatto che i
cavalieri disposti da Antonio lungo la costa impedivano ai nemici
l'approvvigionamento di acqua. Libone, indotto da questa necessità e
dall'onta, si allontanò da Brindisi e tolse l'assedio ai nostri.

25

Erano già passati molti mesi e l'inverno era quasi finito e da Brindisi
non giungevano a Cesare né navi né legioni. E a Cesare sembrava che si
fossero perdute alcune occasioni propizie, dal momento che più di una
volta erano soffiati venti favorevoli ai quali pensava che avrebbero
dovuto senz'altro affidarsi. E quanto più il tempo passava, tanto più i
comandanti della flotta nemica stavano vigili a sorvegliare e avevano
maggiore speranza di tenere lontano i nostri. E con frequenti lettere di
Pompeo venivano rimproverati, poiché non avevano saputo impedire in un
primo momento l'arrivo di Cesare; ed erano pertanto ora incitati a
ostacolare il resto dell'esercito; e così ogni giorno li aspettava una
situazione più difficile per la navigazione a causa di venti sempre più
deboli. Cesare turbato da questa situazione scrisse con tono alquanto duro
ai suoi a Brindisi che, colto un vento propizio, non si lasciassero
sfuggire l'opportunità di prendere il mare, per vedere se potevano
dirigere la rotta verso il lido di Apollonia e condurre colà le navi.
Questi luoghi erano completamente privi di sorveglianza, perché le navi
nemiche non osavano allontanarsi troppo dai porti.

26

I Cesariani danno prova di audacia e coraggio e, sotto il comando di Marco
Antonio e Fufio Caleno, per incitamento degli stessi soldati che non si
tiravano indietro di fronte a nessun pericolo per la salvezza di Cesare,
approfittando del vento australe, salpano e il giorno dopo passano davanti
ad Apollonia e Durazzo. Avvistatili dalla terraferma, Coponio, che a
Durazzo comandava la flotta di Rodi, fa uscire dal porto le navi e, quando
già si era avvicinato alle nostre navi favorito da un vento piuttosto
debole, l'Austro cominciò a soffiare in modo violento e fu di aiuto ai
nostri. Egli, invero, non demordeva per questo dal suo tentativo, ma con
lo sforzo e la fatica dei marinai sperava di potere vincere la violenza
della burrasca e di inseguire non di meno i nostri che pure avevano
oltrepassato Durazzo grazie alla grande forza del vento. I nostri, pur
favoriti dalla Fortuna, tuttavia temevano l'attacco della flotta nemica
nel caso che il vento si fosse calmato. Trovandosi di fronte il porto,
chiamato Ninfeo, a tre miglia da Lisso, vi fecero entrare le navi (questo
porto era protetto dall'Africo, ma non riparato dall'Austro), giudicando
il pericolo della tempesta minore di quello della flotta avversaria. Non
appena furono entrati, per un incredibile colpo di fortuna, l'Austro che
aveva soffiato per due giorni si mutò in Africo.

27

Fu possibile allora vedere un improvviso capovolgimento della Fortuna.
Coloro che poco prima avevano temuto per la propria salvezza, erano
accolti in un porto sicurissimo; quelli che avevano messo in pericolo le
nostre navi erano costretti a temere per la propria salvezza. E così,
mutata la situazione, la tempesta protesse i nostri e si abbatté contro le
navi rodie: tutte e sedici le navi coperte, dalla prima all'ultima,
vengono distrutte e affondate e del gran numero di rematori e combattenti
una parte, sbattuta contro gli scogli, rimane uccisa, una parte viene
tratta in salvo dai nostri. Cesare a tutti risparmiò la vita e li mandò a
casa.

28

Due nostre navi, che avevano navigato più lentamente, sorprese dalla
notte, non sapendo quale rotta avessero preso le altre, gettarono le
ancore di fronte a Lisso. Otacilio Crasso, comandante del presidio di
Lisso, si apprestava ad assalirle con battelli e parecchie imbarcazioni di
piccola stazza; contemporaneamente iniziava trattative per la resa e
prometteva salvezza a chi si arrendeva. Una delle due navi aveva imbarcato
duecentoventi uomini di una legione di reclute, l'altra poco meno di
duecento di una legione di veterani. Questi uomini fecero comprendere
quanto può aiutare la forza d'animo. Infatti le reclute, atterrite dalla
moltitudine delle navi e sfinite dal rollio e dal mal di mare, sentiti i
nemici giurare che non avrebbero recato loro alcun danno, si arresero a
Otacilio; tutti costoro, condotti dinanzi a lui, a dispetto del vincolo
del giuramento, vengono crudelmente uccisi in sua presenza. Ma i soldati
della legione veterana, parimenti tormentati dalla violenza della tempesta
e dalla puzza della sentina, giudicarono di non dovere affatto desistere
dal valore di un tempo, e, fatta trascorrere la prima parte della notte
discutendo le condizioni di una ipotetica resa, costringono il comandante
a fare approdare la nave. Trovato un luogo adatto, passarono qui il resto
della notte e all'alba, quando Otacilio mandò loro contro i cavalieri che
sorvegliavano quella parte di spiaggia, circa quattrocento, e gli armati
che li seguivano dal presidio di Lissa, si difesero e, dopo averne uccisi
alcuni, incolumi fecero ritorno dai nostri.

29

In seguito a questi avvenimenti, la colonia di cittadini romani che
occupava Lisso, città un tempo data loro e fatta fortificare da Cesare,
accolse Antonio e lo aiutò in ogni modo. Otacilio, temendo per sé, fugge
dalla città e si ricongiunge con Pompeo. Antonio, sbarcate tutte le
truppe, il cui effettivo totale era di tre legioni di veterani, una di
reclute e di ottocento cavalieri, rimanda in Italia la maggior parte delle
navi per il trasporto degli altri cavalieri e soldati; lascia a Lisso le
navi grosse, di tipo gallico, con il piano che, se per caso Pompeo,
ritenendo l'Italia priva di difesa, vi avesse trasportato l'esercito (e
questa era la voce corrente), Cesare avrebbe avuto una possibilità di
inseguirlo. In gran fretta manda messaggeri a Cesare per comunicargli in
quali regioni aveva fatto sbarcare l'esercito e quanti soldati aveva
trasportato.

30

Cesare e Pompeo, quasi nel medesimo tempo, vengono a sapere queste
notizie. Infatti avevano visto passare le navi oltre Apollonia e Durazzo
[avevano fatto rotta in quella direzione], ma i primi giorni non sapevano
dove erano andate. Informati della cosa, i due prendono decisioni opposte:
Cesare di congiungersi al più presto con Antonio, Pompeo di opporsi,
durante la marcia, ai nemici che sopraggiungevano e assalirli,
possibilmente sorprendendoli con agguati. Nel medesimo giorno entrambi
conducono gli eserciti fuori dagli accampamenti invernali stanziati presso
il fiume Apso; Pompeo di nascosto e di notte; Cesare alla luce del giorno,
davanti agli occhi di tutti. Ma Cesare doveva percorrere un cammino più
lungo e fare un ampio giro, rimontando il fiume per poterlo attraversare a
guado; Pompeo, procedendo speditamente poiché non doveva attraversare il
fiume, a marce forzate si dirige contro Antonio. Quando Pompeo si rese
conto di essere vicino, scelto un luogo adatto, vi fermò le milizie,
trattenne tutti i suoi soldati nel campo e impedì di accendere fuochi per
celare meglio il suo arrivo. La cosa viene subito riferita dai Greci ad
Antonio. Egli, mandati ambasciatori a Cesare, si trattenne per un giorno
solo nel campo; il giorno seguente Cesare giunse presso di lui. Pompeo,
venuto a conoscenza del suo arrivo, per non essere circondato da due
eserciti, si allontana da quella posizione e con tutte le milizie giunge
ad Asparagio di Durazzo e qui pone il campo in un luogo adatto.

31

In quel tempo Scipione, nonostante qualche perdita subìta presso il monte
Amano, si era proclamato comandante supremo. Fatto ciò aveva imposto il
pagamento di forti somme alle città e ai sovrani, aveva parimenti preteso
dagli appaltatori della sua provincia il pagamento delle tasse arretrate
di due anni; dai medesimi si era fatto anticipare, come prestito, la somma
delle imposte dell'anno successivo e aveva ordinato a tutta la provincia
un arruolamento di cavalieri. Ottenuto ciò, lasciandosi alle spalle, alla
frontiera, quei nemici, i Parti, che poco prima avevano ucciso il generale
Marco Crasso e assediato M. Bibulo, porta via dalla Siria le legioni e i
cavalieri. Ma la provincia della Siria era profondamente preoccupata e
timorosa di una guerra con i Parti e si sentiva dire dai soldati che essi
erano pronti, se fossero stati guidati ad assalire il nemico, ma non
avrebbero preso le armi contro un concittadino e un console. Pertanto egli
condusse le legioni nei quartieri invernali a Pergamo e nelle città più
ricche; fece grandissime elargizioni e, per assicurarsi il favore dei
soldati, permise loro di saccheggiare le città.

32

Frattanto in tutta la provincia si esigeva con grande severità il
versamento dei contributi imposti. Inoltre, per desiderio di denaro,
venivano escogitate molte nuove imposte, secondo le classi dei cittadini;
sulle singole persone, schiavi o liberi, veniva imposto un tributo; veniva
richiesta un'imposta sulle colonne, sulle porte, sul frumento, sui
soldati, sulle armi, sui rematori, sulle macchine da guerra, sui
trasporti; purché si potesse trovare il nome di una cosa, questo sembrava
essere motivo sufficiente per esigere denaro. Non solo alle città, ma
quasi a ogni borgata e singolo villaggio venivano preposti capi con
comando militare. E chi di questi aveva agito con maggiore durezza e
crudeltà veniva giudicato il migliore degli uomini e dei cittadini. La
provincia era piena di littori e di autorità, zeppa di esattori e di
prefetti che, oltre che alle tasse imposte, pensavano anche al proprio
guadagno personale; infatti andavano dicendo che, espulsi dalla patria e
dalla casa, mancavano di ogni cosa necessaria, per coprire con una
etichetta d'onestà un comportamento vergognosissimo. A ciò si aggiungevano
i pesantissimi interessi, come per lo più suole accadere in tempo di
guerra, quando a tutti vengono imposti tributi; e in queste circostanze
dicevano essere una donazione il differimento del pagamento di un sol
giorno. E così il debito della provincia in quel biennio si moltiplicò. E
per questo motivo non solo ai cittadini romani di quella provincia, ma
anche alle singole comunità e alle singole cittadinanze venivano imposti
determinati tributi e andavano dicendo che quelle somme venivano richieste
in prestito in base a un decreto del senato; agli appaltatori delle
imposte pubbliche, poiché avevano racimolato dei capitali, venivano
richiesti in prestito i tributi dell'anno successivo.

33

Inoltre Scipione aveva ordinato di portare via dal tempio di Diana a Efeso
il denaro che era stato depositato in passato. E nel giorno stabilito per
questa operazione si era giunti nel tempio con parecchi senatori che
Scipione aveva convocato presso di sé, quando viene recapitata a Scipione
una lettera da parte di Pompeo che annunciava che Cesare aveva passato il
mare con le legioni, invitandolo ad affrettarsi a giungere da lui con
l'esercito e a rimandare ogni altro impegno. Ricevuta questa lettera,
Scipione congeda i senatori convocati; egli stesso comincia a preparare il
viaggio per la Macedonia e dopo pochi giorni partì. Questa circostanza
salvò il denaro di Efeso.

34

Cesare, unitosi all'esercito di Antonio, dopo avere ritirato da Orico la
legione che qui aveva posto per difendere la costa, giudicava di dovere
mettere alla prova le province e avanzare oltre; ed essendo a lui giunti
dalla Tessaglia e dall'Etolia ambasciatori a promettere che, se fosse
stato mandato un presidio, le cittadinanze di quei popoli avrebbero
eseguito gli ordini, mandò in Tessaglia L. Cassio Longino con la legione
di reclute chiamata la ventisettesima e con duecento cavalieri e in Etolia
C. Calvisio Sabino con cinque coorti e pochi cavalieri; li esortò, in modo
particolare, a provvedere all'approvvigionamento, poiché quelle regioni
erano vicine. Ordinò a Cn. Domizio Calvino di partire per la Macedonia con
due legioni, la undicesima e la dodicesima, e con cinquecento cavalieri;
Menedemo, mandato come ambasciatore dalla zona di quella provincia, che
era chiamata libera, e che di quelle regioni era il capo, assicurava uno
straordinario favore di tutti i suoi verso Cesare.

35

Fra questi Calvisio, accolto al suo arrivo col massimo consenso di tutti
gli Etoli, respinti i presidi nemici da Calidone e da Naupatto, si
impadronì di tutta l'Etolia. Cassio giunse in Tessaglia con una legione.
Qui, poiché vi erano due fazioni, trovava differenti disposizioni d'animo
fra i cittadini: Egesareto, uomo di antica potenza, era favorevole a
Pompeo; Petreo, giovane di grande nobiltà, aiutava Cesare con tutte le sue
forze e con i mezzi suoi e della sua fazione.

36

Nel medesimo tempo Domizio giunse in Macedonia; e quando già cominciavano
a venire da lui numerose legazioni delle città, fu annunciato, con grande
risonanza e clamore generale, che Scipione era vicino con le legioni e che
presso tutti aveva suscitato grande fama e stima; infatti, per lo più, di
fronte a una situazione nuova il clamore supera la realtà. Costui, senza
fermarsi in nessun luogo della Macedonia, con grande impeto marciò verso
Domizio e, quando distò da lui ventimila passi, all'improvviso si diresse
in Tessaglia contro Cassio Longino. E fece ciò così celermente che la
notizia del suo avvicinamento e quella del suo arrivo furono
contemporanee. E, per marciare più velocemente, lasciò presso il fiume
Aliacmone, che divide la Macedonia dalla Tessaglia, M. Favonio con otto
coorti di scorta agli impedimenti delle legioni e ordinò di costruire qui
un campo fortificato. Nel medesimo tempo la cavalleria del re Coto, che di
solito si trovava presso i confini della Tessaglia, si diresse al volo
verso il campo di Cassio. Allora questi, sconvolto dalla paura, venuto a
conoscenza dell'arrivo di Scipione e visti i cavalieri che pensava fossero
suoi, si diresse sui monti che circondano la Tessaglia e di qui cominciò a
marciare verso Ambracia. Ma Scipione, mentre si affrettava a inseguirlo,
ricevette una lettera da parte di M. Favonio che gli annunciava che
Domizio era vicino con le legioni e di non potere, senza l'aiuto di
Scipione, mantenere il presidio affidatogli. Ricevuta questa lettera,
Scipione muta piano e direzione; cessa di inseguire Cassio, si affretta a
portare aiuto a Favonio. E così, con marcia forzata di giorno e di notte,
lo raggiunse proprio al momento giusto per potere contemporaneamente
scorgere la polvere dell'esercito di Domizio e vedere le prime avanguardie
di Scipione. Così la scaltrezza di Domizio salvò Cassio, la velocità di
Scipione Favonio.

37

Scipione, fermatosi due giorni nell'accampamento stabile presso il fiume
Aliacmone che scorreva fra il suo campo e quello di Domizio, il terzo
giorno all'alba fa guadare il fiume all'esercito e, posto il campo, il
mattino del giorno dopo dispone dinanzi ad esso le milizie a battaglia.
Domizio allora ritenne di non dovere esitare a fare uscire le legioni e
attaccare battaglia. Ma dal momento che la pianura fra i due campi era di
circa tremila passi, Domizio fece avanzare il proprio schieramento fin
sotto il campo di Scipione, mentre quest'ultimo continuava a non
allontanarsi dal vallo. Ma, quantunque i soldati di Domizio fossero a
stento tenuti a freno, accadde che non si attaccasse battaglia,
massimamente perché un ruscello dalle rive scoscese, posto sotto il campo
di Scipione, impediva l'avanzare dei nostri. Scipione, quando vide il loro
ardente desiderio di combattere, all'idea che il giorno dopo o sarebbe
stato costretto, suo malgrado, al combattimento o sarebbe rimasto nel suo
campo con grande infamia, egli, che aveva suscitato tanta attesa col suo
arrivo, dopo la sua avanzata temeraria si ritirò ignominiosamente e di
notte, senza neppur dare il segnale di togliere il campo, attraversò il
fiume e ritornò là donde era venuto e ivi, vicino al fiume, pose il campo
su di un luogo elevato. Pochi giorni dopo, di notte con la cavalleria
preparò un agguato ai nostri, nel posto in cui quasi sempre, nei giorni
precedenti, erano soliti foraggiare; e quando, secondo l'abitudine di ogni
giorno, giunse Q. Varo, prefetto della cavalleria di Domizio, quelli
all'improvviso balzarono fuori dai loro appostamenti. Ma i nostri con
coraggio sostennero il loro attacco e in breve tempo ciascuno rientrò nei
propri ranghi e tutti insieme a loro volta contrattaccarono i nemici. Fra
i quali circa ottanta furono uccisi, gli altri furono messi in fuga; i
nostri, perduti due uomini, tornarono al campo.

38

Dopo questo fatto Domizio, sperando di potere indurre Scipione a
combattere, finse di essere costretto a togliere il campo per scarsezza di
cibo e dato l'ordine secondo il costume militare, allontanatosi tremila
passi, fece fermare tutto l'esercito e la cavalleria in un luogo adatto e
nascosto. Scipione, che si era preparato a inseguirlo, mandò avanti in
esplorazione gran parte della cavalleria, per conoscere il percorso di
Domizio. Dopo che questi erano avanzati e i primi squadroni erano caduti
nell'agguato, gli altri, insospettiti dal nitrito dei cavalli, ripiegarono
e quelli che li seguivano, vista la loro veloce ritirata, si fermarono. I
nostri, scoperto l'agguato [dei nemici], tanto per non aspettare invano
gli altri, imbattutisi in due squadroni nemici, li fecero prigionieri.
Fuggì soltanto M. Opimio, prefetto della cavalleria. Tutti gli altri
furono o uccisi o condotti prigionieri da Domizio.

39

Cesare, dopo avere ritirato i presidi dalla costa, come si è detto sopra,
lasciò a Orico tre coorti per difendere la città e ad esse assegnò la
difesa delle navi da guerra che aveva condotto dall'Italia. Il
luogotenente Canino era preposto a questo incarico e alla città. Costui
fece portare le nostre navi in una zona più interna del porto, dietro la
città, e le fece ormeggiare a terra e all'ingresso del porto fece
collocare una nave da carico che era stata affondata e a questa ne unì una
seconda, sul davanti della quale fece costruire una torre rivolta
all'ingresso del porto e la riempì di soldati, affidando loro la difesa
contro attacchi improvvisi.

40

Venuto a conoscenza di ciò, Cn. Pompeo figlio, che era a capo della flotta
egiziana, venne a Orico e, presa a rimorchio la nave sommersa,
adoperandosi con molte funi riuscì a trascinarla via. L'altra nave,
collocata a difesa da Acilio, egli la assalì con molte navi sulle quali
aveva fatto erigere delle torri di pari altezza sia per combattere da una
posizione più elevata, sostituendo in continuazione soldati freschi a
quelli sfiancati, sia per tentare contemporaneamente l'assalto delle mura
della città da varie parti, da terra con le scale e dalle navi, in modo da
dividere le forze nemiche. A prezzo di sforzi e con una grande quantità di
proiettili sconfisse i nostri e, respinti i difensori che si rifugiarono
sui battelli e fuggirono, catturò quella nave. Nel medesimo tempo si
impossessò, dall'altra parte, della diga naturale posta di fronte alla
città che fa di essa una penisola; portò in una parte più interna del
porto quattro triremi spinte a forza di leve, dopo avervi messo sotto dei
rulli. E così assalite da entrambe le parti le navi da guerra che erano
ormeggiate a terra e senza difesa, ne condusse via quattro e incendiò le
rimanenti. Portata a compimento questa impresa, lasciò D. Lelio,
trasferito dalla flotta asiatica, per impedire che giungessero
approvvigionamenti in città da Billide e Amanzia. Egli stesso, recatosi a
Lisso, assalì trenta navi da carico lasciate dentro il porto da M. Antonio
e le incendiò tutte. Dopo avere tentato di espugnare Lisso, che era difesa
da cittadini romani che appartenevano a quella colonia, e da soldati
mandati da Cesare a presidiarla, rimasto là tre giorni, perduti pochi
soldati nell'assedio, se ne partì senza portare a compimento l'impresa.

41

Cesare, venuto a sapere che Pompeo era ad Asparagio, si diresse qui con
l'esercito, ed espugnata lungo il percorso la città dei Partini, dove
Pompeo aveva un presidio, il terzo giorno raggiunse Pompeo [in Macedonia]
e pose il campo vicino a lui e il giorno dopo, condotte fuori tutte le
truppe e schieratele in ordine di battaglia, offrì a Pompeo l'occasione di
combattere. Quando comprese che egli se ne stava sulle sue posizioni,
ricondotto l'esercito nell'accampamento, pensò di dovere seguire un altro
piano. E così il giorno dopo partì alla volta di Durazzo con tutte le
milizie, facendo un grande giro lungo un percorso difficile e angusto, con
la speranza di potere o ricacciare Pompeo in Durazzo o tagliarlo fuori da
quella città, dove egli aveva trasportato tutte le vettovaglie e il
materiale necessario per tutta la guerra. E così accadde. Pompeo infatti
in un primo momento, ignorando il piano di Cesare e vedendo che era
partito in direzione opposta a quella della città, pensava che se ne fosse
andato via per mancanza di cibo; informato in seguito da esploratori, il
giorno dopo levò il campo con la speranza di andargli incontro per una via
più breve. Cesare, sospettando che sarebbe accaduto ciò, esortò i soldati
a sopportare di buon animo la fatica e, sospesa la marcia solo per un
breve periodo della notte, al mattino giunse a Durazzo, proprio mentre si
vedeva da lontano l'avanguardia di Pompeo, e qui pose il campo.

42

Pompeo, tagliato fuori da Durazzo, quando vede fallito il suo primo piano,
ne utilizza un secondo e, in una zona elevata, detta Petra, che offre un
piccolo accesso alle navi e le protegge da alcuni venti, fortifica il
campo in una posizione elevata. Dà ordine che colà si riunisca parte delle
navi da guerra e sia portato frumento e vettovaglie dall'Asia e da tutte
le regioni in suo potere. Cesare, pensando che la guerra si sarebbe
trascinata troppo alle lunghe e disperando di avere rifornimenti
dall'Italia, poiché tutte le coste erano sorvegliate con grande diligenza
dai Pompeiani e tardavano ad arrivare le sue navi fatte costruire durante
l'inverno in Sicilia, in Gallia e in Italia, inviò in Epiro per
l'approvvigionamento i luogotenenti Q. Tillio e L. Canuleio e, poiché
queste regioni erano troppo lontane, stabilì di creare granai in
determinati posti e divise fra le città vicine il compito di trasportare
il frumento. Parimenti ordinò di requisire il frumento che si trovava a
Lisso e fra i Partini e in tutti i villaggi. Era pochissimo sia per la
natura del terreno stesso, poiché i luoghi sono aspri e montuosi e per lo
più si usava frumento importato, sia perché Pompeo aveva previsto ciò e
nei giorni precedenti aveva depredato i Partini e aveva fatto trasportare
a Petra dai cavalieri tutto il frumento raccolto dopo avere depredato e
spogliato le case dei Partini.

43

Venuto a conoscenza di ciò, Cesare studia un piano tenendo conto della
natura del luogo. Circondavano infatti il campo di Pompeo moltissime
colline elevate e scoscese. In un primo momento le occupò con dei presidi
e vi fece costruire dei fortilizi. Poi, come richiedeva la conformazione
di ciascun luogo, fatte condurre linee fortificate da un fortilizio
all'altro, iniziò a circondare Pompeo con un vallo, mirando a questi fini:
poiché il vettovagliamento scarseggiava e Pompeo aveva a disposizione
molti cavalieri, rifornire da ogni parte, con minore pericolo, frumento e
vettovaglie all'esercito, impedire contemporaneamente il foraggiamento a
Pompeo e rendere la sua cavalleria impossibilitata ad agire, in terzo
luogo sminuire il prestigio di cui Pompeo sembrava godere sopra tutto
presso le popolazioni straniere, poiché si sarebbe diffusa in tutto il
mondo la notizia che Pompeo era assediato da Cesare e non osava venire a
battaglia.

44

Pompeo non voleva allontanarsi né dal mare né da Durazzo, dove aveva
concentrato tutto il materiale da guerra, i proiettili, le armi, le
macchine e dove faceva portare con le navi il frumento per l'esercito, né
poteva d'altra parte impedire le opere di fortificazione di Cesare, a meno
di non volere venire a battaglia: cosa che aveva stabilito per il momento
di non dovere fare. Non rimaneva che ricorrere all'estrema risorsa della
guerra: occupare il maggior numero di colline, tenere presidi su una zona
il più possibile vasta e frazionare, quanto più poteva, le truppe di
Cesare; e così accadde. Infatti vennero costruiti ventiquattro fortilizi,
che abbracciavano una zona di quindici miglia, entro cui si effettuava il
foraggiamento e che comprendeva molti luoghi coltivati, che potevano
servire al momento per pascolare il bestiame. E come i nostri avevano
costruito da un fortilizio all'altro fortificazioni ininterrotte, affinché
in nessun posto i Pompeiani facessero irruzione assalendoli alle spalle,
così quelli, nel loro spazio interno, costruivano linee fortificate
ininterrotte perché i nostri non potessero in nessun posto penetrare e
attaccarli alle spalle. Ma i Pompeiani erano più veloci nei lavori, poiché
erano superiori per numero di soldati e, essendo all'interno, avevano un
perimetro minore da fortificare. E quando Cesare doveva prendere una di
quelle posizioni, Pompeo, sebbene avesse deciso di non impiegare nel
contrasto tutte le sue forze e di non attaccare battaglia, tuttavia
mandava in posizioni strategiche arcieri e frombolieri, di cui aveva un
gran numero. E molti dei nostri rimanevano feriti e s'era diffusa una
grande paura delle frecce e quasi tutti i soldati si erano confezionate
tuniche o coperture con imbottiture, coperte e pelli per evitare i dardi.

45

Entrambi si impegnavano con grande sforzo per occupare buone posizioni:
Cesare per stringere Pompeo in uno spazio il più possibile ristretto,
Pompeo per impossessarsi del maggior numero di colline in un perimetro il
più ampio possibile; e per questo motivo le scaramucce si facevano
frequenti. In una di queste, una volta, avendo la nona legione di Cesare
occupato una certa posizione, di cui aveva iniziata la fortificazione,
Pompeo, che si era impadronito di un colle vicino che fronteggiava questo
luogo, cominciò a impedire ai nostri il lavoro. E, dal momento che aveva
da una parte un accesso quasi pianeggiante, dapprima dispose intorno
arcieri e frombolieri, poi inviò una grande moltitudine di soldati armati
alla leggera e fece avanzare le macchine da guerra, ostacolando i nostri
lavori; non era infatti facile per i nostri contemporaneamente difendersi
e lavorare. Cesare, vedendo che i suoi uomini venivano da ogni parte
colpiti, ordinò la ritirata e l'allontanamento dalla zona. La ritirata si
faceva per un pendio. Così i Pompeiani incalzavano con più accanimento e
non permettevano ai nostri la ritirata, poiché a loro sembrava che i
nostri lasciassero la posizione mossi da paura. Si dice che in
quell'occasione Pompeo, pavoneggiandosi con i suoi, affermasse che
accettava di essere giudicato comandante di nessun valore, se le legioni
di Cesare fossero riuscite, senza ricevere un grandissimo danno, a
ritirarsi da dove s'erano temerariamente spinte.

46

Cesare, temendo per la ritirata dei suoi, ordinò di portare graticci verso
l'estremità della collina di fronte al nemico, collocandoli a sbarramento
e, protetti così i soldati, al di qua dei graticci fece scavare un fossato
di media larghezza e rendere ovunque il terreno quanto più possibile
impraticabile. Egli stesso collocò in luoghi adatti dei frombolieri che
fossero di aiuto ai nostri nella ritirata. Compiute queste operazioni
ordinò alla legione di ritirarsi. I Pompeiani, quindi, con maggiore
insolenza e audacia incominciarono a premere e incalzare i nostri e, per
superare i fossati, abbatterono i graticci collocati a difesa. Cesare,
accortosi di ciò, temendo che sembrasse non una ritirata, ma una fuga e
che ne derivasse un danno maggiore, quasi a metà del percorso, fatti
esortare i suoi da Antonio, che era a capo della legione, ordinò di dare
con la tromba il segnale di combattimento e di attaccare i nemici. I
soldati della nona legione, ritrovata d'un tratto l'intesa, scagliarono
dardi e, con una corsa veloce risalito il pendio dalla posizione più
bassa, respinsero a precipizio i Pompeiani costringendoli alla fuga. Ma i
graticci rovesciati, i pali nascosti e le fosse scavate furono di grande
impedimento alla loro ritirata. I nostri invero, ai quali bastava
ripiegare senza danno, dopo avere ucciso molti nemici e perduti soltanto
cinque uomini, si ritirarono in tutta tranquillità e, occupate altre
colline un poco al di qua di quel luogo, condussero a compimento i lavori
di fortificazione.

47

Era un modo di combattere nuovo e fuori dal comune sia per il grande
numero di fortilizi, per la vastità dell'area, per le imponenti
fortificazioni, per le complesse tecniche di assedio, sia per altri
motivi. Infatti chiunque tenta un assedio, serra il nemico incalzandolo
dopo che esso è stato fiaccato o indebolito o superato in battaglia o
provato da qualche insuccesso, forte della sua superiorità nel numero di
soldati e cavalieri; scopo poi dell'assedio di solito è questo: impedire
il vettovagliamento ai nemici. Ma in quel frangente Cesare, con un numero
inferiore di soldati, serrava un esercito integro, in buona salute e che
aveva abbondanza di tutto; infatti ogni giorno una gran numero di navi
giungeva da ogni parte a portare provviste e non poteva soffiare alcun
vento che non fosse favorevole almeno a una parte delle navi. Cesare
invece, consumata tutta la scorta di frumento raccolta in lungo e in largo
nella zona, si trovava in grandissime difficoltà. Ciò nonostante i soldati
sopportavano questa situazione con straordinaria resistenza. Ricordavano
infatti che nell'anno precedente in Spagna con gli stessi patimenti, e con
la loro fatica e resistenza, avevano portato a termine una guerra
durissima; non dimenticavano di avere sofferto una grande carestia presso
Alesia, una ancora più grande presso Avarico e di essere risultati
vincitori di popoli fortissimi. Ed essi non rifiutavano l'orzo e i legumi,
quando venivano loro distribuiti, ma gradivano molto il bestiame,
proveniente dall'Epiro, dove ve ne è in grande abbondanza.

48

Gli uomini che facevano parte delle truppe ausiliarie trovarono anche un
tipo di radice, detta "cara", che, unita al latte, alleviava molto la
mancanza di cibo. Ne facevano una specie di pane. Ve ne era in grande
quantità. Pani fatti con questa radice, quando i Pompeiani rivolgevano
loro parole di scherno rinfacciando ai nostri la fame, venivano scagliati
da ogni parte contro di loro per frustrare la loro speranza.

49

E ormai il frumento incominciava a maturare e la speranza stessa aiutava a
sopportare la carestia, poiché i nostri confidavano di avere entro breve
tempo abbondanza di cibo; e durante le veglie e nei dialoghi si sentiva
dire spesso dai soldati che, piuttosto che lasciarsi sfuggire di mano
Pompeo, avrebbero mangiato la corteccia degli alberi. Con piacere venivano
anche a sapere dai disertori che i cavalli dei nemici venivano tenuti in
vita, ma che il restante bestiame era tutto morto e che i nemici stessi
non erano più in buona salute, tormentati come erano dalla mancanza di
spazio, dal puzzo nauseabondo proveniente da una moltitudine di cadaveri,
dalle fatiche quotidiane, loro che non erano avvezzi a lavorare, e
dall'assoluta mancanza di acqua. Infatti tutti i fiumi e i ruscelli che si
dirigevano al mare Cesare o li aveva fatti deviare o li aveva sbarrati con
grandi lavori ed essendo le valli, a causa delle asperità dei luoghi,
strette e di difficile transito, egli le aveva sbarrate, piantando per
terra dei pali e ammassando contro di essi della terra per trattenere
l'acqua. E così i nemici erano per necessità costretti a cercare luoghi
bassi e paludosi ove scavare dei pozzi e questa fatica si aggiungeva ai
lavori quotidiani. Ma quelle sorgenti si trovavano troppo lontane da
alcuni presidi e, inoltre, per il caldo velocemente si prosciugavano. Al
contrario l'esercito di Cesare godeva ottima salute, aveva acqua in grande
abbondanza e vettovaglie di ogni genere, ad eccezione del frumento, in
grande quantità. Stando così le cose, vedevano ogni giorno la situazione
migliorare e, col maturare del grano, aumentare la speranza.

50

In questo nuovo tipo di guerra nuovi metodi di combattimento venivano
escogitati da entrambe le parti. I nemici, poiché avevano capito dai
fuochi notturni che le nostre coorti bivaccavano presso le fortificazioni,
si avvicinavano in silenzio e lanciavano una pioggia di frecce sulla
moltitudine, ritirandosi subito presso i loro. In seguito a queste vicende
in nostri, resi accorti dall'esperienza, ricorrevano a questo rimedio,
accendere altrove i fuochi ...

51

Frattanto P. Silla, che Cesare alla sua partenza aveva messo a capo del
campo, informato dei fatti venne in aiuto alla coorte con due legioni; al
suo arrivo i Pompeiani furono respinti con facilità. E infatti non ressero
alla vista e all'impeto dei nostri e, mentre le prime file furono
sbaragliate, gli altri volsero le spalle e abbandonarono la posizione. Ma
Silla chiamò indietro i nostri che si erano dati all'inseguimento perché
non andassero troppo avanti. Ma i più ritengono che la guerra avrebbe
potuto finire proprio in quel giorno, se egli avesse voluto inseguire con
più tenacia. Ma la sua decisione non sembra da biasimare, infatti diversi
sono i compiti del luogotenente e del comandante supremo: il primo deve
agire in tutto e per tutto secondo gli ordini, il secondo deve liberamente
decidere in base alla situazione generale. Silla, che era stato lasciato
da Cesare nell'accampamento, una volta liberati i suoi, fu contento e non
volle venire alle armi, anche se vi era la possibilità di un felice esito
dell'azione, e fece ciò per non dare l'impressione di avere assunto le
funzioni del comandante supremo. Una circostanza rendeva ai Pompeiani
molto difficile la ritirata. Infatti, partiti da una posizione più bassa,
si erano fermati sulla cima di un colle: se si fossero ritirati per il
pendio, temevano l'inseguimento dei nostri da una posizione più elevata;
inoltre non mancava molto al tramonto perché, nella speranza di concludere
l'azione, avevano protratto il combattimento quasi fino alla notte.
Pertanto Pompeo, decidendo in base alla necessità del momento, occupò una
collinetta abbastanza distante dal nostro fortilizio tanto da non potere
essere a tiro dei proiettili scagliati dalle macchine da guerra; vi si
fermò, fortificò la posizione e vi riunì tutte le milizie.

52

Nel medesimo tempo, inoltre, si combatté in due luoghi. Infatti Pompeo
aveva assalito più fortilizi contemporaneamente per dividere le forze in
modo da impedire l'invio di soccorsi dai presidi vicini. Nel primo di
questi luoghi Volcacio Tullo con tre coorti sostenne l'impeto di una
legione e la respinse; nel secondo i Germani, usciti dalle nostre
fortificazioni, uccisero parecchi nemici e ritornarono sani e salvi dai
loro.

53

E così in un solo giorno furono combattute sei battaglie, tre presso
Durazzo, tre presso le fortificazioni; fatto il bilancio di tutti questi
combattimenti, ci risultava che le perdite pompeiane erano di circa
duemila uomini, fra cui veterani richiamati e parecchi centurioni, fra i
quali Valerio Flacco L. figlio di colui che aveva ottenuto la pretura in
Asia; furono prese sei insegne militari. Non più di venti dei nostri
uomini caddero in tutte queste battaglie. Ma nel fortilizio non vi fu
nessun soldato che non venisse ferito e quattro centurioni della coorte
ottava persero gli occhi. Volendo, inoltre, rendere testimonianza delle
fatiche e del pericolo da essi sostenuti, contarono davanti agli occhi di
Cesare circa trentamila frecce lanciate contro il fortilizio, inoltre
sullo scudo del centurione Sceva, presentato a Cesare, furono trovati
centoventi fori. Cesare gli donò, per i suoi meriti verso di lui e verso
lo stato, duecentomila denari e pubblicamente lo promosse da centurione di
ottavo ordine a centurione di primo ordine (infatti era chiaro che il
fortilizio era stato salvato sopra tutto per il suo contributo); poi
elargì alla coorte un doppio stipendio e, con grande generosità, frumento,
vestiario, cibo e decorazioni militari.

54

Pompeo, accresciute poderosamente di notte le fortificazioni, nei giorni
seguenti costruì delle torri e, fatti edificare i baluardi alti quindici
piedi, coprì con vinee quella parte dell'accampamento. Cinque giorni dopo,
approfittando di un'altra notte nuvolosa, fece ostruire tutte le porte del
campo per sbarrare il passaggio e, poco dopo mezzanotte, condusse fuori
l'esercito in silenzio e si rifugiò nel campo precedente.

55

(56) Tutti i giorni successivi Cesare fece uscire nella pianura l'esercito
in formazione di combattimento, caso mai Pompeo volesse venire a
battaglia, e spinse le legioni fin quasi sotto il suo campo: la sua prima
fila distava dalle fortificazioni del campo di Pompeo quel tanto da essere
fuori dalla portata di proiettili scagliati a mano o con macchine da
guerra. Pompeo, a sua volta, per non perdere la propria reputazione e
credibilità presso i soldati, schierava l'esercito davanti al campo in
modo che la terza fila fosse a ridosso del vallo e tutto l'esercito
schierato potesse essere difeso con i proiettili lanciati dal vallo
stesso.

56

(55) Una volta ricevute in sottomissione l'Etolia, l'Acarnania e
l'Anfilochia, grazie, come abbiamo detto, a Cassio Longino e Calvisio
Sabino, Cesare ritenne opportuno attaccare l'Acaia e procedere un poco
oltre. E così mandò colà Q. Caleno insieme a Salino e Cassio con le loro
coorti. Alla notizia del loro arrivo Rutilio Lupo, che era stato mandato
da Pompeo a governare l'Acaia, diede ordine di fortificare l'istmo per
tenere Fufio lontano dall'Acaia. Caleno ottenne la sottomissione spontanea
di Delfi, Tebe e Orcomeno; prese alcune città con la forza, si adoperò,
mediante l'invio di ambasciatori, per portare le altre a un accordo con
Cesare. Queste attività assorbivano quasi completamente Fufio.

57

Mentre questi fatti accadevano in Acaia e presso Durazzo, si viene a
sapere che Scipione era giunto in Macedonia. Cesare, non dimentico del
primitivo disegno, gli invia Aulo Clodio, amico comune, che, da lui
presentato e raccomandato fin da prima, era considerato uno dei suoi
intimi. Gli consegna una lettera e messaggi per Scipione, che così in
breve si possono riassumere: egli tutto aveva tentato per la pace,
pertanto pensava che, se non si era concluso nulla, era solo per colpa di
quelli che egli aveva voluto fossero gli artefici della trattativa, poiché
essi avevano timore di recare i suoi messaggi a Pompeo in momento non
opportuno. Ma Scipione aveva tanta autorità non solo per esporre
liberamente il suo pensiero, ma anche, in larga misura, per fare pressione
e correggere chi sbagliava; d'altra parte era a capo di un suo esercito e,
oltre all'autorità, aveva anche le forze per fare opera di costrizione. Se
avesse fatto ciò, la pace dell'Italia, la quiete delle province, la
salvezza della nazione sarebbero state attribuite da tutti a lui solo.
Clodio porta a Scipione questa ambasciata e, nei primi giorni viene
ascoltato volentieri, almeno sembrava, nei successivi non è più ammesso al
colloquio, poiché Scipione era stato rimproverato da Favonio, come poi si
seppe a guerra finita; tornò quindi da Cesare senza avere portato a
termine l'incarico.

58

Cesare, per immobilizzare più facilmente la cavalleria di Pompeo presso
Durazzo e impedirle il foraggiamento, sbarrò con grandi opere di
fortificazione i due accessi, che, come abbiamo detto, erano molto stretti
e innalzò qui dei fortilizi. Pompeo, dopo alcuni giorni, quando s'accorse
che la cavalleria non gli era di alcun vantaggio, la fece di nuovo
rientrare con le navi presso di sé all'interno delle fortificazioni. La
penuria di foraggio era grandissima, così che nutrivano i cavalli con
foglie raccolte dagli alberi e tenere radici di canna pestate; infatti
avevano consumato tutto il frumento che era stato seminato entro le
fortificazioni. Erano costretti a fare giungere frumento da Corcira e
dall'Acarnania con un lungo tragitto per mare, e, poiché la quantità era
inferiore al bisogno, erano costretti ad aggiungere orzo e a nutrire i
cavalli in questo modo. Ma quando vennero a mancare non solo l'orzo e il
foraggio e l'erba tagliata in tutti i campi, ma anche le foglie sugli
alberi e i cavalli erano consunti dalla magrezza, Pompeo giudicò di dovere
fare un tentativo di sortita.

59

Vi erano presso Cesare, nella sua cavalleria, due fratelli Allobrogi,
Roucillo ed Eco, figli di Adbucillo, che per molti anni era stato al
comando del suo popolo, uomini di singolare valore, della cui opera,
eccellente e valorosissima, Cesare si era servito in tutte le guerre
galliche. A costoro in patria, per questi motivi, aveva fatto affidare
cariche molto importanti e li aveva, eccezionalmente, fatti eleggere
senatori; aveva dato loro in Gallia terreni sottratti ai nemici e grandi
premi in denaro, facendoli, da poveri che erano, ricchi. Costoro, per il
loro valore, erano non solo stimati da Cesare, ma anche considerati
dall'esercito; ma, fiduciosi dell'amicizia di Cesare e trascinati da una
stolta arroganza tipica dei barbari, disprezzavano i loro compagni,
defraudavano la paga dei cavalieri e sottraevano tutto il bottino per
mandarlo a casa. I cavalieri, irritati da questi fatti, andarono tutti
insieme da Cesare e si lamentarono pubblicamente dei loro soprusi e in più
aggiunsero che da quelli era stato dichiarato un falso numero di cavalieri
per appropriarsi indebitamente della loro paga.

60

Cesare, giudicando che quello non era il momento per punizioni, con atto
di grande condiscendenza per il loro valore, differì l'intera disputa; li
rimproverò privatamente per i guadagni sui cavalieri, ricordando loro che
dovevano attendersi ogni bene solo dalla sua amicizia e sperare, come per
il passato, in altri suoi favori. Questa vicenda tuttavia recò loro grande
offesa e il disprezzo da parte di tutti, e tale disprezzo lo coglievano
sia dai rimproveri degli altri sia dal giudizio e rimorso della propria
coscienza. Spinti da questa vergogna e credendo forse di non essere
assolti, ma di venire risparmiati solo temporaneamente, decisero di
allontanarsi da noi e tentare una nuova sorte, sperimentando nuove
amicizie. E accordatisi con qualche loro cliente, che osarono mettere a
parte di una simile azione delittuosa, dapprima tentarono di uccidere il
prefetto di cavalleria C. Voluseno, come in seguito, a guerra finita, si
venne a sapere, per potere trovare rifugio da Pompeo con qualche
benemerenza; quando la cosa apparve troppo difficile e non vi era
possibilità di condurla a termine, preso a prestito quanto più denaro
poterono, come se volessero dare soddisfazione ai loro compagni e
restituire il mal tolto, dopo avere comprato molti cavalli, passarono
dalla parte di Pompeo con i complici del loro piano.

61

Poiché erano di nobile famiglia, ed erano giunti riccamente equipaggiati e
con grande scorta e con molti giumenti ed erano considerati uomini
valorosi ed erano stati tenuti in grande onore presso Cesare, e poiché
inoltre la situazione si presentava nuova e insolita, Pompeo li ostentava
conducendoli in giro per i presidi. Infatti prima di allora nessuno, né
fante né cavaliere, era passato da Cesare a Pompeo, mentre quasi ogni
giorno c'era chi disertava Pompeo per Cesare, addirittura in massa
disertavano i soldati arruolati in Epiro e in Etolia e i soldati di tutte
quelle terre in mano a Cesare. Ma i due Allobrogi, informati su tutto,
sulle fortificazioni non ancora portate a termine e sui relativi punti
deboli, almeno a parere degli esperti militari, avevano inoltre preso nota
delle ore delle operazioni, delle distanze tra i luoghi, della diligenza
con cui erano vigilati i posti di guardia, diversa secondo lo zelo o il
carattere di chi era preposto alla guardia e avevano riferito tutto quanto
a Pompeo.

62

Pompeo, venuto a conoscenza di queste cose e avendo deciso già in
precedenza, come si è detto, di fare una sortita, ordina ai soldati di
preparare con vimini coperture per gli elmi e di ammassare materiale per
formare un terrapieno. Predisposto ciò, di notte fa salire su battelli e
navi veloci un gran numero di soldati armati alla leggera e di arcieri e
caricare tutto il materiale per il terrapieno. Intorno a mezzanotte fa
uscire fuori dal campo maggiore e dai presidi sessanta coorti conducendole
da quella parte delle fortificazioni rivolta verso il mare e molto lontana
dall'accampamento più grande di Cesare. Colà manda le navi cariche, come
si è detto, di soldati armati alla leggera e del materiale e le navi da
guerra di stanza a Durazzo e a ciascuno impartisce ordini dettagliati.
Presso quelle fortificazioni Cesare aveva disposto il questore Lentulo
Marcellino con la nona legione. A costui, che non godeva di buona salute,
aveva affiancato, come aiutante, Fulvio Postumo.

63

In quel luogo vi era una fossa di quindici piedi e, dirimpetto al nemico,
una palizzata alta dieci piedi, il cui terrapieno si estendeva altrettanto
in larghezza; a una distanza di seicento piedi vi era, rivolto dalla parte
opposta, un altro vallo con una fortificazione un po' più bassa. Infatti
Cesare, nei giorni precedenti, aveva fatto costruire un duplice vallo in
quel luogo, temendo che i nostri venissero circondati dalle navi, in modo
da potere resistere nel caso si fosse combattuto su due fronti. Ma la mole
del lavoro e l'ininterrotta fatica di ogni giorno non permettevano il
compimento dell'impresa, poiché la lunghezza della linea delle
fortificazioni era di diciassette miglia. E così il bastione posto
trasversalmente di fronte al mare che doveva congiungere queste due
fortificazioni non era ancora terminato. E il fatto, noto a Pompeo, poiché
gli era stato riferito dai disertori Allobrogi, recò grande danno ai
nostri. Infatti, quando le nostre coorti [della nona legione] avevano
finito il turno di guardia presso il mare, all'improvviso all'alba
giunsero i Pompeiani [vi fu l'arrivo dell'esercito]: i soldati imbarcati
sulle navi, giunti alle spalle, scagliavano proiettili contro il bastione
esterno, altri riempivano di materiale le fosse e contemporaneamente i
legionari, appoggiate le scale, atterrivano i difensori della
fortificazione interna, scagliando a mano e con macchine proiettili di
ogni tipo, mentre una grande moltitudine di arcieri incalzava da entrambi
i lati. La copertura di vimini posta sopra gli elmi era una valida difesa
dai colpi di pietra, unica arma in mano ai nostri. E così, mentre i nostri
venivano incalzati in ogni modo e a fatica resistevano, ci si rese conto,
come sopra si è detto, del difetto della fortificazione; i Pompeiani,
sbarcati nel tratto di mare fra i due bastioni, là dove il lavoro di
fortificazione non era stato completato, fecero impeto contro i nostri
alle spalle e li cacciarono da entrambe le linee di fortificazione
costringendoli a fuggire.

64

All'annuncio di questo assalto improvviso, Marcellino manda dal campo
coorti ... in aiuto ai nostri in difficoltà, ma queste trovarono i nostri
in fuga e non poterono col loro arrivo infondere coraggio; esse stesse non
sostennero l'assalto nemico. E così, qualunque aiuto inviato, contaminato
dal terrore dei fuggitivi, aumentava a sua volta terrore e pericolo:
infatti la ritirata veniva impedita dal gran numero di uomini. In quella
battaglia un aquilifero, ferito gravemente, mentre già gli venivano meno
le forze, alla vista dei nostri cavalieri disse: "Quest'aquila io da vivo
per molti anni l'ho difesa con grande zelo e ora, morendo, la restituisco
a Cesare con la medesima fedeltà. Vi prego, non permettete che sia
commesso atto vergognoso per l'onore militare, cosa che mai è avvenuta
prima nell'esercito di Cesare, e consegnategliela intatta". In tal modo
l'aquila fu salvata, sebbene fossero uccisi tutti i centurioni della prima
coorte, eccetto il centurione al comando della prima centuria.

65

E già i Pompeiani si avvicinavano al campo di Marcellino con grande strage
dei nostri e recando non poco terrore alle altre coorti, quando Marco
Antonio, che era a capo del posto di presidio più vicino, annunciatagli la
disfatta viene visto scendere dalle alture con dodici coorti. Il suo
arrivo arrestò i Pompeiani e rincuorò i nostri, cosicché si rinfrancarono
dalla tremenda paura. E non molto dopo Cesare, non appena un segnale di
fumo da fortino a fortino lo avvertì, secondo l'usanza dei tempi passati,
giunse nel medesimo luogo con alcune coorti tratte dai presidi. Venuto a
conoscenza della sconfitta subìta e visto che Pompeo era uscito dalle
trincee e fortificava il campo lungo il mare per potere foraggiare
liberamente e avere possibilità di accesso alle navi, Cesare cambia il
piano di guerra, poiché non aveva ottenuto gli scopi prefissati, e ordina
di trincerarsi vicino a Pompeo.

66

Terminata questa fortificazione, gli esploratori di Cesare videro, dietro
a una foresta, alcune coorti, che sembravano avere l'effettivo di una
legione e venivano condotte verso un vecchio accampamento. La posizione
del campo era questa. Nei giorni precedenti la nona legione di Cesare,
dopo essersi opposta alle truppe pompeiane e, come si è detto, dopo avere
costruito una cinta di fortificazioni, aveva posto qui il suo campo. Tale
campo era vicino a una foresta e distava dal mare non più di trecento
passi. In seguito Cesare, mutato il piano per certi motivi, portò il campo
un poco oltre quella posizione; pochi giorni dopo Pompeo aveva occupato
questo medesimo luogo e, poiché aveva intenzione di tenere lì un maggiore
numero di legioni, lasciata la trincea interna, ne aveva aggiunta una più
ampia. E così il campo minore incluso in quello maggiore faceva da fortino
e da roccaforte. Parimenti dall'angolo sinistro del campo aveva condotto
fino al fiume una linea di fortificazioni di circa quattrocento passi
perché i soldati potessero più liberamente e senza pericolo
approvvigionarsi di acqua. Ma anche Pompeo, mutato piano per certi motivi
che non è necessario ricordare, si era allontanato da quel luogo. Così per
parecchi giorni il campo era rimasto vuoto, e tutto il sistema di difesa
era intatto.

67

Gli esploratori informarono Cesare che in quel campo erano state portate
le insegne della legione; avvistamenti da alcuni fortilizi più elevati
confermarono la stessa cosa. Questo luogo distava dal nuovo campo di
Pompeo circa cinquecento passi. Cesare, sperando di potere piombare
addosso a questa legione e desiderando vendicare il danno ricevuto in quel
giorno, lasciò nelle fortificazioni due coorti per fare credere che si
compissero lavori di rafforzamento; egli stesso condusse verso la legione
e il campo minore di Pompeo, con un percorso discosto e il più
segretamente possibile, le rimanenti legioni schierate su due file, in
numero di trentatré, fra cui vi era la nona legione che aveva perduto
molti centurioni e che aveva un ridotto numero di soldati. E la sua prima
convinzione non fu fallace. Infatti giunse prima che Pompeo potesse
accorgersene, e, nonostante le fortificazioni del campo fossero imponenti,
dall'ala sinistra, dove egli stesso si trovava, colpì con un rapido
attacco i Pompeiani e li scacciò dal vallo. Una trave irta di punte di
ferro era posta dinanzi alle porte. Qui si combatté per un po': i nostri
tentavano di fare irruzione e i Pompeiani di difendere il campo; qui
combatté da eroe Tito Pullione, per opera del quale, come abbiamo detto,
fu tradito l'esercito di C. Antonio. Ma i nostri vinsero per il loro
valore e, distrutta la trave, dapprima fecero irruzione nel campo
maggiore, poi anche nel fortilizio che si trovava dentro il campo più
grande, poiché là si era ritirata la legione che era stata respinta;
uccisero alcuni nemici che qui facevano resistenza.

68

Ma la Fortuna, che ha grande potere in tutti gli altri eventi ma sopra
tutto in guerra, in breve spazio di tempo produce grandi mutamenti, e così
avvenne allora. Le coorti dell'ala destra di Cesare, non conoscendo il
posto, avanzarono lungo il trinceramento, che, come sopra abbiamo detto,
si estendeva dal campo al fiume, alla ricerca di una porta pensando che
quello fosse il trinceramento del campo. Ma quando ci si accorse che esso
andava a finire al fiume,dopo avere distrutta la fortificazione senza che
nessuno opponesse difesa, la oltrepassarono e tutta la nostra cavalleria
seguì quelle coorti.

69

Frattanto Pompeo, trascorso questo lasso di tempo abbastanza lungo,
all'annuncio del fatto mandò in aiuto ai suoi cinque legioni tolte dalle
opere di fortificazione; nel medesimo tempo la sua cavalleria si
avvicinava alla nostra; i nostri che avevano occupato il campo vedevano
l'esercito schierato e improvvisamente tutta la situazione mutò. La
legione di Pompeo, rassicurata dalla speranza di un pronto aiuto, tentava
di fare resistenza alla porta decumana e, inoltre, contrattaccava i
nostri. La cavalleria di Cesare, poiché si trovava a salire per un angusto
passaggio attraverso il terrapieno, temendo di non potersi ritirare dava
inizio alla fuga. L'ala destra, che era separata dalla sinistra, accortasi
che i cavalieri erano in preda al panico, perché temevano di essere
schiacciati entro la fortificazione, si ritirava dal lato dal quale aveva
fatto irruzione e la maggior parte di questi soldati, per non imbattersi
in strettoie, si gettavano da un bastione alto dieci piedi nelle fosse e,
schiacciati i primi che erano caduti, gli altri, passando sui loro corpi,
guadagnavano uscita e salvezza. I soldati dell'ala sinistra, vedendo dal
vallo che Pompeo si avvicinava e che i loro compagni fuggivano, temendo di
trovarsi rinchiusi in strettoie con il nemico dentro e fuori, cercavano la
ritirata per dove erano giunti. Ovunque vi era tumulto, paura, fuga,
sicché, sebbene Cesare strappasse le insegne dalle mani di chi fuggiva e
ordinasse di fermarsi, alcuni, lasciati i cavalli, continuavano la loro
fuga, altri per il timore abbandonavano anche le insegne e proprio nessuno
faceva resistenza.

70

In questa situazione di massima gravità concorreva a impedire che tutto
l'esercito fosse distrutto il fatto che Pompeo, temendo, penso, degli
agguati, poiché questi fatti erano accaduti oltre ogni sua speranza,
avendo egli visto poco prima fuggire dal campo i suoi soldati, non osò per
un certo tempo avvicinarsi alle fortificazioni e la sua cavalleria, per
l'angustia dei passaggi e per il fatto che erano stati occupati dai
soldati di Cesare, era lenta nell'inseguimento. Così fatti di poco conto
ebbero grande importanza per entrambe le parti. Le fortificazioni,
condotte dal campo al fiume, impedirono infatti, quando ormai il campo di
Pompeo era preso, la vittoria di Cesare quasi ormai certa. Lo stesso
ostacolo rallentò la velocità degli inseguitori e recò salvezza ai nostri.

71

Nelle due battaglie di questa sola giornata Cesare perse novecentosessanta
soldati e noti cavalieri romani, Tuticano Gallo, figlio di un senatore, C.
Fleginate da Piacenza, A. Granio di Pozzuoli, M. Sacrativiro di Capua,
cinque tribuni militari e trentadue centurioni. In gran parte tutti
costoro morirono senza alcuna ferita ma, per il terrore e la fuga dei loro
compagni, schiacciati nelle fosse, sulle fortificazioni e sulle rive del
fiume. Si persero trentadue bandiere. Pompeo venne in quella battaglia
salutato col nome di imperator. Mantenne questo titolo e in seguito
permise di essere salutato in tal modo, ma non fu solito usarlo nelle sue
lettere né pose sui fasci la corona d'alloro. Invece Labieno, ottenuta da
lui la consegna dei prigionieri, fattili condurre tutti dinanzi a sé, per
ostentare maggiormente, come sembrava, la propria fedeltà a Pompeo, pur
essendo egli un disertore, li chiamò commilitoni e, dopo avere chiesto
loro con parole fortemente oltraggiose se i soldati veterani fossero
soliti fuggire, li uccise alla presenza di tutti.

72

In seguito a queste vittorie nei Pompeiani la baldanza e la presunzione
crebbero tanto che non pensarono più al modo di condurre la guerra,
credendo ormai di avere vinto. Essi non capivano che a causare la
sconfitta fossero stati lo scarso numero dei nostri soldati, il luogo
sfavorevole, il difficile accesso a un campo già occupato dal nemico, la
duplice paura dentro e fuori le fortificazioni, l'esercito separato in due
parti, sicché l'una non aveva potuto portare aiuto all'altra. A ciò non
aggiungevano inoltre che non era stato condotto alcun attacco violento,
che non si era combattuta una vera battaglia e che i nostri, con il loro
stesso ammassarsi in grande moltitudine entro luoghi angusti, avevano
arrecato a se stessi maggiore danno di quello ricevuto dal nemico. Non
ricordavano infine una situazione tipica della guerra: quanto spesso cause
di piccolissimo conto o di falso sospetto o di improvviso terrore o di
scrupolo religioso hanno arrecato grandi danni; quante volte o per
incapacità del comandante o per colpa di un tribuno l'esercito subisce uno
scacco; ma come se avessero vinto per valore né potesse accadere alcun
mutamento di sorte, diffondevano per tutto il mondo, mediante messaggi e
lettere, la vittoria di quel giorno.

73

Cesare, costretto a rinunciare ai suoi precedenti progetti, pensò di
dovere cambiare totalmente il piano di guerra. E così, richiamati
contemporaneamente tutti i presidi e abbandonato l'assedio e riunito in un
solo posto l'esercito, tenne un discorso ai soldati esortandoli a non
addolorarsi per quanto era avvenuto, a non lasciarsi demoralizzare dagli
avvenimenti e a non anteporre a molte battaglie favorevoli una sconfitta
sola e per di più di poco conto. Dovevano ringraziare la Fortuna perché
avevano conquistato l'Italia senza subire perdite; perché avevano
pacificato le due Spagne, comandate da capi esperti e molto abili e per di
più alla guida di soldati animati da grande spirito bellico; perché
avevano in loro potere le province confinanti, ricche di frumento;
dovevano infine ricordare con quanta fortuna, in mezzo alle flotte
nemiche, erano stati trasportati tutti incolumi, mentre non solo i porti,
ma anche i lidi erano pieni di nemici. Se poi non andava tutto per il
meglio, si doveva aiutare la Fortuna con l'azione. E la responsabilità del
danno subito era da attribuirsi a chiunque altro ma non a lui. Egli aveva
scelto un luogo adatto per il combattimento, si era impadronito del campo
nemico, aveva cacciato e vinto quelli che opponevano resistenza. Ma se il
loro turbamento o qualche sbaglio o anche la Fortuna avevano impedito una
vittoria sicura e già alla portata di mano, tutti dovevano darsi da fare
per rimediare col valore al danno subito. Se così facevano, il danno si
sarebbe mutato in bene, come era avvenuto presso Gergovia, ed essi, che
prima avevano avuto paura di combattere, si sarebbero offerti
spontaneamente al combattimento.

74

Tenuto questo discorso, bollò d'infamia alcuni portabandiera e li rimosse
dal grado. E invero un dolore grande per la sconfitta e un desiderio di
riparare la vergogna si diffusero in tutto l'esercito così che ognuno,
senza aspettare il comando di un tribuno o di un centurione, imponeva a se
stesso come castigo fatiche più gravi del solito e tutti, all'unisono,
ardevano dal desiderio di combattere; anzi alcuni ufficiali superiori,
spinti da ragioni militari, giudicarono di dovere rimanere in quel luogo e
rimettere la sorte al combattimento. Cesare, al contrario, non poneva
abbastanza fiducia in soldati sconvolti e riteneva di dovere lasciare
passare un po' di tempo per rinfrancare gli animi; inoltre, poiché aveva
lasciato le fortificazioni, era grandemente preoccupato per
l'approvvigionamento.

75

E così, senza porre indugio, avuta cura solo dei feriti e dei malati, in
silenzio sul fare della notte dal campo inviò tutti i bagagli ad Apollonia
e diede l'ordine di non fare sosta prima di avere terminato il cammino. Di
scorta fu mandata una sola legione. Fatto ciò, trattenne nel campo due
legioni; verso le tre di notte condusse fuori le altre da varie porte e le
fece procedere per la stessa via; dopo un po', per conservare gli usi
militari e perché la sua partenza apparisse il più normale possibile,
ordinò l'adunata; subito dopo uscì e raggiunse la retroguardia e in breve
tempo fu fuori dalla vista del campo. Pompeo, capito il suo piano, non
pose alcun indugio all'inseguimento, ma proponendosi lo stesso fine di
potere sorprendere i nostri impediti nella marcia, condusse l'esercito
fuori dal campo e mandò innanzi la cavalleria per fermare la retroguardia
nemica. Non poté tuttavia raggiungerla, perché Cesare era avanzato molto
dal momento che marciava libero senza bagagli. Ma quando si giunse al
fiume Genuso, che aveva le rive scoscese, la cavalleria raggiunse la
retroguardia e cercò di fermarla provocandola a battaglia. Ad essa Cesare
oppose i suoi cavalieri e vi aggiunse quattrocento antesignani, armati
alla leggera; costoro furono di grande utilità perché, una volta attaccato
il combattimento equestre, respinsero tutti i nemici e ne uccisero
parecchi e, senza accusare perdite, si riunirono alla loro colonna.

76

Completata regolarmente la marcia da lui prevista per quel giorno e
trasportato l'esercito al di là del fiume Genuso, Cesare si fermò nel suo
vecchio campo di fronte ad Asparagio e trattenne tutti i fanti entro le
fortificazioni. Mandò fuori la cavalleria col pretesto del foraggiamento,
ma diede ordine che rientrasse subito nel campo per la porta decumana.
Parimenti Pompeo, compiuto il percorso fissato per quel giorno, si fermò
nel suo vecchio campo presso Asparagio. I suoi soldati non erano impegnati
in alcun lavoro, poiché le fortificazioni erano integre; pertanto alcuni
si allontanavano un po' troppo per fare legna o per cercare foraggi,
altri, poiché avevano ricevuto all'improvviso l'ordine della partenza e
avevano abbandonato gran parte dei bagagli piccoli e grandi e d'altronde
il vecchio campo era vicino e si potevano riprendere le cose abbandonate,
depositate le armi nelle tende, lasciavano la trincea. Poiché i Pompeiani
non erano in grado di inseguirlo, come egli aveva previsto che sarebbe
accaduto, Cesare, dato il segnale di partenza intorno a mezzogiorno,
condusse fuori l'esercito e, facendo una marcia lunga il doppio in un solo
giorno, si allontanò da quel luogo di otto miglia; Pompeo, essendosi
allontanati i suoi soldati, non poté fare altrettanto.

77

Il giorno successivo allo stesso modo Cesare sul fare della notte manda
innanzi i bagagli e, intorno alla quarta vigilia, esce anch'egli, in modo
da potere affrontare un attacco improvviso con l'esercito non impedito dai
bagagli, qualora si fosse presentata la necessità di combattere. La stessa
cosa fece anche nei giorni successivi. In tal modo riuscì a non subire
danni, nonostante fiumi molto profondi e strade piene di ostacoli. Pompeo,
per l'indugio del primo giorno, nonostante gli inutili sforzi di quelli
successivi, benché procedesse a marce forzate, desiderando raggiungere i
nostri che l'avevano preceduto, il quarto giorno pose fine
all'inseguimento e pensò bene di seguire un altro piano.

78

Era necessario a Cesare raggiungere Apollonia per lasciarvi i feriti, per
dare la paga ai soldati, per rassicurare gli alleati, per lasciare presidi
nelle città. Per assolvere questi impegni impiegò solo il tempo
necessario, perché aveva una grande fretta; temeva che Domizio fosse colto
all'improvviso dall'arrivo di Pompeo e, spinto da tale ansietà, si
dirigeva verso di lui il più rapidamente possibile. Secondo Cesare il
piano di tutta l'azione bellica si basava su questi punti: se Pompeo si
fosse diretto lì, Cesare lo avrebbe costretto a combattere privo di
frumento e vettovaglie, lontano dal mare e da quelle truppe che aveva
radunato a Durazzo, pertanto a condizioni pari alle sue; se Pompeo fosse
invece passato in Italia, Cesare si sarebbe unito all'esercito di Domizio
e, passando per l'Illiria, avrebbe portato aiuto all'Italia; se poi Pompeo
avesse tentato di assalire Apollonia e Orico, tagliandolo fuori da tutti i
lidi, Cesare, assediando Scipione, lo avrebbe costretto ad accorre in
aiuto ai suoi. Pertanto, mandati innanzi messi, Cesare scrisse a Cn.
Domizio, chiarendogli il proprio piano e, disposte quattro coorti di
presidio ad Apollonia, una a Lissa, tre a Orico, lasciati quelli che erano
inabili per le ferite, cominciò a marciare attraverso l'Epiro e
l'Atamania. Anche Pompeo, prevedendo il piano di Cesare, giudicava
opportuno raggiungere in fretta Scipione; se Cesare si dirigeva colà, egli
avrebbe portato aiuto a Scipione; se Cesare non voleva allontanarsi dalla
costa e da Orico, poiché attendeva legioni e cavalleria dall'Italia, egli
avrebbe assalito Domizio con tutte le truppe.

79

Per questi motivi entrambi volevano fare presto, e per essere di aiuto ai
loro e per non perdere l'occasione di annientare i nemici. Ma il transito
per Apollonia aveva allontanato Cesare dalla via più breve, Pompeo invece,
passando attraverso la Candavia, aveva un percorso agevole verso la
Macedonia. Inoltre improvvisamente sorse un'altra difficoltà, poiché
Domizio che aveva per più giorni tenuto il campo di fronte a Scipione si
era allontanato per fare provviste e si era diretto a Eraclea [Sentica che
si trova ai piedi dei monti della Candavia], così che sembrava che la
Fortuna stessa lo facesse incontrare con Pompeo. Fino a quel momento
Cesare ignorava questi fatti. Contemporaneamente, a causa delle lettere
sul combattimento svoltosi presso Durazzo, inviate da Pompeo in tutte le
province e città, lettere in cui i fatti venivano ampliati e gonfiati, si
era diffusa la voce che Cesare era stato battuto e messo in fuga e che
aveva perduto quasi tutte le truppe. Queste notizie avevano reso
pericoloso il cammino di Cesare, queste notizie alienavano parecchie città
dalla sua amicizia. In seguito a questi fatti avvenne che i messi inviati
per diverse vie da Cesare a Domizio e da Domizio a Cesare non poterono in
alcun modo portare a termine il loro viaggio. Ma gli Allobrogi, famigliari
di Roucillo e di Eco, che, come abbiamo detto, erano fuggiti presso
Pompeo, visti lungo il percorso gli esploratori di Domizio, un po' per la
loro antica amicizia, poiché avevano combattuto insieme in Gallia, un po'
perché spinti da vanagloria, riferirono tutto quanto l'accaduto e li
informarono della partenza di Cesare e dell'arrivo di Pompeo. Domizio,
informato da questi, precedendo grazie a loro il nemico di appena quattro
ore, evitò il pericolo e andò incontro a Cesare che giungeva presso
Eginio, città situata di fronte alla Tessaglia.

80

Una volta congiuntisi gli eserciti, Cesare giunse a Gonfi, la prima città
della Tessaglia per chi giunge dall'Epiro; pochi mesi prima la popolazione
di questa città aveva mandato spontaneamente ambasciatori a Cesare per
mettergli a disposizione tutti i propri beni, chiedendogli un presidio di
soldati. Ma già era giunta colà, gonfiata in molte parti, la notizia, di
cui parlammo, della battaglia di Durazzo. Pertanto Androstene, pretore
della Tessaglia, preferendo essere compagno della vittoria di Pompeo
piuttosto che alleato di Cesare nelle avversità, raduna dai campi nella
città tutta la moltitudine di schiavi e liberi, chiude le porte e manda
ambasciatori a Scipione e a Pompeo, chiedendo di venire in suo aiuto: egli
confidava nelle fortificazioni della città, se avesse ricevuto soccorso in
breve tempo; ma non era in grado di sostenere un assedio di lunga durata.
Scipione, venuto a conoscenza della partenza degli eserciti da Durazzo,
aveva condotto le legioni a Larissa; Pompeo non era ancora vicino alla
Tessaglia. Cesare fortificò il campo e diede ordine di costruire scale e
gallerie coperte e di preparare graticci in vista di un assalto
improvviso. Portati a termine questi lavori, dopo avere esortato i
soldati, mostrò loro di quanta utilità sarebbe stato, per alleviare la
mancanza di ogni cosa, impadronirsi di una città ricca e ben fornita e
nello stesso tempo, con l'esempio di questa, incutere terrore alle altre
città e fare ciò in breve tempo, prima dell'arrivo degli aiuti. E così,
approfittando di un eccezionale ardore dei soldati, nel medesimo giorno in
cui era giunto, dopo le tre pomeridiane, cominciò ad assediare la città
dalle altissime mura e la espugnò prima del tramonto; la lasciò al
saccheggio dei soldati e subito mosse il campo e giunse a Metropoli prima
che vi arrivassero notizie e fama della presa della città.

81

Gli abitanti di Metropoli, presa in un primo tempo la medesima decisione,
in quanto indotti dalle medesime voci, chiusero le porte e riempirono le
mura di armati, ma in seguito, venuti a conoscenza, da prigionieri che
Cesare aveva fatto avvicinare alle mura, di quanto era accaduto a Gonfi,
aprirono le porte. Essi vennero trattati con ogni riguardo e quando si
confrontò la sorte di Metropoli con la situazione di Gonfi non vi fu
nessuna città della Tessaglia, eccetto Larissa, che era occupata da grandi
forze di Scipione, che non ubbidisse a Cesare e non ne eseguisse gli
ordini. Cesare, trovato nella pianura un luogo adatto al rifornimento di
grano, che era ormai quasi maturo, stabilì di attendere qui l'arrivo di
Pompeo e di fissarvi il campo operativo militare.

82

Pompeo giunge in Tessaglia pochi giorni dopo e, tenuto un discorso davanti
a tutto l'esercito, ringrazia i suoi ed esorta i soldati di Scipione, dal
momento che la vittoria era già assicurata, a essere partecipi della preda
e dei premi e, dopo avere riunito in un solo campo tutte le legioni,
divide con Scipione l'onore del comando e ordina che anche per lui
squillino le trombe e che per lui venga allestita una seconda tenda
pretoria. Aumentate le truppe di Pompeo e congiuntisi due grandi eserciti,
viene confermata la precedente opinione di tutti e cresce la speranza di
vittoria, così che ogni momento che passava sembrava ritardare il ritorno
in Italia e se talora Pompeo agiva troppo lentamente o ponderatamente,
dicevano che il compimento della guerra non richiedeva che un giorno solo,
ma che egli si compiaceva del comando e che teneva in conto di schiavi gli
ex consoli e pretori. E già da tempo apertamente contendevano fra loro
ricompense civili e cariche religiose e stabilivano i consolati per gli
anni successivi; altri richiedevano le case e i beni dei Cesariani. In un
consiglio vi fu tra di loro una grande controversia se fosse opportuno
tenere conto, nei prossimi comizi pretori, della candidatura di Lucilio
Irro, che era assente in quanto mandato da Pompeo presso i Parti; i suoi
amici imploravano la lealtà di Pompeo, che mantenesse ciò che gli aveva
promesso alla sua partenza, perché non sembrasse essere stato ingannato
per mezzo della sua autorità; gli altri non volevano che uno solo venisse
preferito a tutti, quando uguali erano fatiche e pericoli.

83

Ben presto Domizio, Scipione e Lentulo Spintere, nelle quotidiane
discussioni sulla successione al pontificato di Cesare, giunsero
pubblicamente a gravissime ingiurie verbali: Lentulo ostentava il
privilegio dell'età, Domizio vantava il favore e l'autorità di cui godeva
a Roma, Scipione confidava nella parentela con Pompeo. Acuzio Rufo inoltre
accusò, presso Pompeo, L. Afranio del tradimento dell'esercito, che diceva
essere accaduto in Spagna. E L. Domizio in consiglio disse che era
favorevole a che, una volta terminata la guerra, ai senatori che avevano
partecipato con loro alla guerra venissero distribuite tre tavolette di
voto, per esprimere singoli giudizi su chi era rimasto a Roma o chi,
trovandosi nelle terre occupate da Pompeo, non aveva combattuto: una
sarebbe stata la tavoletta per assolvere da ogni imputazione; un'altra per
condannare a morte, la terza per infliggere multe. In una parola tutti
discutevano o delle proprie cariche o delle ricompense in denaro o dei
nemici da perseguire e pensavano non in che modo vincere, ma come mettere
a frutto la vittoria.

84

Provveduto al vettovagliamento e rincuorati i soldati, lasciato
trascorrere dalla battaglia di Durazzo il tempo necessario per conoscere a
sufficienza l'animo dei soldati, Cesare giudicò opportuno di saggiare
l'intenzione e la volontà di Pompeo di combattere. E così condusse fuori
dal campo l'esercito e lo schierò a battaglia, dapprima in posizioni
favorevoli e alquanto lontano dal campo di Pompeo, poi, nei giorni
seguenti, allontanandosi dal suo campo e schierando le truppe ai piedi dei
colli occupati dai Pompeiani. La qual cosa rafforzava di giorno in giorno
il morale del suo esercito. Tuttavia manteneva, per la cavalleria, la
medesima disposizione di cui abbiamo detto: poiché i suoi cavalieri erano
molto inferiori per numero ordinò che giovani e soldati armati alla
leggera, scelti tra gli antesignani, con armi adatte alla velocità,
combattessero in mezzo ad essi, affinché con un esercizio quotidiano
acquisissero esperienza anche di questo genere di combattimento. Il
risultato di ciò fu che un migliaio di cavalieri, impadronitisi della
pratica, erano in grado, anche in campo aperto, di sostenere l'impeto di
settemila pompeiani senza facilmente spaventarsi per la loro grande
superiorità numerica. E infatti in quei giorni combatté con successo una
battaglia equestre, uccidendo con alcuni altri Eco, uno dei due Allobrogi,
che, come sopra abbiamo detto, si erano rifugiati presso Pompeo.

85

Pompeo, che aveva il campo sul colle, schierava l'esercito ai piedi di
esso, aspettando sempre, come sembrava, che Cesare si esponesse in
posizione sfavorevole. Cesare, ritenendo che in nessun modo Pompeo potesse
essere trascinato a battaglia, giudicò essere questa per sé la migliore
tattica di guerra: muovere il campo da quel posto e stare sempre in
marcia, con questi obiettivi: usufruire delle migliori occasioni di
approvvigionamento spostando il campo e toccando luoghi diversi e,
contemporaneamente, durante la marcia, trovare qualche opportunità di
combattimento e, con quotidiane marce, sfinire l'esercito di Pompeo, non
abituato alla fatica. Stabilito ciò, dato già il segnale della partenza e
smontate le tende, ci si accorse che poco prima, contrariamente alla
abitudine di ogni giorno, la schiera di Pompeo si era allontanata un po'
troppo dal vallo, così che sembrava che si potesse combattere in posizione
non sfavorevole. Allora Cesare, quando già la schiera in ordine di marcia
era alle porte, disse ai suoi: "Dobbiamo rimandare al momento la marcia e
pensare al combattimento, come abbiamo sempre desiderato. Siamo pronti a
combattere; non facilmente in seguito troveremo l'occasione". E subito
conduce fuori le truppe pronte a combattere.

86

Anche Pompeo, come poi si venne a sapere, su esortazione di tutti i suoi,
aveva stabilito di venire a battaglia. E infatti, anche nel consiglio di
guerra, nei giorni precedenti aveva detto che l'esercito di Cesare sarebbe
stato annientato prima che le schiere si scontrassero. Essendosi molti
meravigliati di questa affermazione, disse: "So di promettere una cosa
quasi incredibile, ma sentite il piano che ho ideato, affinché andiate
alla battaglia con animo più saldo. Ho consigliato ai nostri cavalieri, e
mi hanno dato assicurazione che lo avrebbero fatto, di dare l'assalto,
quando si sia arrivati molto vicini, all'ala destra di Cesare, ossia dalla
parte scoperta, e, una volta aggirata la schiera alle spalle, di mettere
in fuga l'esercito disorientato prima che dai nostri venga scagliata una
freccia contro il nemico. E così senza pericolo per le legioni e quasi
senza spargimento di sangue concluderemo la guerra. La cosa inoltre non è
difficile dal momento che siamo tanto più forti nella cavalleria".
Contemporaneamente li ammonì di stare pronti per il giorno successivo e,
poiché vi era possibilità di combattere, come spesso avevano chiesto, di
non deludere né la sua né l'altrui aspettativa.

87

Dopo di lui parlò Labieno e, disprezzando le milizie di Cesare, esaltando
con somme lodi il piano di Pompeo, disse: "Non credere, o Pompeo, che
questo sia l'esercito che ha vinto la Gallia e la Germania. Io fui
presente a tutte le battaglie e non dico sconsideratamente cose non
conosciute. Sopravvive una piccolissima parte di quell'esercito; il grosso
è andato perduto, il che doveva necessariamente accadere in tante
battaglie; molti li ha distrutti in Italia la pestilenza dell'autunno,
molti sono tornati a casa, molti sono rimasti nel continente. Forse non
avete sentito dire che fra quelli rimasti per motivi di salute sono state
formate coorti a Brindisi? Queste milizie che vedete sono state formate
con le leve fatte in questi anni nella Gallia Citeriore e la maggiore
parte proviene dalle colonie transpadane. Del resto quella che era la sua
forza si è perduta nelle due battaglie di Durazzo". Dopo avere detto ciò,
giurò di non fare ritorno al campo se non da vincitore e esortò gli altri
a fare lo stesso. Pompeo, lodando questo proposito, fece lo stesso
giuramento; e invero fra gli altri non ci fu nessuno che esitò a giurare.
Fatto questo nel consiglio di guerra, tutti si allontanarono con grande
speranza e gioia; e già pregustavano nel pensiero la vittoria, poiché
sembrava che nulla potesse essere garantito invano da parte di un
comandante tanto esperto a proposito di un fatto così importante.

88

Cesare, avvicinatosi al campo di Pompeo, si accorse che l'esercito di
costui era schierato in questo modo: sull'ala sinistra vi erano le due
legioni mandate da Cesare all'inizio della guerra per decreto del senato,
di queste una era detta "prima", l'altra "terza"; in quella posizione vi
era lo stesso Pompeo. Scipione con le legioni siriache occupava il centro
dell'esercito. La coorte cilicia, unita alle coorti spagnole che, come
dicemmo, furono condotte da Afranio, era stata collocata all'ala destra.
Pompeo pensava che queste fossero le coorti più forti. Aveva collocate le
altre fra il centro e le ali e aveva completato l'effettivo con centodieci
coorti. Vi erano quarantacinquemila uomini; dei veterani richiamati ve ne
erano circa duemila che, esonerati dai lavori pesanti, avevano fatto parte
dei precedenti eserciti e ora si erano uniti a lui. Pompeo li aveva
distribuiti in tutto l'esercito. Aveva dislocato come presidio nel campo e
nei vicini fortilizi le rimanenti sette coorti. Un corso d'acqua dalle
rive impraticabili difendeva la sua ala destra; per questo motivo aveva
collocato tutta la cavalleria, tutti gli arcieri e i frombolieri sull'ala
sinistra.

89

Cesare, mantenendo l'ordine di battaglia del passato, aveva disposto la
decima legione sull'ala destra, la nona sulla sinistra, sebbene fosse
stata molto ridotta nelle battaglie di Durazzo; e così a questa aggiunse
la legione ottava, facendone appena una di due; e aveva dato l'ordine che
l'una fosse di sostegno all'altra. Aveva schierate in linea di battaglia
ottanta coorti, il cui contingente era di ventiduemila uomini; aveva
lasciato di presidio nel campo sette coorti. Aveva preposto all'ala
sinistra Antonio, alla destra P. Silla, al centro Cn. Domizio. Egli stesso
si pose di fronte a Pompeo. Non appena si rese conto della tattica bellica
nemica che abbiamo detto, temendo che l'ala destra venisse circondata
dalla moltitudine dei cavalieri, velocemente levò dalla terza schiera una
compagnia per legione e con queste formò una quarta fila che oppose alla
cavalleria e indicò che cosa voleva che si facesse: avvertì che la
vittoria di quel giorno dipendeva dal valore di quelle coorti.
Contemporaneamente ordinò alla terza fila [e a tutto l'esercito] di non
andare all'assalto senza il suo comando: quando avesse voluto l'assalto,
avrebbe dato il segnale col vessillo.

90

Esortato l'esercito alla battaglia secondo il costume militare e messi in
evidenza i propri meriti verso l'esercito in ogni tempo, principalmente
rammentò che poteva provare con la testimonianza dei soldati con quanto
zelo aveva cercato la pace, quali trattative aveva condotto per mezzo di
Vatinio negli abboccamenti, quali per mezzo di Aulo Claudio con Scipione,
in che modo si fosse adoperato con Libone presso Orico perché si
mandassero ambasciatori. Egli non aveva mai abusato del sangue dei soldati
né aveva voluto privare la repubblica dell'uno o dell'altro esercito.
Tenuto questo discorso, poiché i soldati lo richiedevano e ardevano dalla
brama di combattere, diede con la tromba il segnale.

91

Nell'esercito di Cesare vi era un veterano richiamato, Crastino, che
nell'anno precedente sotto di lui aveva guidato la prima centuria della
decima legione, uomo di singolare valore. Costui, dato il segnale, disse:
"Seguitemi voi che foste del mio manipolo e servite il vostro comandante,
come avete promesso. Rimane questa sola battaglia; al suo termine Cesare
riavrà la sua dignità e noi la nostra libertà". Contemporaneamente,
volgendo lo sguardo a Cesare, disse: "Oggi, o comandante, farò in modo che
tu abbia a ringraziare me, o vivo o morto". Dopo avere detto queste
parole, per primo corse all'attacco dall'ala destra e circa centoventi
soldati volontari scelti [della medesima centuria] lo seguirono.

92

Tra le due schiere vi era rimasto solo lo spazio che bastava ai due
eserciti per venire all'attacco. Ma Pompeo aveva precedentemente detto ai
suoi di aspettare l'assalto di Cesare e di non muoversi dalla posizione e
di lasciare che l'esercito di Cesare si scompaginasse. Si diceva che, per
consiglio di C. Triario, avesse dato questo ordine di modo che la forza
dei soldati si infrangesse nel primo attacco e la schiera si fiaccasse,
sicché i soldati pompeiani, collocati nelle proprie file, avrebbero potuto
assalire i nemici dispersi. Sperava che, trattenendo sulle loro posizioni
i soldati, i giavellotti sarebbero caduti con danno minore di quello
subito andando incontro ai proiettili scagliati; nello stesso tempo
sperava che i soldati di Cesare venissero fiaccati dalla distanza doppia
che dovevano coprire di corsa. Ma invero ci sembra che Pompeo abbia fatto
ciò senza nessuna ragione, poiché per natura sono innati in tutti
l'entusiasmo e l'esuberanza che vengono accesi dal desiderio di battaglia.
I comandanti non devono reprimerli, ma potenziarli; e non invano
nell'antichità si stabilì che le trombe squillassero da ogni parte e tutti
quanti levassero grida; si pensò di atterrire con questi mezzi i nemici e
di incitare i propri soldati.

93

Ma, dato il segnale di attacco, i nostri soldati, avanzati di corsa con i
giavellotti contro i nemici e accortisi che i Pompeiani non andavano
all'assalto, pratici per esperienza e ammaestrati in battaglie precedenti,
spontaneamente rallentarono e si fermarono quasi a metà distanza per non
avvicinarsi stremati e, dopo un breve intervallo di tempo, ripresa
nuovamente la corsa, lanciarono i giavellotti e rapidamente, come era
stato ordinato da Cesare, misero mano alle spade. Invero i Pompeiani non
vennero meno al loro dovere. Infatti sostennero il lancio dei giavellotti
e l'assalto dei legionari; conservarono le file e dopo avere lanciato i
giavellotti ricorsero alle spade. Nello stesso tempo, come era stato
ordinato, tutti i cavalieri dal lato sinistro di Pompeo si lanciarono
all'assalto e si riversò tutta la moltitudine degli arcieri. La nostra
cavalleria non sopportò il loro assalto, ma, respinta dalle sue posizioni,
indietreggiò un poco e i cavalieri di Pompeo cominciarono, perciò, a
incalzare con più accanimento, a disporsi a squadroni e ad aggirare dal
lato scoperto il nostro schieramento. Quando Cesare si accorse di ciò,
diede il segnale di combattimento alla quarta fila che aveva formata con
sei coorti. Quelle coorti si lanciarono con prontezza e, in schieramento
di assalto, con tanta irruenza assalirono i cavalieri di Pompeo che
nessuno di loro resistette e tutti, fatto "dietro front", non solo si
allontanarono dalla posizione, ma subito fuggirono, dirigendosi verso i
monti più alti. Respinti questi, tutti gli arcieri e i frombolieri,
abbandonati senza protezione e senza armi, vennero uccisi. Col medesimo
impeto le coorti aggirarono il lato sinistro, mentre i Pompeiani ancora
combattevano e resistevano nel loro schieramento iniziale, e li
attaccarono alle spalle.

94

Nel medesimo tempo Cesare ordinò di avanzare alla terza fila che fino a
quel momento era rimasta in riposo e ferma nella sua posizione. E così
ricevendo i soldati sfiniti il cambio di forze fresche e riposate, mentre
gli altri assalivano alle spalle, i Pompeiani non furono in grado di
reggere e si diedero tutti alla fuga. Cesare invero non si era ingannato
nel pensare che il principio della vittoria dipendeva da quelle coorti che
erano state dislocate nella quarta fila contro la cavalleria, come egli
stesso aveva affermato nell'esortare i soldati. Da queste coorti infatti
dapprima fu sbaragliata la cavalleria, dalle medesime furono annientati
arcieri e frombolieri, dalle medesime fu circondata la schiera pompeiana
dal lato sinistro e fu provocato l'inizio della fuga nemica. Ma Pompeo,
quando vide la propria cavalleria respinta e si accorse che era in preda
al terrore quella parte dell'esercito su cui sopra tutto confidava, e, non
avendo inoltre fiducia negli altri, si allontanò dal campo di battaglia e
subito si diresse a cavallo nell'accampamento e a quei centurioni che
aveva posto di guardia presso la porta pretoria disse a voce alta perché i
soldati lo udissero: "Proteggete l'accampamento e difendetelo con zelo, se
le cose dovessero volgere al peggio. Io faccio il giro delle altre porte
per rassicurare i presidi dell'accampamento". Dopo avere detto queste
parole, se ne andò nella tenda pretoria, persa la fiducia nell'esito
finale, ma tuttavia aspettando gli eventi.

95

Cesare, respinti dentro il vallo i Pompeiani in fuga, stimando non
opportuno lasciare tregua ad essi in preda al terrore, esortò i soldati a
sfruttare il favore della Fortuna, assalendo l'accampamento. Ed essi,
sebbene affaticati dal grande caldo (infatti la battaglia si era protratta
fino a mezzogiorno), tuttavia disposti a ogni fatica obbedirono al
comando. L'accampamento era difeso con zelo dalle coorti che qui erano
state lasciate di presidio, ma molto più strenuamente dai Traci e dalle
truppe ausiliarie barbare. Infatti i soldati che, provenienti dalla
battaglia, qui si erano rifugiati, atterriti e sfiniti dalla stanchezza,
per lo più senza armi e insegne militari, pensavano più a riprendere la
fuga che a difendere il campo. E anche quelli che si erano fermati dentro
il vallo non furono in grado di sostenere troppo a lungo la fitta pioggia
di dardi, ma prostrati dalle ferite abbandonarono la posizione e tutti
subito, con a capo centurioni e tribuni militari, si rifugiarono sulle
vette dei monti vicini all'accampamento.

96

Nell'accampamento di Pompeo si poterono vedere pergolati di frasche, una
grande quantità di argenteria esibita, tende pavimentate con zolle di erba
fresca, le tende di Lucio Lentulo e di alcuni altri coperte di edera e
inoltre altre cose che testimoniavano un lusso eccessivo e la fiducia
nella vittoria, così che facilmente si poteva pensare che i nemici, che
cercavano piaceri non necessari, non avevano avuto alcun timore per
l'esito di quella giornata. Eppure costoro criticavano il lusso
dell'esercito di Cesare, quanto mai povero e paziente, cui erano sempre
mancate tutte le cose di prima necessità. Pompeo, quando ormai i nostri
erano all'interno del vallo, trovato un cavallo, gettate le insegne di
comandante, se ne andò rapidamente dal campo per la porta decumana e si
diresse subito a spron battuto verso Larissa. Né qui si fermò, ma,
imbattutosi in alcuni dei suoi in fuga, con la medesima velocità, senza
fermarsi neppure di notte, accompagnato da trenta cavalieri giunse al mare
e si imbarcò su una nave frumentaria, spesso lamentandosi, come si diceva,
di essersi tanto ingannato sì da sembrare quasi tradito, poiché a iniziare
la fuga erano stati proprio quegli uomini dai quali aveva sperato la
vittoria.

97

Cesare, impadronitosi del campo, chiese insistentemente ai soldati,
occupati a fare bottino, di non sprecare l'occasione per condurre a
termine il resto dell'impresa. Ottenuto ciò, cominciò a fare lavori di
fortificazione intorno al monte. I Pompeiani, poiché il monte era senza
acqua, non si fidarono a rimanere in quella posizione e, lasciato il
monte, tutti insieme cominciarono a dirigersi attraverso le giogaie verso
Larissa. Accortosi di ciò, Cesare divise le sue truppe e ordinò a una
parte delle legioni di rimanere nel campo di Pompeo, ne rimandò una parte
nel proprio accampamento, condusse quattro legioni con sé e per una strada
più comoda iniziò a marciare per sbarrare la strada ai Pompeiani. Avanzato
seimila passi, schierò le truppe a battaglia. Visto ciò, i Pompeiani si
fermarono su un monte, ai piedi del quale scorreva un fiume. Cesare
rivolse parole di incoraggiamento ai soldati e, sebbene fossero sfiniti
dalla fatica continua di tutta la giornata e ormai si avvicinasse la
notte, tuttavia fece isolare con una fortificazione il fiume dal monte
perché di notte i Pompeiani non potessero rifornirsi di acqua. Compiuta
questa operazione, i Pompeiani cominciarono a trattare la resa mandando
ambasciatori. Alcuni esponenti dell'ordine senatorio, che si erano uniti
ai Pompeiani, di notte cercarono salvezza nella fuga.

98

Cesare all'alba ordinò a tutti coloro che si erano fermati sul monte di
scendere in pianura dalle alture e consegnare le armi. Eseguirono l'ordine
senza fare opposizione e gettatisi a terra con le mani tese, in lacrime,
chiesero a Cesare salva la vita. Cesare, dopo averli consolati, ordinò
loro di alzarsi e rivolte loro poche parole in merito alla sua clemenza,
perché avessero meno timore, fece a tutti grazia della vita e diede ordine
ai suoi soldati di non fare violenza a nessuno di essi e di non portare
via nulla di loro appartenenza. Date scrupolosamente queste disposizioni,
ordinò alle altre legioni di raggiungerlo dall'accampamento e a quelle che
aveva condotto con sé di fare ritorno nel campo per riposarsi a loro
volta; il medesimo giorno giunse a Larissa.

99

In quella battaglia Cesare non lamentò la perdita di più di duecento
soldati, ma perse circa trenta centurioni, uomini valorosi. Mentre
combatteva valorosamente fu ucciso anche Crastino, che sopra abbiamo
ricordato, colpito in pieno viso da un colpo di spada. E non aveva detto
il falso andando in battaglia. Cesare infatti pensava che in quella
battaglia il valore di Crastino fosse stato straordinario e riteneva di
dovergli, per i suoi meriti, una grandissima riconoscenza. Sembrava che
l'esercito pompeiano avesse contato circa quindicimila caduti, ma si
arresero in più di ventiquattromila (infatti anche le coorti che erano di
guardia nei fortilizi si consegnarono a Silla), inoltre molti trovarono
rifugio nelle città vicine; dalla battaglia furono portate a Cesare
centottanta insegne militari e nove aquile. L. Domizio fu ucciso dai
cavalieri mentre fuggiva dall'accampamento verso il monte, quando ormai le
forze gli erano venute meno per la stanchezza.

100

Nel medesimo tempo D. Lelio giunse con la flotta a Brindisi e nel medesimo
modo in cui, come prima dicemmo, operò Libone, occupò l'isola che
fronteggia il porto di Brindisi. Similmente Vatinio, che era al comando di
Brindisi, con imbarcazioni coperte e fornite di opportuno equipaggiamento
attirò le navi di Lelio e catturò, all'imboccatura del porto, una
quinquereme che si era spinta troppo lontano e due navi minori, e
parimenti, con reparti di cavalleria opportunamente disposti, cominciò a
impedire ai marinai l'approvvigionamento d'acqua. Ma Lelio, approfittando
della stagione abbastanza favorevole alla navigazione, con navi da carico
portava ai suoi acqua da Corcira e da Durazzo e non veniva distolto dal
suo progetto e, prima di avere avuto notizia della battaglia combattuta in
Tessaglia, né l'ignominiosa perdita delle navi, né la mancanza di ogni
cosa necessaria poterono cacciarlo dal porto e dall'isola.

101

Quasi nel medesimo tempo Cassio con una flotta di navi siriache, fenicie e
cilicie venne in Sicilia e, dal momento che la flotta di Cesare era divisa
in due parti, una sotto il comando del pretore P. Sulpicio presso Vibona,
l'altra sotto il comando di M. Pomponio presso Messina, egli si diresse
con le sue navi a volo su Messina prima che Pomponio avesse sentore del
suo arrivo. Trovatolo in preda a confusione, senza alcuna sorveglianza e
con le navi non schierate, approfittando di un vento forte e favorevole,
scagliò sulla flotta di Pomponio navi onerarie riempite di fiaccole, pece,
stoppa e altro materiale incendiario e bruciò tutte le navi, in tutto
trentacinque, di cui venti coperte. Da tale avvenimento derivò un timore
tanto grande che, sebbene vi fosse a Messina una legione di presidio, a
stento la città fu difesa e, se nel medesimo tempo non fossero giunte,
tramite cavalieri che facevano regolare servizio di informazione, notizie
della vittoria di Cesare, i più ritenevano che la città sarebbe stata
perduta. Ma la città poté essere difesa grazie all'opportuno arrivo delle
notizie e quindi Cassio puntò sulla flotta di Sulpicio a Vibona. Poiché i
nostri avevano messo in secco circa quaranta navi per il medesimo timore,
i Pompeiani ricorsero alla tattica di prima. Cassio, approfittando del
vento favorevole spinse navi da carico allestite per provocare un
incendio; e il fuoco appiccato da un'estremità e dall'altra fece
incendiare cinque navi. E poiché il fuoco per la violenza del vento si
estendeva su di un fronte troppo vasto, i soldati delle vecchie legioni
che, essendo malati, erano stati lasciati di presidio alle navi, non
sopportarono la vergogna; spontaneamente si imbarcarono, salparono,
assalirono la flotta di Cassio e catturarono due quinqueremi su una delle
quali era Cassio. Ma Cassio fuggì raccolto da una imbarcazione. Furono
inoltre prese due triremi. Non molto tempo dopo si venne a sapere della
battaglia avvenuta in Tessaglia così che la cosa risultò certa agli stessi
Pompeiani; infatti prima di allora si pensava che fossero tutte invenzioni
di ambasciatori e di amici di Cesare. Venuto a conoscenza del fatto,
Cassio si allontanò con la flotta da quei luoghi.

102

Cesare, abbandonate tutte le altre cose, giudicò di dovere inseguire
Pompeo in qualunque posto si rifugiasse fuggendo, in modo che non potesse
radunare di nuovo altre truppe e riaprire le ostilità. E ogni giorno
avanzava di tanto quanto era possibile con la cavalleria e aveva dato
ordine a una legione di tenere dietro a tappe più brevi. Ad Anfipoli era
stato emanato un editto in nome di Pompeo secondo cui tutti i giovani di
quella provincia, Greci e cittadini romani, dovevano riunirsi per prestare
giuramento militare. Ma non si poteva capire se Pompeo avesse emanato
quell'editto per allontanare i sospetti in modo da nascondere il più a
lungo possibile il proposito di fuga in zone più lontane o per tentare,
con nuove leve, di conservare la Macedonia, se nessuno lo avesse
attaccato. Egli stesso rimase all'ancora una sola notte e, chiamati presso
di sé gli ospiti di Anfipoli e richiesto del denaro per le spese
necessarie, venuto a conoscenza dell'arrivo di Cesare, si allontanò da
quel luogo e in pochi giorni giunse a Mitilene. Fu trattenuto per due
giorni dal maltempo e, aggiunte alle sue altre navi leggere, si recò in
Cilicia e da qui a Cipro. Qui venne a sapere che, col consenso di tutti
gli abitanti di Antiochia e dei cittadini romani che lì facevano
commercio, erano state prese le armi per impedirgli l'accesso alla città e
che erano stati inviati ambasciatori a coloro che si diceva si fossero
rifugiati nelle regioni vicine perché non venissero ad Antiochia; se lo
avessero fatto, avrebbero corso grande pericolo di vita. Questa medesima
cosa era accaduta a Rodi a L. Lentulo, che l'anno precedente era stato
console, all'ex console P. Lentulo e ad alcuni altri. Essi, avendo seguito
nella fuga Pompeo ed essendo giunti sull'isola, non erano stati accolti né
nella città né nel porto e, quando fu loro notificato da legati l'ordine
di allontanarsi da quei luoghi, pur contro la loro volontà presero il
largo. E ormai la notizia dell'arrivo di Cesare era arrivata fino a quelle
città.

103

Pompeo, venuto a conoscenza di questi fatti, abbandonato il piano di
raggiungere la Siria, preso del denaro dagli appaltatori e chiestone altro
a prestito ad alcuni privati, caricata sulle navi una grande quantità di
bronzo per uso militare, armati duemila uomini, in parte scelti fra i
servi degli appaltatori, in parte raccolti dai mercanti, quelli che
ciascun mercante riteneva idonei a questo scopo, giunse a Pelusio. Qui vi
era per caso il re Tolomeo, appena fanciullo, che con truppe imponenti
stava combattendo contro la sorella Cleopatra, che pochi mesi prima aveva
scacciata dal regno su istigazione di amici e parenti. L'accampamento di
Cleopatra non distava molto dal suo. Pompeo mandò legati a Tolomeo per
chiedergli, in nome dell'ospitalità e dell'amicizia del padre, di
accoglierlo in Alessandria e proteggerlo nella disgrazia con le sue forze.
Ma gli ambasciatori che erano stati mandati da Pompeo, portato a termine
l'incarico, cominciarono a parlare alquanto liberamente con i soldati del
re e a esortarli a prestare il loro aiuto a Pompeo e a non abbandonarlo
nella sua sorte. Fra quelli vi erano parecchi ex soldati di Pompeo, dal
cui esercito Gabinio li aveva accolti in Siria e poi condotti in
Alessandria e, terminata la guerra, lasciati presso Tolomeo, padre del
fanciullo.

104

Allora, venuti a conoscenza di queste cose, gli amici del re che per la
giovane età del fanciullo avevano la reggenza del regno, sia perché spinti
dal timore, come poi andavano dicendo, che Pompeo, sobillato l'esercito
regio, occupasse Alessandria e l'Egitto, sia per disprezzo della sorte di
Pompeo, infatti in genere nella disgrazia gli amici diventano nemici,
risposero ai messi inviati da Pompeo con apparente cortesia, invitandolo a
venire dal re. Ma, tenuto un consiglio segreto, inviarono Achilla,
prefetto regio, uomo di singolare audacia, e L. Settimio, tribuno
militare, a ucciderlo. Pompeo, avvicinato in modo cortese da costoro e
incoraggiato da un certo rapporto di confidenza con Settimio, poiché
durante la guerra piratica costui aveva guidato un reparto del suo
esercito, salì con pochi dei suoi su una piccola nave; qui viene ucciso da
Achilla e da Settimio. Parimenti L. Lentulo viene fatto catturare dal re e
ucciso in carcere.

105

Cesare, giunto in Asia, scopriva che Tito Ampio aveva tentato di portare
via il tesoro dal tempio di Diana a Efeso e che per questo motivo aveva
chiamato tutti i senatori dalla provincia per averli a testimoni sulla
somma di denaro, ma che era fuggito perché disturbato dall'arrivo di
Cesare. E così in due momenti diversi Cesare venne in soccorso del tesoro
di Efeso ... Parimenti, calcolando i giorni a ritroso, si era notato che
nel giorno in cui Cesare aveva vinto, nel tempio di Minerva a Elide, una
statua della Vittoria, posta proprio davanti a quella di Minerva e rivolta
fino a quel momento verso di essa, si era girata verso le porte e la
soglia del tempio. Nel medesimo giorno ad Antiochia, in Siria, due volte
si udì il clamore dell'esercito e un suono di trombe tanto forte da fare
accorrere da ogni parte i cittadini armati sulle mura. La stessa cosa
avvenne a Tolemaide. A Pergamo, nei recessi e nelle zone segrete del
tempio, dove non è lecito l'accesso tranne che ai sacerdoti, e che i Greci
chiamano adyta, risuonarono i timpani. Similmente a Tralli, nel tempio
della Vittoria, dove avevano consacrato una statua di Cesare, veniva
mostrata una palma spuntata in quei giorni dal pavimento fra le giunture
delle pietre.

106

Cesare, trattenutosi pochi giorni in Asia, avendo udito che Pompeo era
stato visto a Cipro, congetturando che si dirigesse in Egitto, date le sue
relazioni con questo regno e per le comodità che esso offriva, con una
legione alla quale aveva dato ordine di seguirlo dalla Tessaglia, e con
un'altra che aveva fatto condurre dall'Acaia dal luogotenente Q. Fufio,
con ottocento cavalieri e con dieci navi da guerra di Rodi e poche altre
dell'Asia, giunse ad Alessandria. Queste legioni erano formate da
tremiladuecento soldati; gli altri, fiaccati dalle ferite sofferte nelle
battaglie e dalla fatica e dalla lunghezza del viaggio, non poterono
seguirlo. Ma Cesare, confidando nella fama delle imprese compiute, non
aveva esitato a partire sia pure con poche forze, giudicando che ogni
luogo sarebbe risultato ugualmente sicuro. Ad Alessandria venne a sapere
della morte di Pompeo e qui, appena sceso dalla nave, udì le grida dei
soldati che il re aveva lasciato di presidio nella città, e vide che una
moltitudine di gente gli veniva incontro ostilmente, poiché i fasci lo
precedevano. Tutta la gente andava dicendo che la regia maestà veniva lesa
da tale fatto. Sedato questo tumulto, nei giorni seguenti vi furono
numerose sedizioni originate da assembramenti di persone e parecchi
soldati furono uccisi per le strade, in ogni parte della città.

107

In considerazione di questi fatti, Cesare diede ordine che venissero
trasferite dall'Asia altre legioni, che egli aveva formato con soldati
pompeiani. Egli stesso infatti era trattenuto forzatamente dai venti
etesii, che soffiano contrari per chi salpa da Alessandria. Frattanto,
giudicando che era di pertinenza del popolo romano e sua, in quanto
console, dirimere le controversie fra Tolomeo e sua sorella e che tanto
più la cosa lo riguardava poiché nel precedente consolato aveva fatto, per
legge e per decreto del senato, un'alleanza con Tolomeo padre, fece sapere
che era di suo gradimento che il re Tolomeo e sua sorella Cleopatra
sciogliessero gli eserciti che avevano e ponessero fine alle dispute
davanti a lui, secondo le vie legali, piuttosto che tra loro con le armi.

108

A causa della giovane età del fanciullo un eunuco di nome Potino, suo
pedagogo, era reggente del regno. Egli, in un primo momento, cominciò a
lamentarsi fra i suoi e a provare indignazione che un re fosse chiamato a
difendersi; successivamente, trovati fra gli amici del re alcuni pronti ad
aiutarlo nei suoi piani, fece venire di nascosto da Pelusio ad Alessandria
l'esercito e mise a capo di tutte le milizie lo stesso Achilla di cui
abbiamo fatto cenno. Lo istigò e inorgoglì con promesse sue e del re e gli
fece sapere il suo piano per mezzo di lettere e ambasciatori. Nel
testamento di Tolomeo padre erano stati indicati come eredi il maggiore
dei due figli e la più anziana delle due figlie. Nel medesimo testamento,
in nome degli dei e dei patti stipulati con Roma, Tolomeo chiamava a
testimone il popolo romano perché venissero rispettate queste
disposizioni. Una copia del testamento era stata portata a Roma per mezzo
di suoi ambasciatori perché venisse depositata nell'erario (questa copia
non poté essere depositata nell'erario a causa dei rivolgimenti politici e
rimase presso Pompeo), una seconda copia uguale era stata lasciata ad
Alessandria e, siglata col sigillo, era stata pubblicata.

109

Mentre davanti a Cesare vengono trattate tali questioni, poiché egli vuole
sopra tutto, in qualità di arbitro e amico comune, dirimere le
controversie dei sovrani, all'improvviso giunge la notizia che l'esercito
regio e tutta la cavalleria si dirigono su Alessandria. Le milizie di
Cesare non erano affatto tali per numero che si potesse contare su di esse
nel caso si fosse dovuto combattere fuori della città. Non gli rimaneva
che restare sulle sue posizioni nella città e tentare di conoscere il
piano di Achilla. Tuttavia diede ordine ai soldati di stare in armi ed
esortò il re a inviare ad Achilla ambasciatori scelti fra le persone più
autorevoli tra i suoi familiari e a manifestargli il proprio volere. Dal
re furono inviati Dioscoride e Serapione, che erano stati entrambi
ambasciatori a Roma e avevano avuto grande autorità presso Tolomeo padre.
Giunsero presso Achilla ed egli, quando arrivarono al suo cospetto, prima
di ascoltarli e di conoscere per quale motivo fossero stati inviati,
ordinò di catturarli e ucciderli. Uno di essi fu ferito e, preso dai suoi,
fu portato via come se fosse morto, l'altro fu ucciso. Dopo questi fatti,
Cesare fece in modo di avere in suo potere il re, ritenendo che il nome
del re avesse grande autorità presso i sudditi, perché sembrasse che la
guerra era stata intrapresa non per iniziativa del re, ma per decisione di
pochi cittadini privati, per giunta avventurieri.

110

Le truppe che erano con Achilla erano tali da non apparire disprezzabili
né per numero né per qualità né per esperienza militare. Aveva infatti in
armi ventimila uomini. Queste truppe erano formate con soldati di Gabinio,
ormai avvezzi alla vita licenziosa di Alessandria e dimentichi del nome e
della disciplina del popolo romano, che colà avevano preso moglie e la
maggior parte dei quali aveva avuto figli. A questi si aggiungevano
ladroni e assassini raccolti in Siria, nella provincia della Cilicia e
nelle regioni vicine. Si erano inoltre radunati e arruolati molti
condannati a morte ed esuli. Per tutti i nostri schiavi fuggitivi
Alessandria rappresentava un sicuro rifugio e una sicura condizione di
vita purché si arruolassero nell'esercito. Se qualcuno di essi veniva
ripreso dal suo padrone, i soldati, per accordo unanime, glielo portavano
via, poiché essi stessi, dal momento che erano nella stessa situazione di
colpa, difendevano i loro compagni dalla violenza come se fosse un
pericolo loro. Costoro, secondo una vecchia consuetudine dell'esercito
alessandrino, erano soliti chiedere la morte degli amici del re,
saccheggiare i beni dei ricchi, assediare la casa del re per avere un
aumento di stipendio, scacciare alcuni dal regno, chiamarvi altri. Vi
erano inoltre duemila cavalieri. Tutti costoro erano diventati veterani
attraverso le numerose guerre di Alessandria, avevano rimesso sul trono
Tolomeo padre, avevano ucciso i due figli di Bibulo, avevano condotto
guerre contro gli Egiziani. Da ciò derivava la loro esperienza militare.

111

Confidando su tali milizie e disprezzando l'esiguo numero dei soldati di
Cesare, Achilla occupava Alessandria, tranne quella parte della città che
era in mano a Cesare a ai suoi soldati. Con un primo assalto tentò di fare
irruzione nella casa di Cesare, ma questi sostenne il suo attacco grazie a
delle coorti disposte lungo le vie. E nel medesimo tempo si combatté
presso il porto e questo fu il combattimento di gran lunga più pesante.
Contemporaneamente, divisesi le forze in drappelli, si combatteva anche in
parecchie vie e i nemici con un gran numero di soldati tentavano di
impadronirsi delle navi da guerra. Fra queste ve ne erano cinquanta
mandate in aiuto a Pompeo, che, terminata la guerra in Tessaglia, erano
tornate a casa, tutte quadriremi e quinqueremi allestite e completamente
equipaggiate per la navigazione; oltre a queste ve ne erano ventidue,
tutte coperte, che erano solite stare di presidio ad Alessandria. Se i
nemici se ne fossero impadroniti, una volta sottratta a Cesare la flotta,
sarebbero stati padroni del porto e di tutto il mare e avrebbero impedito
a Cesare i vettovagliamenti e l'arrivo di aiuti. E così si combatté con
tanto accanimento quanto era dovuto, vedendo nella lotta gli uni una
veloce vittoria, gli altri la chiave della loro salvezza. Ma Cesare ebbe
la meglio e incendiò tutte quelle navi e le rimanenti che erano nei
bacini, poiché con poche truppe non era possibile la difesa di uno spazio
così ampio, e subito sbarcò i soldati presso Faro.

112

Il Faro è sull'isola una torre di grande altezza, di mirabile costruzione;
essa trae il proprio nome dall'isola. Quest'isola, posta di fronte ad
Alessandria, ne crea il porto; ma i primi re gettarono in mare un molo
lungo novecento passi che, con un angusto passaggio, la unisce quasi come
un ponte, alla città. In quest'isola vi sono abitazioni di Egiziani e un
quartiere grande come una città; e qualunque nave, ovunque, per
inesperienza o per burrasca si allontana un poco dalla rotta, viene di
solito depredata piratescamente. Inoltre nessuna nave può entrare in
porto, a causa della stretta imboccatura, contro la volontà degli
occupanti di Faro. E Cesare, temendo ciò, mentre i nemici erano impegnati
nella battaglia, fatti sbarcare i soldati, si impossessò di Faro e vi pose
un presidio. E per conseguenza di ciò si garantì in sicurezza l'afflusso
per mare di frumento e rinforzi. Mandò infatti richieste di aiuto attorno,
per tutte le province vicine. Nelle altre parti della città si combatté in
modo che ci si ritirò alla pari e nessuno dei due contendenti fu
ricacciato (causa di ciò fu l'angustia del luogo); pochi uomini furono
uccisi da entrambe le parti; Cesare si impadronì dei punti strategici e di
notte li fortificò. In quella zona della città vi era una piccola parte
della reggia, che egli aveva subito occupato per abitarvi, e il teatro,
collegato alla reggia, che fungeva da rocca e aveva un accesso al porto e
ai cantieri navali del re. Nei giorni successivi potenziò queste
fortificazioni, perché, avendole di fronte, gli servissero da mura e non
fosse costretto a combattere contro la sua volontà. Frattanto la figlia
minore del re Tolomeo, nella speranza del possesso del regno vacante,
lasciò la reggia rifugiandosi da Achilla e incominciò a dirigere la guerra
insieme a lui. Ma in breve tempo sorse tra loro una contesa sul potere
supremo e ciò fece sì che le elargizioni ai soldati fossero aumentate;
ciascuno cercava infatti di conquistarsi il loro favore con grandi
profusioni di denaro. Mentre presso i nemici accadeva ciò, Potino [tutore
del fanciullo e reggente del regno, che si trovava nel quartiere occupato
da Cesare] mandava ambasciatori ad Achilla esortandolo a non desistere
dall'impresa e a non perdersi d'animo; i suoi messaggeri furono denunziati
e catturati ed egli fu ucciso. [Questi furono gli inizi della guerra
alessandrina].

2 commenti:

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